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The Lost Treasures
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OPZIONI - Robert Sheckley

La mente è il Buddha, mentre l'abolizione del pensiero logico è la Via. Se smettete di pensare in termini logici di esistenza e non-esistenza, lungo e corto, soggetto e oggetto, attivo e passivo eccetera, scoprirete che la vostra mente è intrinsecamente il Buddha, che il Buddha è intrinsecamente Mente, e che Mente è intrinsecamente un vuoto.
Dottrina Zen di Huang Po


PARTE PRIMA AVVISO
Le regole della normalità saranno temporaneamente sospese e nuove regole verranno istituite. Può darsi che quelle nuove siano diverse dalle vecchie. Non verrà fornito alcun indizio riguardo alle nuove regole.
La cosa migliore da fare è evitare situazioni conflittuali, passare il resto della giornata a letto, calmarsi.
O, se vi sembra noioso, potrei portarvi a fare una galoppata.

Capitolo I

Uso di "semplici premesse" definite ingannevoli

Tom Mishkin stava attraversando le Nubi Magellaniche Minori a una velocità di poco superiore a quella della luce, di buon passo, dunque, ma senza darci troppo dentro. La sua nave, l'lntrepid III, aveva un carico di aragoste sudafricane surgelate, scarpe da tennis, condizionatori d'aria, macchinette per preparare latte al malto e altre mercanzie, destinate alla colonia di Dora V. Mishkin sonnecchiava nella comoda poltrona di comando, cullato dai disegni delle luci colorate che si rincorrevano sul cruscotto e dal tranquillo ticchettare e scattare degli interruttori. Pensava al nuovo appartamento che aveva intenzione di acquistare a Pert Amboybasmer, dieci miglia a est di Sandy Hook. Nei sobborghi si può godere pace e tranquillità, anche se il problema di andar avanti e indietro con un sommergibile...
Uno dei ticchettii si trasformò in uno schianto secco.
Mishkin si alzò di scatto. Il suo orecchio di pilota era sempre sintonizzato sul Guasto Che Non Può Mai Verificarsi, mentre invece si verifica di frequente. Clank, clank, clank, crune. Sì. Era un guasto.
Mishkin mandò un gemito, quello speciale gemito da pilota fatto di "io l'avevo previsto", fatalismo e apprensione. Sentiva che nelle profonde viscere della nave stava succedendo qualcosa di brutto. Il Rivelatore di Guasti (istallato solo in previsione di danni per cause esterne) diventò viola, poi rosso, poi purpureo, poi nero.
Il computer di bordo si destò dal suo sonnellino dogmatico il tempo sufficiente a borbottare: «Guasto. Guasto. Guasto.»
«Grazie, c'ero arrivato anch'io» disse Mishkin. «Dove e cos'è?»
«Guasto nella Parte L-1223A. Nome di catalogo: Insieme di Valvola e Anello di Bloccaggio di Prua. Causa probabile del guasto: 8 (otto) bulloni saltati più frattura a spirale nella custodia dell'anello di bloccaggio. Causa: pressione angolare sulle parti summenzionate dovuta a mutamenti molecolari nella composizione metallica delle stesse. Risultato: la condizione abitualmente definita "usura del metallo".»
«Già, ma perché?» chiese Mishkin.
«Congettura circa la causa: diversi bulloni nell'insieme già citato hanno ceduto a pressioni inaccettabili, riducendo la durata del summenzionato insieme a 84,3 ore invece dei 195.441 anni previsti.»
«È magnifico» disse Mishkin. «E adesso?»
«Ho isolato l'unità e spento il motore principale.»
«In mezzo allo spazio e senza neanche una pagaia» commentò Mishkin. «Posso almeno riaccendere il motore per arrivare al più vicino Centro di Rifornimento Spaziale?»
«Assolutamente no. L'uso delle suddette parti guaste provocherebbe immediate e cumulative distorsioni in altre parti del Motore Principale col risultato seguente: completa e definitiva messa fuori uso del motore, implosione, morte e nota permanente di demerito sul vostro curriculum personale. Vi metterebbero inoltre una nave nuova in conto spese.»
«Una nota di demerito mi seccherebbe parecchio» disse Mishkin. «Cosa devo fare, allora?»
«L'unica possibilità consiste nel togliere e sostituire le parti guaste. Depositi di pezzi di ricambio sono istallati a questo scopo su diversi pianeti disabitati. Il pianeta più vicino, secondo le vostre attuali coordinate, è Harmonia II, a sessantotto ore da qui col motore ausiliario.»
«Mi pare una soluzione semplice» disse Mishkin.
«In teoria, sì.»
«E in pratica?»
«Complicazioni ce ne sono sempre.» «Per esempio?»
«Se lo sapessimo» gli disse il computer «le complicazioni non sarebbero complicate, vi pare?» «Già» disse Mishkin. «Allora traccia la rotta e andiamo.» «Ascoltare e ubbidire» disse il computer.

USO DELLE "PREMESSE MULTIPLE" DEFINITE SCONCERTANTI
In un'intervista esclusiva rilasciata ieri alla stampa, il professor David Hume di Harvard ha dichiarato che le conseguenze non implicano una causa. Alla richiesta di spiegarsi più diffusamente, ha dichiarato che le conseguenze sono puramente additive, non generative.
Abbiamo chiesto al dott. Emanuele Kant la sua opinione su questa dichiarazione. Il professor Kant, nel suo studio al Politecnico della California, era alquanto turbato.
«Questo» ha detto «mi ha svegliato dal mio sonno dogmatico.»

