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La quarta fase della rivoluzione industriale
Transumanesimo e sovrumanismo
Saremo il 99,999%

LA QUARTA FASE DELLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE - Enrico Voccia

Umanità Nuova 24 Dic 2016

Marco Celentano, nel suo articolo comparso sul numero precedente di Umanità Nova, ha posto il tema dell'ideologia transumanista e di una sua declinazione sovrumanista. La questione è assai interessante, ma credo che, per poterla porre e valutare nei suoi termini reali, occorra uscire dall'aspetto dell'analisi puramente ideologica e, invece, andare ad analizzare i contesti reali, materiali, in cui può svilupparsi una tale ideologia. Per fare quest'operazione occorre rivisitare brevemente la storia dell'influenza sulla storia umana dello sviluppo tecnologico così come si è andata delineando da circa due secoli e mezzo fa ad oggi: solo dopo un'analisi del genere può delinearsi nei suoi contorni esatti una comprensione effettiva dell'ideologia transumanista.
Fino agli inizi del XVIII secolo, l'influenza delle macchine nei processi produttivi - in termini sia di produzione di forza motrice sia di processi trasformativi delle materie prime - era minimo: salvo i limitati casi di applicazione della forza motrice dell'acqua e del vento, da un lato, e di qualche macchinario un po' più complesso di un semplice strumento, dall'altro, nulla poteva far presagire lo sviluppo della Rivoluzione Industriale così come si è andata configurando dalla metà del XVIII secolo in poi. Poi, all'improvviso, dopo alcune false partenze, alcune condizioni si presentarono tutte insieme, nello stesso luogo e nello stesso tempo, creando quella tempesta perfetta che fu, appunto, la Rivoluzione Industriale.
"Rivoluzione" Industriale, appunto: siamo talmente abituati ad usare e sentire il termine che raramente ci poniamo il problema del perché si usi questo sostantivo - che solitamente rimanda ad un processo storico-sociale assai rapido - applicandolo ad un processo secolare, evidentemente, ancora in corso. La cosa ha senso perché il fenomeno in questione fa capo a quella che la scuola storica degli Annales avrebbe detto "il tempo della lunga durata", quello in cui ad essere radicalmente modificata in caso di "rivoluzioni" è la storia materiale dei popoli e degli individui. Da questo punto di vista, la Rivoluzione Industriale è certamente tale e può essere paragonata, per ampiezza di trasformazioni indotte nella storia della specie umana, solo alla Rivoluzione Linguistica ed alla Rivoluzione Agricola.
Un periodo comunque così lungo dal punto di vista degli individui possiede delle fasi interne. Nella prima fase, approssimativamente databile dalla metà del XVIII secolo al 1820/30 circa, il fenomeno parte relativamente in sordina: i paesi coinvolti sono molto pochi, sostanzialmente la Gran Bretagna e le sue colonie/protettorati, ed anche i settori produttivi coinvolti non vanno oltre a quello tessile ed a quello metallurgico/estrattivo, anche se l'impatto delle innovazioni comincia a modificare la vita quotidiana di molti individui e, soprattutto, l'immaginario collettivo.
Già in una fase successiva, approssimativamente databile dal 1820/30 alla metà del XX secolo, vediamo però che la vita materiale delle persone comincia a subire notevoli mutamenti rispetto ai secoli precedenti: il numero di paesi coinvolti aumenta enormemente, così come i comparti produttivi coinvolti (si aprono i settori chimico chimico/farmaceutico, agricolo, alimentare, elettrico, elettronico, dei trasporti, delle comunicazioni). Oltre a ciò, si vede comparire una serie davvero enorme di oggetti che non erano mai passati precedentemente per la lavorazione artigianale, ma che sono pensati direttamente per la produzione a macchina e che trasformano radicalmente le condizioni materiali e quotidiane di vita degli individui. Fino al periodo precedente, gli individui vivevano, tra l'altro, in mezzo ad un numero di oggetti limitato e dal funzionamento facilmente comprensibile: ora gli oggetti mutano esponenzialmente di numero e la gran maggioranza di essi funziona in un modo inesplicabile a chi è fuori dal loro specifico processo produttivo. L'impatto sull'immaginario collettivo di questo processo è enorme e può essere misurato notando la nascita di un genere letterario (ma non solo) del tutto nuovo e diffusissimo ad ogni livello sociale: la fantascienza.
Una terza fase della Rivoluzione Industriale nasce all'incirca con la Seconda Guerra Mondiale e consiste nella meccanizzazione del lavoro intellettuale, in altre parole, nella nascita degli elaboratori elettronici e, più tardi, del "personal" computer in tutte le sue declinazioni odierne (smartphone compreso, per essere chiari). Il processo di proliferazione esponenziale degli oggetti che condizionano la vita materiale degli individui iniziato nella fase precedente si amplifica ancora di più; la cosa però più importante è la scomparsa/proletarizzazione delle classi e dei ceti medi. Questi, infatti, si posizionavano in uno spazio intermedio tra i lavoratori manuali e gli imprenditori proprio in virtù di una loro serie di competenze intellettuali all'epoca non meccanizzabili: ora, con lo sviluppo sempre maggiore di hardware e software, il loro lavoro si svolge sempre più in maniera meccanizzata e, di conseguenza, la loro posizione sociale si è sempre più avvicinata - oramai nella maggior parte dei casi sino a confondersi - a quella del lavoratore manuale. Un processo, questo, che sembra inarrestabile: con la diffusione dei software di gestione aziendale, si comincia a parlare di "proletarizzazione" persino per i livelli medio/bassi dei cosiddetti "manager". Anche qui, l'immaginario collettivo è stato profondamente colpito: per tornare al precedente esempio della fantascienza, si pensi allo sviluppo del cyberpunk nei vari campi della produzione artistica di massa.