Capitolo II

I folli effetti sinestesiasti

Mishkin si appoggiò allo schienale e chiuse gli occhi. Non era male: allentamento di alcune percezioni sensoriali, associazioni di idee, lampi di luce. Riaprì gli occhi. Però non andava neanche tanto bene. Afferrò la Bottiglia Rovesciabile. Sull'etichetta c'era scritto: "Se qualcosa va male bevi". Bevve, poi notò una seconda etichetta sulla bottiglia: "Se qualcosa va male non bere".
Una radio si lamentava a bassa voce fra sé: «Oh Dio, sarò ucciso. So che mi uccideranno. Perché mai sono partito per questo folle viaggio? Non potevo starmene tranquillo alla finestra a Hallicrafter a godermi il panorama? No, dovevo fare qualcosa, ed ecco in che guaio mi sono cacciato.»
Mishkin non aveva tempo di dar retta alla radio. Aveva anche lui le sue rogne. Almeno era convinto che fossero sue. Ma era difficile esserne sicuro.
Scoprì che si era solo immaginato di aver aperto gli occhi. Perciò li aprì. Ma li aveva aperti davvero? Pensò di riaprirli, casomai prima se lo fosse solo immaginato, ma si trattenne per evitare una forma di regressione all'infinito.
La radio continuava a blaterare: «Dio, non so dove sto andando. Ma se sapessi dove sto andando non ci andrei. Ma non sapendo dove sto andando non so come andarci perché non so dove sto andando. Maledizione, non era così che dovevano andare le cose. Mi avevano detto che sarebbe stato divertente.»
Mishkin bevve in fretta il contenuto della Bottiglia. Tanto, peggio di così non poteva andare, pensò. Il che dimostra come fosse ben informato.
Bisognava dimostrarsi decisi. Mishkin si alzò e disse: «Adesso stammi a sentire. Agiremo partendo dal presupposto che siamo tutti quel che sembriamo in questo momento e che rimarremo così a tempo indefinito. È un ordine. Capito?»
Il tavolo ribaltabile disse: «Tutto va a catafascio e lui dà ordini. Cosa ti piglia, Jack, credi di essere a bordo di un qualche sommergibile per caso?»
«Dobbiamo stare tutti uniti» disse Mishkin «altrimenti ci separiamo.»
«Stupidaggini» disse la poltrona. «Potremmo morire tutti e lui sa dire soltanto stupidaggini.»
Mishkin rabbrividì e bevve il contenuto della Bottiglia, poi si affrettò a deporla prima che la Bottiglia avesse la possibilità di bere lui. Si sa che le Bottiglie lo fanno; non si può mai sapere quando è il momento dello scambio delle parti.
«Adesso farò atterrare questa nave» disse Mishkin.
«Bella prospettiva» protestò il cruscotto. «Ma fa pure, se ti diverti.»
«Taci» gli intimò Mishkin. «Tu sei il cruscotto.»
«Cosa diresti se ti dicessi che sono un anziano psichiatra di New York e che l'avermi definito cruscotto sta a indicare che non sei nel pieno possesso delle tue facoltà mentali?»
Mishkin decise di bere il contenuto della Bottiglia Rovesciabile. Di guai ne aveva abbastanza. Con uno sforzo enorme si soffiò il naso. Lampeggiarono delle luci.
Un uomo in divisa blu entrò dal bagagliaio e disse: «Biglietti, prego.» Mishkin gli diede il biglietto, che l'uomo forò.
Mishkin premette un pulsante che reagì come un uomo, gemendo e strillando. Stava atterrando?