Ora, decenni prima del Transumanesimo, qualcuno aveva ipotizzato che ci stavamo avviando verso una sorta di quarta fase della Rivoluzione Industriale: la meccanizzazione del corpo umano come convergenza degli sviluppi dell'informatica e dell'ingegneria (genetica e non). Riflessioni come quella che il filosofo morale Hans Jonas (1903-1993), ma non solo lui - si pensi allo sviluppo delle tematiche bioetiche ed in generale della filosofia della tecnica - hanno sviluppato già negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale vanno tutte in questa direzione.
Insomma, ben prima del Transumanesimo, le prefigurazioni di un futuro "transumano" erano ben presenti, sia nella riflessione morale, sia nella produzione artistica. Qual è, allora, la specificità dell'ideologia transumanista? Come fa notare Celentano, nell'aspetto valutativo di questo processo: autori cyberpunk e filosofi della tecnica, in qualche modo, tendono solitamente a mostrare anche gli aspetti potenzialmente negativi di un tale sviluppo, i transumanisti, invece, se ne fanno alfieri ed apologeti - il livello critico resta decisamente sullo sfondo.
Posso così giungere agli aspetti che non mi convincono dell'articolo di Celentano. Innanzitutto, rispetto a fenomeni di portata epocale come la Rivoluzione Industriale, i processi valutativi lasciano il tempo che trovano: se si giungerà o meno al transumano, non lo si dovrà certamente ai cantori del transumanesimo e nemmeno a retaggi illuministico/positivistici ritenuti ancora presenti e dominanti nella cultura. Si tratta infatti di un processo che con ogni probabilità può essere interrotto solo da un evento catastrofico - una guerra nucleare e/o chimica e/o batteriologico-virale - che interrompa la Rivoluzione Industriale e ci riporti ad una fase precedente ad essa (dove non necessariamente l'umanità e forse la stessa vita esistono).
Il luddismo non è stato sconfitto dalla repressione o, almeno, non fondamentalmente da quella: è stato sconfitto dai milioni di persone comuni, ex artigiani impoveriti compresi, che acquistavano il panno di cotone industriale perché costava meno, si risparmiava e/o se ne poteva comprare di più. Con le tecnologie di quella che potrebbe essere la quarta fase della Rivoluzione Industriale sarà assai probabilmente la stessa cosa: ciascuno di noi le utilizzerà per sé e per i suoi cari, specie di fronte all'alternativa della morte - e sarà una cosa buona, come è stata una buona cosa il panno di cotone a basso prezzo.
Non dobbiamo, infatti, confondere industrializzazione e capitalismo e, in generale, tecnologia e capitalismo. Il potere gerarchico - di cui il capitalismo è uno degli aspetti - è una relazione sociale di dominio, che sottrae alla maggioranza il controllo dei beni utili alla vita, tecnologie comprese, e li utilizza ai suoi fini. Non usa il telaio meccanico per liberare le donne ed i bambini dalla schiavitù del lavoro casalingo, ma per ridurne alla fame la maggior parte e costringere ad un lavoro ancora più usurante chi resta a lavorare alla macchina. Senza le relazioni gerarchiche di dominio, il telaio meccanico poteva essere usato per lavorare tutti, lavorare meno ed avere tutti più beni a disposizione. Usando un'immagine di Riane Eisler, un calice, simbolo di vita, ed una spada, simbolo di morte, provengono entrambi dalla stessa tecnologia metallurgica: quello che fa la differenza sono le relazioni di potere e non il procedimento tecnico in sé.
Il problema del Transumanesimo non è la mancata critica ai rischi della tecnologia: è la mancata critica alla sopravvivenza del capitalismo e delle relazioni gerarchiche in genere come gestori di tali tecnologie. Aumento della durata e della qualità della vita, "uploading", ecc. sono tutte cose in sé positive, frutto dell'ingegno umano e non delle relazioni di potere, che noi per primi invocheremo quando ci serviranno. La battaglia politica e sociale va fatta sulla gestione di queste tecnologie, senza rischiare di offrire al potere gerarchico l'occasione di presentarsi come il difensore dei diritti dell'umanità, contro un branco di folli retrogradi che vorrebbero veder soffrire e morire esseri umani quando ci fosse la possibilità di evitarlo.
Finora non ho parlato del "sovrumanismo", per cui qualche nota finale. Come è evidente dalle stesse citazioni che Celentano fa degli uni e degli altri nel suo articolo, c'è una differenza radicale tra transumanisti e sovrumanisti: i primi, pur con i limiti politici evidenziati sopra, sanno di che cosa stanno parlando; i secondi, no, utilizzano semplicemente ai loro scopi determinate analisi futurologiche come faceva ai suoi tempi il futurismo fascista. I sovrumanisti, insomma, ne sanno di scienza e/o di tecnologia più o meno quanto Marinetti ne sapeva di ingegneria, di meccanica quantistica o di relatività generale, e non metto in dubbio che, come il futurista originale, sappiano spillare soldi a capitalisti e grandi manager, felici di sentirsi rappresentare ideologicamente un loro superominismo in chiave tecnologica. Insomma, la critica che va loro fatta è quella al pensiero fascista in generale: il transumanesimo in loro è solo un paravento che gli va tolto di mezzo ai fini della critica stessa.