Capitolo III

Nuovo "Generatore di Plausibilità" che dovrebbe curare la schizofrenia

Il deposito di pezzi di ricambio di Harmonia era una grande costruzione vivacemente illuminata in vetro e acciaio, identica in tutto e per tutto a un supermarket di Miami. Mishkin spense il motore, si mise in tasca la chiave, scese ed entrò. C'erano file e file di scaffali pieni di transistors, di riattivatori di vapore, di polli arrosto, di congelatori, di spettrometri in miniatura, di pillole di vitamina B6, insomma di tutto quanto può servire a un viaggiatore lontano dalla base che si avventura nello spazio esterno o interno.
Mishkin andò al pannello delle comunicazioni e chiese una Parte L-1223A.
Aspettò. Passarono alcuni minuti.
«Ehi! Si può sapere cosa succede?» si mise a gridare.
«Spiacentissimo» rispose il pannello. «Ero distratto. Ho avuto tanto da fare.»
«Come mai?» chiese Mishkin.
«Difficoltà, sempre difficoltà» rispose il pannello. «Davvero, non potete proprio averne idea. Mi gira la testa. Parlo in senso figurato, naturalmente.»
«Hai un modo strano di esprimerti per essere un pannello» osservò Mishkin con aria circospetta.
«Al giorno d'oggi i pannelli sono dotati di personalità. Così siamo meno inumani, non so se mi spiego.»
«E cosa c'è che non va?» chiese Mishkin.
«Be', in un certo senso sono io che non vado» disse il pannello. «Quando si immette in un computer una personalità è lo stesso che dargli la possibilità di "sentire". E se "sentiamo" non vi potete aspettare che siamo le vecchie macchine insensibili di una volta. Volevo dire che la mia personalità mi impedisce di comportarmi come un robot, anche se essenzialmente io sono un robot e il lavoro che devo sbrigare andrebbe svolto in modo robotico. Ma non posso, mi distraggo, ho le giornate storte, mi viene il cattivo umore... Capisci?»
«Certo che capisco» disse Mishkin. «Ma per tornare a quel pezzo di ricambio?» «Non è qui dentro. È fuori.» «Fuori dove?»
«A quindici miglia da qui. O forse venti.» «Ma cosa ci fa fuori?»
«Ecco, in principio tutti i pezzi di ricambio eccetera erano immagazzinati qua dentro. Logico e comodo. Forse troppo semplice per la mente umana, perché di punto in bianco alcuni esseri umani si sono messi a pensare: "Cosa succederebbe se una nave andasse a schiantarsi proprio sul tetto del magazzino?". La prospettiva era agghiacciante, nessuno sapeva cosa fare, e allora hanno esposto il problema a un computer, che ha risposto: "Decentralizzate!". Progettisti e tecnici hanno accettato la proposta dicendo: "Ma sicuro, bisogna decentralizzare! Come mai non ci abbiamo pensato prima?". Così hanno dato degli ordini e sono venute qui delle squadre a sparpagliare in giro i pezzi. Poi tutti si sono messi a sedere soddisfatti esclamando: "Bene, adesso siamo a posto!". E invece sono cominciati i guai.» «Che genere di guai?» domandò Mishkin.
«Gli esseri umani devono uscire dal magazzino e girare sulla superficie di Harmonia per trovare quello di cui hanno bisogno. E questo comporta dei rischi. I pianeti sconosciuti sono pericolosi, perché cose strane vi accadono e non si sa come reagire, e quando uno riesce a capire cosa succede e prende le debite misure, può essere ormai troppo tardi.»
«Che genere di cose strane?»
«Non sono autorizzato a entrare nei particolari» disse il computer. «Se lo facessi le cose si ingarbuglierebbero.» «Perché?»
«L'adattamento ai pericoli ignoti esige l'applicazione di tutte le capacità per riconoscere cosa costituisce un pericolo e cosa no. Se esponessi anche una o due possibilità diventeresti iper-condizionato - il cosiddetto effetto tunnel - e in tal modo verrebbero a essere limitate le tue percezioni delle altre situazioni rischiose. E poi, non è necessario.»
«Perché?»
«Perché sono state prese delle precauzioni. Sarai accompagnato da un robot SPER. Ne abbiamo uno in magazzino. Almeno credo. C'è stata un po' di confusione nell'ultimo invio...» Il pannello tacque e Mishkin disse: «Cosa...» «Per piacere» disse il pannello. «Sto controllando l'inventario.»
Mishkin aspettò. Poco dopo il pannello disse: «Sì. Abbiamo un robot SPER in magazzino. È arrivato con l'ultimo carico. Sarebbe stata davvero grossa se non avessi trovato neanche lui.» «Cos'è questo robot? Cosa fa?»
«Il suo nome è composto dalle iniziali di Special Purpose Environmental Response robot: robot specializzato nelle reazioni all'ambiente. Sono macchine programmate in modo da reagire alle condizioni specifiche dei mondi sconosciuti. Scoprono quello che può esser nocivo all'uomo, lo avvertono, lo difendono e gli suggeriscono come reagire. Con un robot SPER sarai al sicuro come se fossi a New York.»
«Oh, grazie tante» disse Mishkin.

Capitolo IV

Lo sciocco pretende che tutto abbia un aspetto riconoscibile ai suoi sensi menomati

Il robot SPER era basso e rettangolare. La cassa, verniciata di rosso, era proprio bella. Camminava su quattro gambe stecchite e altre quattro uscivano dalla parte superiore della cassa, in cui erano chiusi i comandi. Pareva una tarantola travestita da robot.
«Okay, piccolo, andiamo a sgranchirci le gambe» disse.
«Sarà pericoloso?» chiese Mishkin.
«Roba da niente. Ma non uscire a occhi chiusi.»
«Da cosa devo guardarmi?»
«Te lo dirò io.»
Mishkin si strinse nelle spalle e seguì il robot lungo la corsia e poi fuori della porta a ventola. Pensava che il robot dovesse sapere il fatto suo. Ma sbagliava. La sua ignoranza era mostruosa, ineluttabile, e curiosamente patetica. Forse solo una vergine a cavallo di un unicorno avrebbe potuto essere ottusa quanto lui.
(Naturalmente il robot era un suo degno compagno in fatto d'intelligenza. Assommate la sua ignoranza a quella di Mishkin e otterrete un numero negativo pari ai casi di pleurite verificatisi dalla Seconda Guerra del Peloponneso in poi).
Mentre Mishkin camminava con animo inquieto sulla discutibile superficie di Harmonia, gli venivano in mente mucchi di marmellata, focaccine pasquali, immagini di copulazione, labbra turgide.
«Quanto tempo durerà l'allucinazione?» chiese Mishkin mettendo piede sulla superficie di Harmonia.
«Lo chiedi a me?» disse il gentile cuoco con la fisarmonica. «Anch'io sono un'allucinazione.»
«Come posso distinguere le cose reali da quelle irreali?»
«Prova con una cartina di tornasole» suggerì Chuangtzu.
«L'importante è che tu faccia esattamente quello che dico io» disse il robot. «Altrimenti ti ritroverai morto in men che non si dica. Capito?» «Capito.»
Stavano camminando su una pianura color porpora. Il vento soffiava da est a dieci chilometri all'ora e si sentiva il cinguettio elettronico degli uccelli.
«Quando ti dico di sbatterti giù» continuò il robot «devi buttarti subito per terra lungo disteso. Non c'è tempo di stralunare gli occhi e barcollare. Spero che i tuoi riflessi siano in forma.»
«Credevo che avessi detto che qui non c'erano pericoli» disse Mishkin.
«Ahi, mi hai colto in fallo» sghignazzò il robot. «Forse avevo le mie buone ragioni per mentirti.» «Quali?»
«Forse ho le mie buone ragioni per non dirtelo» disse il robot. «Tu limitati ad ascoltarmi. Giù!» Anche Mishkin aveva sentito l'acuto ronzio. Si gettò sull'erba, sbattendo il naso per la troppa premura. Vide il robot ruotare su se stesso con due pistole in pugno. «Cos'è?» chiese Mishkin.
«Il richiamo d'amore del proto-brontostegosauro a sei zampe. Quando sono in calore sono capaci di sfogarsi con tutto quel che trovano sottomano.»
«Ma non sono capaci di vedere che io non sono l'oggetto adatto ai loro trasporti amorosi?»
«Certo, ma ci vuole qualche minuto perché il messaggio raggiunga il loro cervello, in quanto i prot-b. non sono quello che si dice dei geni. E intanto tu ti troveresti schiacciato sotto tre tonnellate di stegosauro in amore.»
«Ma dov'è?» domandò Mishkin.
«Sta arrivando» disse con aria torva il robot facendo roteare le pistole.
Il ronzio aumentò di tono e di volume. Poi Mishkin vide qualcosa che somigliava a una farfalla con due metri di apertura d'ali che arrivava svolazzando e ronzando allegramente. Li ignorò e uscì di scena dalla sinistra.
«Che cos'era?» chiese Mishkin.
«Sicuro come l'oro che pareva una farfalla con due metri d'apertura d'ali» disse il robot. «Già, pareva anche a me. Ma tu dicevi...»
«Sì, sì, sì» disse seccato il robot. «È chiaro cos'è successo. La farfalla ha imparato a imitare il richiamo d'amore del prot-b. L'imitazione è un fenomeno molto diffuso nella galassia.» «Diffuso? Ma se ti ha colto di sorpresa!»
«Cosa c'è di sorprendente? Era la prima volta che vedevo una farfalla.» «Avresti dovuto saperlo.»
«Errore. Sono stato programmato solo per scoprire e reagire a situazioni e cose dannose agli esseri umani. Quel farfallone ti avrebbe fatto male solo se avessi cercato di inghiottirlo, perciò non era immagazzinato nella mia memoria. Capirai, non sono mica un'enciclopedia, lo m'intendo solo di cose pericolose, e non di quelle che camminano, nuotano o volano o strisciano o saltano o che diavolo fanno. Capito, figliolo?»
«Ho capito» disse Mishkin. «Credo che tu sappia quello che fai.»
«Mi hanno fabbricato per questo» disse il robot. «Su riprendiamo la passeggiata.»

Capitolo V

La dichiarazione preparata

«È un po' di tempo che ho difficoltà mentali. Mi vengono certe idee, vedo certe cose, ma non so distinguere il reale dall'irreale. A volte credo di aver mangiato e poi scopro che non è vero. Non riesco a ricordare perché sono qui né di quale delitto sia accusato. Ma sono sicuro di essere innocente. Sono sicuro di essere innocente, qualunque cosa abbia fatto.»
Mishkin alzò gli occhi speranzoso, ma la giuria si era allontanata arretrando, il giudice era arretrato, il mondo era arretrato, e una guardia annoiata stava strimpellando un vecchio motivo dei Rolling Stones.
Mishkin si fermò di botto.
«Cosa c'è?» chiese il robot.
«Ho visto una cosa più avanti.»
«Bella roba» lo schernì il robot. «Ne vedo un mucchio, io, di cose più avanti. Cristo, tutti vedono sempre un mucchio di cose più avanti.» «Quella cosa mi sembra un animale.» «Cosa c'è di spaventoso?»
La cosa che Mishkin aveva visto era più o meno delle dimensioni di una tigre, ma con la coda più corta e le zampe più grosse. Aveva il mantello color cioccolata a righe arancioni, e sembrava una allucinazione bieca, famelica e priva di scrupoli.
«A me pare pericolosa» disse Mishkin.
«Il che dimostra quanto sei ignorante» disse il robot. «Quello è un pachinerta, cioè un erbivoro col carattere di una mucca, ma più timido.» «Però i denti...»
«Non lasciarti ingannare dai denti.»
«Imitazione?»
«Esatto. E adesso muoviti.»
Proseguirono lungo la pianura color porpora. Il robot fischiettava "Elmer's Tune" e Mishkin, che lo seguiva a due passi, canterellava il "Valzer triste".
Il pachinerta si voltò a guardarli con due occhi del colore di sangue di yak coagulato. Sbadigliò mettendo in mostra incisivi che parevano scimitarre turche. Si stirò facendo risaltare sui fianchi muscoli forti come viscidi tentacoli di piovra che si agitavano sotto un sottile velo di plastica.
«Sei sicuro che sia erbivoro?» chiese Mishkin.
«Solo erba e soffioni, anche se gradisce qualche rapa.»
«Ha l'aria truce.»
«La natura è capace di mille travestimenti.»
Uomo e robot si avvicinarono all'animale. Il pachinerta tirò indietro le orecchie, irrigidì la coda come l'indice di un manometro che segna pericolo, e sfoderò gli artigli che parevano i denti della forca del diavolo. Ruggì, al che parecchi alberi ambulanti si affrettarono a chiudere i rami, estrarre le radici e andare alla ricerca di una zona più tranquilla.
«La natura esagera» disse Mishkin. «Giurerei che quell'animale sta per attaccarci.»
«La natura esagera» disse il robot. «È nella sua natura.»
Erano a meno di dieci metri dal pachinerta che stava immobile offrendo un'eccellente imitazione di animale morto in procinto di assalire e uccidere qualsiasi essere umano in vista, e magari anche un robot o due, tanto per togliersi il gusto.
«Senti» disse Mishkin fermandosi. «C'è qualcosa che non quadra. Secondo me...»
«Tu pensi troppo» disse il robot con voce severa. «Per amor di Dio, cerca di darti un contegno, uomo, lo sono un robot SPER programmato proprio per questo genere di lavoro, e ti assicuro che quella è una mucca travestita da tigre...»
Fu allora che il pachinerta si lanciò. Un momento prima se ne stava immobile e un momento dopo era partito all'attacco con denti e artigli che brillavano come oro nel bagliore color zafferano del sole di Harmonia e del suo piccolo, opaco e misterioso compagno rosso. La bestia si era avventata con una magnifica imitazione di carnivoro affamato che non va tanto per il sottile, specie se il bersaglio non pare pericoloso essendo privo di zanne e artigli.
«Sciò, pachinerta, sciò» disse il robot con tono poco convincente.
«Giù!» gridò Mishkin.
«Grrrrr!» ruggì il pachinerta.