FINE



The Singularity - Youtube

TRANSUMANESIMO E SOVRUMANISMO - Marco Celentano

Umanità Nuova 03 Dic 2016

Transumanismo, ovvero, l'eugenetica ai tempi della bio-cibernetica

L'introduzione del termine "transhumanism" nel lessico europeo risale al biologo evoluzionista Julian Huxley che, in Religion without Revelation (1927), scriveva:
"La specie umana può, se lo desidera, trascendere se stessa - e non solo sporadicamente, un individuo qui, in un modo, un individuo lì in un altro modo - ma nella sua interezza, in quanto umanità. Abbiamo bisogno di un nome per questa nuova fede. Forse servirà il termine transumanesimo: l'uomo che rimane uomo, ma che trascende se stesso, realizzando nuove possibilità della sua natura umana e per la sua natura umana".
Huxley ribadì poi il concetto in un testo del 1957, New Bottles for New Wine, lanciando il motto: "I believe in transhumanism". Il termine iniziò, tuttavia, a circolare, nella produzione letteraria di lingua inglese, solo qualche decennio più tardi e, soltanto a partire dagli anni Ottanta, divenne punto di riferimento di un variegato orientamento artistico e filosofico, di cui Natasha Vita-More con il suo Transhumanist Arts Manifesto tracciava nel 1982 le prime linee di fondo e Max More ne offriva una prima definizione, presentando il transumanismo, o transumanesimo, come "una classe di filosofie che cercano di guidarci verso una condizione postumana". Nacquero, negli anni successivi, diverse associazioni dedite alla diffusione, applicazione e sperimentazione dei principi transumanisti, la più nota delle quali è la World Transhumanist Association fondata nel 1998 dall'economista inglese David Pearce e dal filosofo Nick Bostrom.
Quest'ultimo, più di altri, ha contribuito, nel corso del nuovo millennio, a delineare ideologie di fondo, obiettivi e strumenti del movimento. In "A History of Transhumanist Thought" (2005), presentando il pensiero transumanista come estrema filiazione dell'umanesimo, egli abbozza una genealogia che ne rintraccia i principali antecedenti nel Novum Organum di Francesco Bacone (1620), nell'empirismo inglese, nel razionalismo illuminista, e nella svolta darwiniana, tentando, così, di dimostrare che il "transumanesimo ha radici nell'umanesimo razionale".
Ma a quali prospettive e principi si ispira, e a quali scopi mira, questo movimento Nel 1993, in un fortunato articolo intitolato "Technological Singularity", lo scrittore Vernor Vinge radicalizzava la prospettiva di Huxley, profetizzando: "Entro trenta anni, avremo i mezzi tecnologici per creare un'intelligenza sovrumana. Poco dopo, l'era umana sarà finita". Non molto lontana da questa appare la prospettiva di Bostrom che, richiamandosi al libro di Eric Drexler Engines of Creation (1986), pronostica e auspica l'avvento di una "nanotecnologia molecolare", ad oggi del tutto utopistica e secondo vari esperti impossibile, che "ci permetterebbe di trasformare il carbone in diamanti, la sabbia in supercomputer, o eliminare l'inquinamento dell'aria ed i tumori dal tessuto sano. Nella sua forma matura, potrebbe aiutarci ad eliminare la maggior parte delle malattie e l'invecchiamento, rendendo possibile la rianimazione di pazienti dalla crionica, consentendo la colonizzazione dello spazio, e - cosa più inquietante - portare alla rapida creazione di vasti arsenali di armamenti letali o non letali".
Quest'ultimo pericolo non sembra però impensierire seriamente Bostrom, né scoraggiare la sua fede nei poteri taumaturgici di future ibridazioni tra i corpi umani e l'intelligenza artificiale. Egli è, infatti, fautore di un'altra "tecnologia ipotetica" che a suo dire potrebbe avere un "impatto rivoluzionario": "l'uploading, il trasferimento cioè di una mente umana a un computer. (...) In caso di successo, la procedura comporterebbe che la nuova mente, con memoria e personalità intatta, sia trasferita a un computer su cui potrebbe esistere in forma di software, ma potrebbe anche vivere in un corpo di robot o vivere in una realtà virtuale" (Bostrom, 2005, cit.).
Se Bostrom colloca il "transumano" in questa cornice neo-futurista, e concepisce il transumanismo come movimento che dovrebbe promuoverne e sollecitarne l'avvio, egli ci tiene, tuttavia, a sottolineare che il suo avvento "non dipende dalla fattibilità di tali tecnologie radicali. Realtà virtuale, diagnosi genetica preimpianto, ingegneria genetica, farmaci che migliorano la memoria, la concentrazione, l'insonnia, e l'umore, sostanze che migliorano le nostre performance; interventi di chirurgia estetica, operazioni di cambiamento di sesso; protesi; medicina anti-invecchiamento; interfacce uomo-computer: queste tecnologie sono già qui o possiamo attenderle nei prossimi decenni. La combinazione di queste capacità tecnologiche, una volta mature, potrebbe trasformare profondamente la condizione umana" (ivi).