Capitolo VI

«Tom, stai bene?»
Mishkin sbatté le palpebre. «Sto benissimo.» «Non sembrerebbe.»
Mishkin ridacchiò: che buffo modo di esprimersi! «Cosa c'è da ridere?»
«Tu mi fai ridere. Non ti vedo e lo trovo divertente.» «Bevi questo.»
«Cos'è?» «Niente. Bevi.»
«Bevi niente e diventi niente!» gridò Mishkin. Con uno sforzo enorme aprì gli occhi. Non vedeva niente. Si costrinse a guardare. E adesso? Qual era la regola? Ah, sì. La realtà si raggiunge mediante un'indefinita enumerazione di oggetti. E allora: comodino, lampada fluorescente, lampada a incandescenza, stufa, comò, libreria, macchina per scrivere, finestra, tegole, bicchiere, bottiglia di latte, caffettiera, chitarra, secchiello del ghiaccio, secchio della spazzatura... eccetera.
«Ho conquistato la realtà» disse Mishkin con pacato orgoglio. «Adesso sto bene.»
«Cos'è la realtà?»
«Una delle tante illusioni possibili.»
Mishkin scoppiò a piangere. Voleva una realtà esclusiva. Così era terribile, peggio di prima. Adesso tutto...

"Non può succedere" pensò. E invece il pachinerta, come a riprova della propria realtà, gli si stava avventando addosso in un turbinio di zanne e di artigli. Mishkin accettò la sfida. Si spostò di fianco e la belva finì oltre, mancandolo.
«Spara!» urlò Mishkin, entrando nello spirito della cosa.
«Non sono programmato per sparare agli erbivori» disse il robot, con poca persuasione.
Il pachinerta aveva fatto un rapidissimo dietrofront ed era ripartito alla carica. Mishkin si spostò a destra, poi a sinistra. Il pachinerta lo seguiva come un'ombra. Le fauci si spalancarono. Mishkin chiuse gli occhi.
Sentì una vampata di calore in faccia. Udì un ruggito, un brontolio, e il tonfo di qualcosa di pesante che cadeva.
Aprì gli occhi. Il robot si era finalmente deciso a sparare e la belva era crollata ai piedi di Mishkin. «Erbivoro» commentò Mishkin con amara ironia.
«Esiste una cosa chiamata imitazione comportamentale, sai. In certi casi il comportamento imitativo viene portato al punto da immedesimarsi nel predatore imitato, tanto da nutrirsi perfino di carne. Il che, per un erbivoro, non solo è ripugnante, ma anche indigesto.»
«Tu ci credi?»
«No» ammise il robot con aria piuttosto infelice. «Ma non capisco come non abbiano inserito nella mia memoria informazioni relative a questo animale. Il pianeta è stato osservato per dieci anni consecutivi prima di costruire il magazzino. Impossibile che una bestia di quelle dimensioni sia sfuggita agli osservatori. Non esagero se affermo che i pericoli di Darbis IV sono noti come quelli della Terra.»
«Un momento» disse Mishkin. «Che pianeta hai detto che è questo?»
«Darbis IV, il pianeta per cui sono stato programmato.»
«Ma questo non è Darbis IV» disse Mishkin, disperato, avvilito e rassegnato. «Questo si chiama Harmonia. Ti hanno mandato sul pianeta sbagliato.»

Capitolo VII

Stanco della sequenza: Stufo dell'unità? E allora concediti il SERVIZIO INTERRUZIONE. Scegli fra le Pause, le Sospensioni, le Interruzioni, le Battute d'Arresto. Ecco.
Il robot ridacchiò, ma non era sincero: «Temo che tu sia leggermente fuori fase. Isteria temporanea afasica è la mia diagnosi, sebbene io non sia un dottore. Forse la tensione...»
Mishkin scrollò la testa. «Pensa tu, piuttosto, a quante volte ti sei sbagliato circa i pericoli locali. Sbagli madornali, impossibili.»
«Strano» disse il robot. «Non riesco a trovare una spiegazione.»
«lo sì. Hanno fatto un errore: invece di spedirti su Darbis IV, ti hanno mandato su Harmonia.» «Sto pensando» disse il robot.
«Fa' con comodo.»
«Ho pensato» disse il robot. «Noi robot SPER siamo famosi per la velocità delle nostre reazioni sinattiche.»
«Complimenti. E cos'hai concluso?»
«Dopo un'attenta valutazione delle prove disponibili, credo che la tua ipotesi sia la più probabile. Mi hanno spedito sul pianeta sbagliato. E questo, naturalmente, ci pone un problema.» «Che dobbiamo risolvere.»
«Ovvio. Ma prima permettimi di avvertirti che si sta avvicinando una creatura di carattere e appetiti sconosciuti.»
Mishkin annuì stancamente. Gli eventi si succedevano troppo in fretta, e lui aveva bisogno di tempo per fare dei piani. Se voleva salvare la pelle doveva pensare, anche a costo della vita.
Il robot era programmato per Darbis IV. Mishkin era programmato per la Terra. E tutti e due si trovavano su Harmonia come due ciechi in un labirinto. Secondo Mishkin, la cosa migliore da fare era tornare nel magazzino. Da lì potevano mettersi in comunicazione con la Terra e aspettare che spedissero su Harmonia un robot adatto, o il pezzo di ricambio, o tutti e due. Ma ci sarebbero voluti mesi, forse anni, e il pezzo di ricambio che gli serviva era solo a qualche chilometro da lì.
Pure, la soluzione migliore era sempre tornare indietro.
Ma poi Mishkin si ritrovò a pensare ai conquistadores del Nuovo Mondo, che si aprivano la strada attraverso la giungla, affrontando l'ignoto e soggiogandolo. Era forse da meno di loro? L'ignoto era forse radicalmente cambiato dai tempi in cui i fenici varcarono le Colonne d'Ercole?
Non avrebbe più avuto il coraggio di guardarsi in faccia se avesse voltato le spalle e si fosse comportato da meno di Annone, Cortez, Pizarro e tutti quegli altri mentecatti.
D'altra parte, se fosse andato avanti e lo avessero ammazzato, cosa gliene sarebbe importato della stima di sé? Nessuno l'avrebbe saputo, poi.
Scoprì che quello che voleva era andare avanti, senza però doverci rimettere la pelle.
Era un problema interessante, su cui valeva la pena di pensare a lungo. Qualche settimana di meditazione gli avrebbe suggerito la via da seguire risparmiandogli...
«La creatura si avvicina rapidamente» disse il robot.
«E allora? Spara.»
«Forse è innocua.»
«Prima spara, poi vedremo se è innocua.»
«Non tutte le circostanze pericolose si possono superare sparando» disse il robot. «Se fossimo sulla Terra.»
«E non su Darbis IV» disse il robot. «Forse il miglior stratagemma consiste nel restare immobili.» «Bisognerebbe sapere se questo pianeta somiglia alla Terra o a Darbis IV.» «Se lo sapessimo saremmo a cavallo» affermò il robot.
La nuova minaccia si presentava sotto la forma di un verme lungo sei metri, color arancione, con strisce nere su ciascun segmento del corpo. In cima, aveva cinque teste. Ogni testa aveva un solo occhio sfaccettato e una bocca grande, sdentata, verde e bavosa.
«Troppo grande per non essere pericoloso» mormorò Mishkin.
«Su Darbis non è così» gli disse il robot. «Lassù più son grandi più sono miti. È da quelli piccoli che bisogna guardarsi.»
«Secondo te cosa dovremmo fare?» «Non lo so» disse il robot.
Il verme era arrivato a meno di tre metri da loro. Le bocche si aprirono. «Spara!» disse Mishkin.
Il robot prese la mira e sparò contro il torace che il verme teneva sollevato da terra. Qualcuna delle teste strinse l'occhio con aria seccata. Tutto qui. Il robot prese di nuovo la mira, ma Mishkin lo dissuase dicendo: «È inutile sparare. Cosa possiamo fare?»
«Rimanere immobili.»
«Ma va' al diavolo! lo me la do a gambe.»
«Non c'è tempo. Sta' fermo!»
Mishkin si costrinse a immobilizzarsi mentre le teste del verme si avvicinavano. Stringendo forte gli occhi, ascoltò la seguente conversazione.
«Lo mangiamo, eh, Vince?»