Emerge qui uno dei nodi e risvolti più inquietanti dell'utopia tecno-biologica: essa non si limita a pronosticare l'attuale o prossimo avvento di tali tecniche, capaci di modificare (resta da vedere in che direzione e con quali esiti) la vita umana, ma prevede, promuove ed annovera tra i principali strumenti di una presunta elevazione delle potenzialità della nostra specie, "l'eugenetica embrionale e prenatale, ovvero la selezione degli esseri umani «senza difetti e patologie» e l'eliminazione dei malati per via tecnica" (Elena Postigo Solana, "Transumanesimo e postumano: principi teorici e implicazioni bioetiche", Medicina e Morale 2009/2). Di fatto, "il movimento transumanista e i sostenitori dell'eugenetica liberale, come ad esempio J. Savulescu, sostengono la liceità dell'elezione degli embrioni sani e la eliminazione di quelli con patologie gravi, e non gravi" (ivi). "È sempre Bostrom", nota ancora Postigo Solana, "a precisare una distinzione tra un «transumano», che sarebbe un essere umano in fase di transizione verso il postumano, vale a dire, qualcuno con capacità fisiche, intellettuali e psicologiche «migliori» rispetto ad un «umano normale»; e un «postumano», che sarebbe un essere (non determina se naturale o artificiale) che ha le seguenti caratteristiche: aspettative di vita superiori ai 500 anni, capacità cognitive due volte al di sopra del massimo possibile per l'uomo attuale, controllo degli input sensoriali, senza sofferenza psicologica" (ivi). Si concentra, a sua volta, sull'utopia di una totale eliminazione del dolore umano e animale, attraverso i futuri sviluppi della farmacologia, della nanotecnologica e di una ingegneria genetica del benessere, David Pearce, cofondatore con Bostrom della World Transhumanist Association:
"Il presente manifesto delinea una strategia biologica per sradicare la sofferenza dall'intera vita senziente. L'agenda post-darwiniana è ambiziosa, incredibile, ma tecnicamente fattibile. In questo manifesto essa viene difesa su basi di utilitarismo etico. La nanotecnologia e l'ingegneria genetica ci consentono di mettere da parte il wetware ereditato dal nostro passato evolutivo. Possiamo riscrivere il genoma dei vertebrati, riprogettare l'ecosistema globale e abolire la sofferenza dall'intera estensione del mondo vivente" (David Pearce, The Hedonistic Imperative, 1995).
Pearce, in altre parole, come lo stesso Bostrom annota, sostiene "un ambizioso programma per eliminare la sofferenza negli animali umani e non umani per mezzo di neuro-tecnologia avanzata (a breve termine con farmaci, a lungo termine, forse, con l'ingegneria genetica). In parallelo con questo sforzo «in negativo» per abolire la sofferenza, egli propone un programma «in positivo» di «paradise engineering» in cui gli esseri senzienti siano riprogettati per consentire a tutti un'esperienza senza precedenti dei livelli di benessere" (Bostrom, 2005, cit.).
Viene in luce, a mio avviso, in questi esiti del pensiero transumanista, una loro radice: più che figlia dell'umanesimo e dell'illuminismo, di cui pure riporta alla luce tare ataviche, questa corrente di pensiero è propaggine di quel sogno sfrenato di controllo sociale della natura umana e non umana che caratterizzò il positivismo di fine Ottocento e il Neo-positivismo, accompagnando, come suo inno apologetico, il delirio di potenza che portò gli Stati occidentali verso le catastrofi dei regimi dittatoriali e delle grandi guerre della prima metà del Novecento. Ma l'ottica con cui i transumanisti guardano ai possibili sviluppi della società umana e delle scienze appare totalmente cieca nei riguardi dell'insostenibilità dei modelli di sviluppo attualmente vigenti su scala planetaria, e dei disastri e squilibri sociali ed ecologici che a ritmo crescente essi stanno causando.
La visione transumanista, in altre parole, dà per scontato che la linea di tendenza che ha portato ad un crescente progresso tecnologico, ad un controllo sempre maggiore dell'uomo sull'ambiente naturale, ad un livello sempre più alto di manipolazione della natura umana e non umana, possa continuare indisturbata nei prossimi secoli, senza tener conto dei danni irreparabili che, già a livello attuale, la miopia e il cinismo con cui tale controllo è esercitato ha prodotto e sta producendo. Scenario che il transumanismo, almeno nelle sue versioni più caratterizzanti, considera, in ultima analisi, auspicabile e foriero di nuove dimensioni di libertà per l'umanità. Esso prefigura non solo un enorme business del rifacimento tecnologico dei corpi, in parte già attivo, ma anche una nuova eugenetica in cui si può ben immaginare quale sarebbe il grado di libera scelta, non solo degli animali non umani, ma anche di quella massa immensa di esseri umani che vive, oggi non meno di ieri, esposta all'arbitrio di potentati privi di ogni scrupolo. Esso annuncia un possibile nuovo salto nelle tecniche di cattura del consenso di un potere basato sull'inebetimento generalizzato che i nostri mass media, in gran parte, hanno già realizzato.

Sovrumanismo, ovvero, l'anima nazifascista del transumanismo messa a nudo

"Se [...] il transumanismo è una religione, la Valley è la sua Terra Santa. È lì che hanno sede «tutte le principali organizzazioni transumaniste» [...] dalla World Transhumanist Association, dedita alla diffusione del verbo in ambito accademico, dal 2007 a Palo Alto, alla Singularity University, che lo integra ai tradizionali percorsi di studi. Cofondatore è Ray Kurzweil, convinto che l'immortalità fisica sarà realtà intorno al 2045, e nel frattempo Director of Engineering a Google. Che, non a caso, figura insieme a LinkedIn tra i finanziatori dell'istituto. Del resto, «Aubrey De Grey, massimo teorico mondiale del longevismo radicale - per il quale l'aspettativa di vita umana potrebbe essere portata a cinquemila anni - tiene regolarmente seminari negli uffici di Mountain View a beneficio dei vertici dell'azienda». Lo stesso a Yahoo. E i soldi? Non sono un problema, se tra i sostenitori più generosi del movimento spicca il cofondatore di PayPal, Pieter Thiel, tra i primi investitori di Facebook e oggi amministratore di un hedge fund da due miliardi di dollari, Clarium Capital", scriveva Fabio Chiusi, nel 2014, recensendo sull'Espresso il volume di Roberto Manzocco Esseri Umani 2.0.
Se non è certo un caso che il transumanesimo abbia trovato nella Silicon Valley il proprio centro di irradiazione, e se ciò già dice delle sue finalità ultime, lo spazio specifico che tale movimento ha trovato nella periferica società italiana contribuisce, invece, a renderne esplicito un retroterra politico la cui impronta, pur evidente nell'oltranzismo eugenista dei capiscuola d'oltreoceano, era stata nei vari "manifesti" da essi redatta, formalmente, ma comunque esplicitamente, ricusata: la matrice nazi-fascista.
Ne è portabandiera, in Italia, una corrente, interna al transuumanismo, quella "sovrumanista", esplicitamente ispirata al tecno-fascismo dell'"archeofuturista" Guillame Faye, a suo tempo fuoriuscito dal GRECE (Groupement de Recherches et Etudes pour la Cívilisation Européenne) e dalla Nouvelle Droite di Alain de Benoist, perché considerava troppo moderate e terzomondiste le loro posizioni.
Tra gli autori di riferimento dell'area, Giorgio Locchi, deceduto nel 1992, cofondatore con Alain de Benoist del GRECE (Groupement de Recherches et Etudes pour la Cívilisation Européenne) nel 1968, che in Espressione politica e repressione del principio sovrumanista (2006) scriveva: "non si comprende nulla del fascismo se non ci si rende conto o non si vuole ammettere che il cosiddetto 'fenomeno fascista' altro non è che la prima manifestazione politica d'un vasto fenomeno spirituale e culturale, che possiamo chiamare 'sovrumanismo'".
Cardine del "'principio sovrumanista'" era per Locchi il "rigetto assoluto" dell'"opposto 'principio egualitaristico'" a suo avviso dominante nei sistemi liberal-democratici: "Se i movimenti fascisti individuarono il 'nemico', spirituale prima ancora che politico, nelle ideologie democratiche - liberalismo, parlamentarismo, socialismo, comunismo, anarco-comunismo - è proprio perché nella prospettiva storica istituita dal principio sovrumanistico quelle ideologie si configurano come altrettante manifestazioni, successivamente comparse nella storia ma tutte ancora presenti, dell'opposto principio egualitaristico, tutte tendenti in definitiva allo stesso fine, con diverso grado di coscienza; e tutte insieme causa della decadenza spirituale e materiale dell'Europa, dell''avvilimento progressivo' dell'uomo europeo, della disgregazione delle società occidentali" (ivi).
La corrente sovrumanista sembra essersi insediata, da qualche anno, saldamente all'interno dell'AIT (Associazione Italiana Transumanisti), una delle due associazioni italiane aderenti alla World Transhumanist Association, ed è in essa istituzionalmente rappresentata dal segretario nazionale dell'associazione, Stefano Vaj (pseudonimo di Stefano Sutti). Avvocato, pubblicista, responsabile per l'Italia del Sécretariat Etudes et Recherches del GRECE, e docente di diritto delle nuove tecnologie all'università di Padova, Sutti è autore, fra l'altro, del pamphlet razzista Per l'autodifesa etnica totale. Riflessioni su "La colonisation de l'Europe" di Guillaume Faye (2001), e del volume Biopolitica (2005) che, giustamente, lo storico della scienza Paolo Rossi, nel suo Speranze (2008), definì "neonazista". Il nome di Guillaume Faye viene evocato, nel suddetto scritto, innanzitutto in quanto emblema di una "contrapposizione frontale all'umanesimo" concepito come dottrina che ha introdotto nel pensiero occidentale il concetto di "Diritti dell'Uomo" e la pretesa di una sua validità universale. L'autore presenta come autentiche perle di saggezza e anticonformismo pronunciamenti di Faye in nulla diversi da quelle chiacchiere razziste da bar che sono oggi luoghi comuni ovunque dominino umori esplicitamente xenofobi come quelli leghisti in Italia, lepenisti in Francia, quali: "Non siamo noi ad aver distrutto le loro culture", "il pauperismo di molti paesi del sud del mondo non è la conseguenza del colonialismo o del neo-colonialismo, ma dell'incapacità di farsi carico di se stessi" (cit in Faj, 2001, cit.). Su tali basi, Vaj, a propria volta, perora il tema dell'"autodifesa etnica totale "contro" la colonizzazione demografica che subisce l'Europa da parte dei popoli magrebini, africani ed asiatici e che si accoppia con un'impresa di conquista del suolo europeo da parte dell'Islam" (Faj, 2001, cit.).
"Autodifesa" che deve sostanziarsi, specifica l'autore, "in tutte quelle misure e reazioni immunitarie" che servono, non a governare, bensì a combattere "eventuali minacce di [...] colonizzazione demografica e culturale del proprio spazio storico" e a "mantenere e sviluppare la propria omogeneità razziale" (Faj, 2001). Essa, suggerisce l'autore, seguendo l'insegnamento di Faye, non dovrebbe "fermarsi alla sfera giuridico-amministrativa. Il problema non può in alcun modo essere risolto solo a livello «poliziesco», o di controllo delle frontiere" (ivi). Esso può essere affrontato, "solo a livello di consapevolezza e mobilitazione sociale generale", ovvero, fuor di metafora, promuovendo movimenti razzisti di massa e gruppi di attivisti capaci di "forzare molto più facilmente il quadro giuridico imposto dal Sistema e dalle ideologie dominanti, disgraziatamente oggi garantito a livello internazionale", perché disposti a mobilitarsi per esercitare anche con la violenza la pulizia etnica, come a suo tempo avveniva nella Germania prenazista e nazista. Se l'autore rivendica l'islamofobia e l'antislamismo senza remore e veli di Faye, vero e primo "nemico", per questo fautore di un nazifascismo cibernetico, "turbodinamico", "archeo" o neo-futurista, resta ogni movimento, ogni pensiero, ogni discorso, ogni comportamento che critichi o ostacoli il "dominio dell'uomo sull'uomo" (ivi). Contro di essi, il sovrumanismo afferma l'utopia, al contempo, totalitaria e neo-liberista secondo la quale "in futuro la conservazione, l'evoluzione, o addirittura la nascita, di razze, lingue e culture diversificate avverrà solo in quanto frutto di una scelta deliberata in tal senso, che sola ne potrà determinare i contenuti e le caratteristiche, sulla base di valutazioni di natura essenzialmente estetica ed affettiva" (ivi).