«Taci, Eddie, abbiamo mangiato un ormitunng intero, ieri sera. Vuoi fare indigestione?» «lo ho ancora fame.» «Anch'io.» «lo pure.»
Mishkin aprì gli occhi e vide che le cinque teste del verme stavano parlando fra loro. Quella che si chiamava Vince era al centro, e spiccava perché era molto più grande delle altre. Vince stava dicendo: «Voialtri mi fate venir la nausea, sempre a parlar di mangiare. Ho appena finito di rimettere in forma il nostro corpo con un mese di ginnastica che volete rimpinzarvi ancora. Bene, io dico no!»
Una delle teste ribatté con petulanza: «Possiamo mangiare tutto quello che vogliamo e quando ci fa comodo! Papà, che Dio l'abbia in gloria, diceva che il corpo era di tutti e cinque e che dovevamo dividerlo in parti uguali.»
«Papà diceva anche che io dovevo badare a voi ragazzi» disse Vince «perché non avete abbastanza cervello neanche da sapervi arrampicare su un albero. E poi, papà non mangiava mai gli sconosciuti.» «Questo è vero.» Una testa si voltò dalla parte di Mishkin. «lo sono Eddie.» Si voltò un'altra testa. «E io sono Lucco.» «Io Joe.»
«lo sono Chico e questo è Vince. Vince, lo mangiamo perché siamo quattro contro uno e sono stufo che tu continui a darci ordini perché sei il maggiore. D'ora in avanti faremo solo quel diavolo che ci piacerà e se tu non sei del parere puoi anche andare dove dico io. Capito, Vince?»
«Taci!» tuonò Vince. «Se qui si dovrà mangiare qualcosa, sarò io a mangiare.»
«E noi?» piagnucolò Chico. «Papà diceva...»
«Mangerò io per tutti» disse Vince.
«Ma se non mangiamo anche noi non sentiamo il sapore» protestò Eddie. «Sentirò io il sapore per tutti» lo zittì Vince. «Scusatemi, Vince...» si azzardò a dire Mishkin. «Per voi sono il signor Pagliottelli.»
«Volevo solo mettere in chiaro che io sono un animale intelligente, e nel mio paese d'origine le creature intelligenti non mangiano i propri simili se non in circostanze eccezionali.»
«Volete insegnarmi l'educazione?» disse Vince. «Mi vien voglia di rompervi la schiena per aver fatto una simile osservazione. E poi, siete stato voi ad attaccare per primo.»
«Non sapevo che foste degli esseri intelligenti.»
«Cercate di ammansirmi?» disse Vince. «Intelligente io? Ma se non ho neanche finito le superiori. Da quando è morto papà, ho sempre dovuto lavorare dodici ore al giorno al laminatoio per mantenere i miei fratelli. Però sono abbastanza intelligente per sapere che non sono intelligente.»
«A me, invece, sembrate molto in gamba, Vince» disse Mishkin con voce melliflua.
«Oh, sì, non mi manca un certo acume naturale. Forse sono intelligente come qualunque altro ignorante verme italo-americano. Ma quanto a istruzione...»
«Si sopravvaluta troppo l'istruzione formale» ribatté Mishkin.
«Può darsi. Ma senza istruzione come ci si può far strada nel mondo?»
«Certo che è dura» ammise Mishkin.
«Riderete quando ve lo dirò, ma sapete che avrei tanto desiderato studiare il violino? Non è buffo?» «Per niente» gli rispose Mishkin.
«Mi vedete, me, lo stupido Vince Pagliottelli, che suona brani dell'Aida sul violino?» «E perché no?» disse Mishkin. «Son certo che avete del talento.»
«Secondo me è stata solo un'illusione» disse Vince. «Poi la vita mi è piombata addosso col suo carico di responsabilità e io ho dovuto sostituire il mantello variopinto del sogno con il ruvido abito grigio del... del...»
«Pane?» gli suggerì Mishkin. «Dovere?» suggerì Chico. «Responsabilità?» suggerì il robot.
«No, niente di tutto questo» disse Vince. «Uno stupido ignorante come me non dovrebbe cercar di fare paragoni poetici.»
«Forse» suggerì il robot «potreste cambiare i termini "il variopinto mantello della fantasia col ruvido abito grigio della realtà".»
Vince lo incenerì con un'occhiata, poi disse a Mishkin: «Chi sarebbe quel tipo lì?» «Un robot SPER. Ma è finito sul pianeta sbagliato.»
«Be', ditegli di tener la bocca chiusa. Non permetto che un robot mi parli a quel modo.» «Scusatemi» si affrettò a dire il robot.
«Perdonato. Credo che non vi mangerò. Ma se volete un consiglio, state attenti dove andate. Non tutti si lasciano ammansire né hanno un buon carattere come me. Altri, qui nella foresta, a quest'ora vi avrebbero già mangiato senza far tante chiacchiere. Vi avrebbero mangiato, perché, a esser sinceri, non siete mica tanto belli.»
«Da cosa dovremmo guardarci, in particolare?» domandò Mishkin.
«Da tutto, in particolare» rispose Vince.