FINE


SAREMO IL 99,999% - Enrico Voccia

Umanità Nuova 31 Gen 2016 / 7 Feb 2016

Una notizia nei giorni scorsi ha fatto il giro della rete: in occasione del World Economic Forum di Davos, l'organizzazione non governativa Oxfam ha dimostrato, cifre alla mano, come il patrimonio accumulato dall'1% dei più ricchi al mondo ha superato lo scorso anno quello del 99% della popolazione mondiale, con un anno in anticipo rispetto alle previsioni. Inoltre, all'interno di questo dato, i 62 uomini più ricchi del mondo hanno una ricchezza equivalente a quella della metà più povera della popolazione mondiale - all'incirca 62 contro 3.600.000.000, più o meno 1 contro 58.064.516: in pratica, ognuno di questi uomini guadagna all'incirca quanto un numero di essere umani pari al numero degli abitanti dell'Italia.
Il dato è certo impressionante, ma ancora di più dovrebbe impressionare la rapidità di crescita del fenomeno di concentrazione della ricchezza in poche mani: solo per fermarsi al numero dei "paperoni" la cui ricchezza era pari alla metà della popolazione mondiale più povera, solo cinque anni fa, nel 2010, erano 388 - sei volte tanto. Questo come altri dati similari segnalano una progressiva e velocissima polarizzazione della distribuzione delle risorse economiche, a livello sia mondiale, sia locale.
Di la dell'aspetto episodico, vale la pena analizzare il fenomeno a livello di storia delle società industriali, in quanto, da un certo punto di vista, esso non è nuovo, da un altro punto di vista, ci permette di ripercorrere il rapporto tra distribuzione della ricchezza e lotte sociali.

Primi Momenti del Capitalismo Industriale

I dati documentari inerenti i primi momenti della storia delle società industriali - 1740 ca / 1850 ca - sono molto frammentari, perciò è difficile capire quali siano state le dinamiche precise, in termini di distribuzione/polarizzazione delle ricchezza, rispetto alle società preindustriali. Ciononostante, un dato è evidente: l'industrializzazione ha comportato da subito un aumento della ricchezza prodotta, a vantaggio soprattutto dei detentori del capitale necessario all'acquisto ed alla conduzione delle nuove imprese: è perciò pressoché sicuro, anche se la quantificazione precisa è difficile, che il reddito del padrone di fabbrica relativamente al lavoratore dipendente superasse di molto la differenza di reddito tra il latifondista ed il suo fittavolo.
In ogni caso, vari studi hanno sicuramente dimostrato che le condizioni di vita medie, intese in termini di reddito/accesso ai beni, di un contadino dell'età preindustriale erano migliori, e di molto, di quelle dei lavoratori della prima fase della industrializzazione (e, ancora oggi, di quelle dei lavoratori delle fabbriche delle zone di "recente industrializzazione" - in altri termini, i paesi dove si tende a "delocalizzare" la produzione). Lo stesso si può dire per un confronto tra le condizioni di vita degli artigiani e degli operai.
Anche questi sono indici sicuri dell'avvio di un processo di polarizzazione della ricchezza sin dagli inizi della società industriale; non che prima non esistessero disuguaglianze sociali, ma la cosiddetta "forbice" del fenomeno cominciò ad assumere dimensioni imparagonabili a quelle delle società preindustriali.

Dalla metà dell'Ottocento alla Prima Guerra Mondiale

Nel periodo centrale del XIX secolo, la formazione delle prime associazioni operaie dovette - ma anche qui i dati non permettono una quantificazione precisa del fenomeno - portare ad un miglioramento facilmente avvertibile nelle condizioni di vita del proletariato: in ogni caso la ricerca storica è pressoché unanime sul tema. La formazione della Prima Associazione Internazionale dei Lavoratori e la Comune di Parigi sono il momento più alto di questo processo, che vede anche la definizione delle principali correnti teoriche del socialismo, un processo che viene però interrotto dalla "Grande Depressione" che va dal 1873 al 1896.
Come in quella successiva del 1929, la Grande Depressione del 1873 iniziò con una serie di crolli in borsa (il fenomeno qui però nacque in Europa, alla Borsa di Vienna l'8 Maggio, per poi successivamente spostarsi negli Stati Uniti il 18 Settembre), cui seguirono la chiusura di molte imprese, forti riduzioni salariali ed occupazionali, l'indebolimento del movimento operaio e socialista e, dal punto di vista che qui stiamo privilegiando, una concentrazione della ricchezza ed una "forbice" in termini di possibilità di accesso a beni e servizi che si incrementò sempre più.
La fine della crisi coincise con la ripresa in grande stile delle lotte operaie (è il periodo della formazione delle grandi centrali anarco-sindacaliste, che saranno le protagoniste di questo risveglio di attività e di conquiste): le conquiste salariali ed in termini di accesso ai servizi sociali innescò il meccanismo economico del moltiplicatore, portando ad un periodo di relativo benessere passato alla storia come la Belle Époque.
La genesi del periodo storico della Belle Époque è raramente associata alla ripresa delle lotte operaie, preferendo la maggioranza degli storici soffermarsi sulla questione delle conquiste coloniali. Molti studi empirici, però, hanno mostrato come, in realtà, dal punto di vista del rapporto costi/benefici, le colonie fossero, per l'occidente, un affare in piena perdita. Di conseguenza, la fine della Grande Depressione è da attribuirsi in maniera pressoché esclusiva alle conquiste operaie in termini di reddito e di accesso a servizi.
Il relativo benessere conquistato dal proletariato non interrompe, però, la tendenza che si era andata delineando alla concentrazione della ricchezza in poche mani. Fino all'inizio della Prima Guerra Mondiale, anzi, questa si concentra sempre più visibilmente: è il periodo dei grandi monopoli/oligopoli, della "finanziarizzazione" dell'economia tramite la creazione di enormi banche anch'esse tendenzialmente oligopolistiche, dei primi "paperoni" che divengono anche personaggi mediatici. In effetti, lo sviluppo economico delle possibilità di consumo delle classi lavoratrici è una conquista completamente dovuta al ciclo di lotte dell'epoca, che vede il padronato costretto a concedere maggiori fette di reddito. Nel frattempo, però, aumenta sempre più il divario tra le classi che possiedono il capitale ed il resto della società. Secondo il documentato studio di Piketty, in questo periodo nei paesi maggiormente industrializzati la disuguaglianza raggiunse il picco tra il 1900 e il 1910: l'1 per cento superiore della popolazione possedeva circa il 50 per cento delle ricchezze, il 10 per cento superiore circa il 90 per cento ed il resto della società il rimanente (per la maggior parte in forma di proprietà delle case di abitazione).
Insomma, una situazione paragonabile a quella denunciata da Oxfam per il presente, caratterizzata anche da un altra somiglianza: la tassazione sui redditi da capitale, nel periodo considerato, così come oggi, a livelli minimi. Qui, ovviamente, si è trattato, ieri come oggi, di una decisione politica: la concentrazione delle ricchezze mostra, perciò, una sensibile dipendenza dalle politiche statali, come si vedrà adesso.

La Grande Guerra dei Trent'Anni del Novecento

Lo storico inglese Hobsbawm ha definito a ragione il periodo che va dal 1914 al 1945 la "Grande Guerra dei Trent'Anni del Novecento". In effetti, fu un periodo in cui lo stesso gruppo di potenze, con qualche aggiustamento in corso d'opera delle alleanze, si batterono continuamente: a parte l'invasione francese di alcune parti della Germania negli anni venti ed il periodo spagnolo del 1936-1939 (Albert Camus, ma non solo lui, negli anni cinquanta, suggeriva di considerare il 1936 il vero inizio della Seconda Guerra Mondiale), basta spostare l'attenzione al resto del mondo, particolarmente all'Asia invasa dalle truppe giapponesi molti anni prima dell'epopea spagnola per accorgersi che i periodi di pace tra le potenze in lotta, in quei trent'anni, furono ben pochi. Il che comportò un enorme sforzo economico per sostenere il continuo impegno bellico; uno sforzo che ricadde, come sempre, sulle spalle delle classi lavoratrici ma, per l'enormità delle spese in gioco, gli Stati cominciarono ad innalzare anche le tasse sui redditi da capitale e da profitti di impresa.
Questo comportò una qual certa riduzione della forbice della ricchezza tra le classi sociali, perché la tassazione sui redditi delle classi superiori fu davvero consistente. Lo Stato, in questo periodo, ripaga però in qualche modo le classi abbienti della diminuzione dei loro redditi tramite le politiche istituzionali totalitarie, che misero in ginocchio il movimento operaio e socialista, dando al padronato un comando assoluto sulla forza lavoro. Inoltre, le ingenti spese statali danno fiato anche a tutta una serie di imprese medio/piccole, quasi del tutto scomparse durante il periodo precedente.
All'interno di questo periodo, avvenne la Grande Depressione (la Grande Crisi, se si preferisce) del 1929 che, come quella del 1873, comportò la chiusura di molte imprese, forti riduzioni salariali ed occupazionali, l'indebolimento del movimento operaio e socialista ma, appunto, mancò l'aspetto che aveva caratterizzato la crisi del 1873, insomma l'aumento della concentrazione della ricchezza e della forbice di essa tra le classi sociali. Il che, ovviamente, non implicò affatto un miglioramento delle condizioni di vita della classi lavoratrici che persero enormi quote di reddito e, nonostante le favole sulle "politiche sociali" dei governi totalitari, di accesso ai servizi sociali.

I Trent'Anni Gloriosi

Gli anni che vanno dal Secondo Dopoguerra sono oramai passati alla storia come i "Trent'Anni Gloriosi", per il notevole incremento del reddito e dei servizi dedicati alla classi lavoratrici che, nelle fasce generazionali che l'hanno attraversata, pensano ad essa come ad una sorta di "periodo d'oro" delle loro condizioni di vita e di lavoro. Anche in questo caso, gli storici sottovalutano il ruolo delle lotte dei lavoratori nel portare a questi "anni gloriosi" (sempre relativamente al presente, ovvio).
Innanzitutto, non è casuale che le prime esperienze di "stato sociale" avvengano, a partire dal 1933, in quegli Stati Uniti dove il nazifascismo non era riuscito a prendere piede e, nonostante una democrazia dai caratteri decisamente autoritari, il movimento operaio era molto forte, radicato e dai caratteri marcatamente libertari - il che, come abbiamo visto per la ripresa che portò alla Belle Époque, non è un dato secondario.
Insomma, in un luogo dove era più facile che la crisi del 1929 (che tra l'altro aveva "buttato a sinistra" e non a destra le classi medie) portasse a sbocchi rivoluzionari e, di conseguenza, le classi dominanti erano più propense a concessioni. Inoltre, nel dopoguerra europeo, le masse lavoratrici uscivano dall'esperienza resistenziale - in altri termini, erano armate (anche se non ufficialmente) e facilmente disposte ad esiti insurrezionali: lo "stato sociale" di matrice keynesiana nasce anche qui come meccanismo di mediazione sociale. Questo meccanismo di mediazione è funzionale allo scopo ma è altrettanto costoso, dal punto di vista del capitale, della "Grande Guerra dei Trent'Anni" ed ha comportato un sistema di tassazione progressiva notevolmente oneroso per le classi ricche. Diremo meglio: per i "paperoni", in altre parole per quelli che il sociologo statunitense Vance Packard analizzò in un suo famoso testo, non a caso pubblicato nel 1989 quando era oramai evidente che questi si erano riaffacciati sulla scena, insieme alla concentrazione delle ricchezze in poche mani ed ad un nuovo allargamento della forbice sociale delle condizioni di vita.
Infatti, come negli anni dal 1914 al 1945, le enormi spese pubbliche (stavolta fortunatamente in buona parte rivolte ai servizi sociali), si riversarono non solo a favore del proletariato, ma anche delle classi medie; inoltre anche il numero delle aziende di medie e piccole dimensioni aumentò, portando ad una redistribuzione della ricchezza, nel senso di una maggiore diffusione di essa, anche tra le classi davvero ricche e non semplicemente benestanti. A metà degli anni Settanta, però, terminata la paura della rivoluzione e dietro il paravento ideologico del "nuovo che avanza", il vecchio tornò alla grande.

I Quarant'Anni Ingloriosi. Il Presente

In un certo senso, quindi, il "neo"liberismo è stato ed è tuttora un gioco al massacro, che ricorda la saga Highlander - ne resterà solo uno... La "rivoluzione capitalistica" preconizzata dai Chicago Boys ed attuata da Thatcher e Reagan ha utilizzato ancora una volta la chiave della leva fiscale per una redistribuzione della ricchezza che portasse le cose ai tempi della Belle Époque, con i suoi monopoli/oligopoli ed i suoi Rockfeller, ma senza tutte quelle fastidiose imprese medio/piccole, quelle classi medie non proletarizzate, quel miserabile proletariato "che voleva il figlio dottore" e quei servizi sociali inutili a chi scuole, cliniche, trasporti li possiede direttamente.
Un esempio italiano per tutti, dato lo spazio ridotto - l'IRPEF. Alle sue origini, l'Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche era stata pensata in senso "keynesiano", come una tipica imposta progressiva e redistributiva della ricchezza: istituita con la riforma del sistema tributario del 1974, conteneva trentadue aliquote (dal 10% al 72%) per gli scaglioni di reddito da 2 a 500 milioni di lire. Gradatamente, il "nuovo che avanza" e la "riduzione delle imposte" (per i ricchi, ma questo non lo specificano) hanno "semplificato" gli scaglioni di reddito: senza farla lunga a ripercorrere le varie modificazioni, comunque sempre peggiorative, oggi abbiamo da trentadue siamo scesi a soli cinque scaglioni: 23% fino a 15.000 euro, 27% da 15.001 a 28.000 + 27% della parte del reddito eccedente 15.000, 38% da 28.001 a 55.000 + 38% della parte del reddito eccedente 28.000, 41% da 55.001 a 75.000 + 27% della parte del reddito eccedente 55.000, 43% da 75.00 euro in poi + 43% della parte del reddito eccedente 75.000. In pratica, relativamente alla situazione di partenza. una diminuzione netta del carico fiscale man mano che si diventa più ricchi, un aggravio man mano che si diventa più poveri.
La storia dell'IRPEF italiana è esemplificativa della tendenza generale a livello mondiale: la situazione descritta all'inizio di questo articolo, con questa impressionante e rapidissima polarizzazione della ricchezza, la povertà sempre crescente, ecc. è stata coscientemente voluta da scelte di politica economica e fiscale degli Stati.

Sessantadue? Ancora Troppi

Le politiche di detassazione (dei ricchi) portano inevitabilmente, come dicevamo, ad una progressiva e velocissima polarizzazione della distribuzione delle risorse economiche, a livello sia mondiale, sia locale. La cosiddetta "globalizzazione" ha a suo fondamento una uniformazione delle politiche economiche e fiscali a livello globale, che, salvo dove siamo stati in presenza di rivolte davvero di massa, dal carattere libertario e molto decise, dura da quarant'anni ed il ritornello dei politici d'ogni risma è: deve continuare, non c'é alternativa. Non abbiamo ancora visto niente e ci sbagliamo di grosso se pensiamo che i potenti della terra abbiamo una minima intenzione di fare marcia indietro.
I processi di proletarizzazione delle classi medie, di immiserimento generale, di distruzione dei servizi sociali, in mancanza di una reale e molto decisa opposizione di massa, continueranno imperterriti: la prospettiva che abbiamo davanti è degna delle migliori utopie al negativo. In Europa la situazione è resa difficile dal fatto che è meno tempo - rispetto a luoghi come l'Islanda, gli Stati Uniti, l'America Latina, dove sono avvenute rivolte che hanno portato a significative inversioni locali di tendenza - che qui si applicano le ricette dei Chicago Boys e, di conseguenza, siamo mediamente più esposti ai loro inganni ideologici.
Chi soggettivamente vorrebbe opporsi in buona fede - il caso più eclatante è quello dei grillini - nella maggior parte dei casi non riesce ad uscire dalla logica Highlander delle politiche economiche degli ultimi anni e continua a credere che i mercati correggono efficientemente le crisi e realizzano l'ottimale distribuzione delle risorse e dei redditi, abbassano i prezzi e le tariffe, che la spesa pubblica sia la causa del debito pubblico, è la causa delle tasse ai meno abbienti, della recessione, ecc., per cui questi oppositori spesso e volentieri non sanno far altro che proporre la stessa cosa che si fa ingloriosamente da quarant'anni: tagliare la spesa pubblica sociale, diminuire le tasse (ai ricchi), privatizzare... Questo quando non si crede anche che riducendo salari e diritti dei lavoratori, facilitando licenziamenti e rendendo impossibili gli scioperi, i costi di produzione calano, si diventa più "competitivi", la disoccupazione diminuisce, la domanda interna non cala, gli investimenti aumentano e magari diventiamo tutti più ricchi, e via favoleggiando - oggi, come ai tempi della Belle Époque, non a caso caratterizzati dalla stessa ideologia dominante.
Come uscire da questa gabbia? La via di fuga volge sia verso il passato, sia verso il futuro. Verso il passato, perché occorre che i movimenti di opposizione comprendano che non c'è granché di nuovo nella situazione presente, nessun "nuovo che avanza", ma un "vecchio che ritorna" ed è alle forme di organizzazione (società di mutuo soccorso, sindacalismo rivoluzionario e libertario) che hanno saputo reinvertire la rotta (non a caso il movimento new global ed Occupy ne hanno mutuato varie forme sotto l'influenza ideologica dell'IWW) che bisogna rivolgere lo sguardo. Verso il futuro, perché stavolta dovremmo avere la chiarezza che qualunque piccola concessione il potere conceda, la ritirerà appena possibile e la realizzazione di una società radicalmente egualitaria ed autogestionaria dovrà restare sempre presente nell'azione quotidiana come obiettivo da non dimenticare. Mai.

FINE