Capitolo VIII

Mishkin e il robot ringraziarono il gentile verme e salutarono con un cenno i suoi maleducati fratelli. Si addentrarono nella foresta perché non c'era altro posto dove andare. Camminavano dapprima adagio, poi più velocemente e ciascuno percepiva ad ogni passo il laido respiro e la tosse malevola della morte che lo seguiva, come sempre. Il robot commentò la cosa, ma Mishkin era troppo occupato per rispondergli.
Oltrepassarono alberi imponenti che li guardavano con occhi color ambra semicoperti da ombre verdi.
Una volta passati, gli alberi bisbigliavano fra loro. «Che tipi strani!» osservò un olmo.
«Per me si tratta di una illusione ottica» disse una quercia. «Specialmente quel coso di metallo.»
«Oh, la mia povera testa» disse un salice piangente. «Che notte. Adesso vi racconto.»
Mishkin e il robot si addentrarono nei recessi più profondi dove le ombre erano più dense e restavano ancora come pallidi miasmi i ricordi dei passati splendori arborei (una specie di vaga luminosità morente che circondava i sacri arbusti e strisciava lungo i rami dolenti).
«Com'è tetro, qui» disse Mishkin.
«A me non fa né caldo né freddo» disse il robot. «Noi robot non siamo tipi emotivi. Però ci hanno dotati di empatia in modo da poter provare tutto, in mondo indiretto, perché è utile condividere le esperienze umane.»
«Uuh!» disse Mishkin.
«Perciò sono propenso a darti ragione. È un posto tetro, direi anzi lugubre.»
Il robot era una brava persona, e non solo una macchina come poteva sembrare a prima vista. Anni dopo, tutto arrugginito e col mantello consunto e cigolante avrebbe parlato di Mishkin ai robot più giovani: «Era un tipo tranquillo. Sembrava un po' sempliciotto. Ma era onesto e pronto ad accettare tutto e andare fino in fondo. Insomma, era un uomo. Non ne vedremo più, di tipi come lui.»
I robot-ragazzi avrebbero detto: «Certo, nonno» e se ne sarebbero andati ridendo alle sue spalle. Erano lisci, lucidi e ben squadrati, credevano di esser gli unici a essere moderni, e non pensavano che tanti erano stati come loro prima e altri sarebbero stati come loro dopo. E se gli avessero detto che un giorno li avrebbero relegati su qualche scaffale insieme ad altri scarti inutili si sarebbero messi a ridere. Così si comportano i giovani robot e nessuna programmazione pare sia capace di cambiarli.

Ma questo sarebbe avvenuto in un lontanissimo futuro. Ora, c'erano il robot e Mishkin che attraversavano la foresta, entrambi pieni di nozioni della specie più squisita e dettagliata, nessuna delle quali però applicabile alla loro situazione attuale. Fu probabilmente allora che Mishkin ebbe questa grandiosa rivelazione: quello che uno sa non si adatta ai suoi bisogni. Ciò che ci serve è sempre qualcosa di diverso, e il saggio costruisce la sua vita intorno a questa consapevolezza della inutilità delle cose che si conoscono.
Mishkin era preoccupato per i pericoli in cui si potevano imbattere. Voleva essere in grado di reagire nel modo giusto. Non sapere come comportarsi lo rendeva nervoso. Più che di morire, aveva paura di fare una figura ridicola.
«Senti, dobbiamo deciderci» disse al robot. «Da un momento all'altro possiamo imbatterci in un pericolo e dobbiamo sapere come affrontarlo.»
«Hai qualche idea?» domandò il robot. «Potremmo lanciare una moneta» suggerì Mishkin.
«Questo» disse il robot «è il massimo del fatalismo, in netto contrasto con l'atteggiamento scientifico che ambedue rappresentiamo. Vorresti che ci affidassimo al caso, addestrati come siamo? Impensabile!»
«Non è che vada molto neppure a me» disse Mishkin «ma penso che sarai d'accordo sul fatto che senza un piano d'azione andremmo dritto al disastro.» Il robot disse: «Potremmo decidere caso per caso.» «Ma ne avremo il tempo?» «Ecco che si presenta un'occasione per scoprirlo.»
Più avanti, Mishkin vide qualcosa di largo, appiattito e sottile come un lenzuolo, color grigio topo. Galleggiava a un metro da terra e si dirigeva verso di loro, come tutto, su Harmonia. «Secondo te, cosa dovremmo fare?» domandò Mishkin. «Magari lo sapessi» disse il robot. «Stavo per chiederlo a te.» «Non credo che faremmo in tempo a scappare.» «Ma fermarci non ci servirebbe» disse il robot. «Dobbiamo sparare?»
«Sembra che sia un sistema che non sempre funziona, su questo pianeta. Forse lo faremmo solo arrabbiare.»
«E se continuassimo a camminare come se niente fosse? Magari ci lascerà stare.» «La speranza della disperazione» disse il robot. «Tu hai qualche altra idea?» «No.»
«E allora, avanti, camminiamo.»

Capitolo IX

Mishkin e il robot camminavano nella foresta, un giorno, nel gaio mese di maggio, quando scoprirono un paio di occhi iniettati di sangue, nel gaio mese di maggio. «Niente è divertente quando ci sei in mezzo.»
«Alzati e fatti contare» aveva detto il padre di Mishkin. Perciò Tom Mishkin si era alzato per farsi contare, e il risultato era uno. La cosa non era stata molto istruttiva, quindi Mishkin non si alzò mai più per farsi contare.
Adesso mettiamoci nei panni del mostro che si stava avvicinando a Mishkin. Fonti solitamente attendibili asseriscono che i mostri non si sentono mostruosi. Quel mostro era preoccupato. Tutti lo sono, a meno di esser sbronzi o comunque su di giri. Sarebbe bene ricordare, quando si incontra qualche essere singolare, che: "Il mostro è preoccupato". E adesso se riuscite a convincerlo che anche voi, come un mostro, siete preoccupato avete fatto un primo passo sulla via della comunicabilità.

«Ahi» disse Mishkin. «Cosa c'è?»
«Ho urtato qualcosa con l'alluce.»
«Se ti fermi non usciremo mai di qui. Continuiamo a camminare.»

Il sole tramontava. La foresta era una tavolozza di colori. Mishkin era un complicato essere umano con un passato, una vita sessuale e svariate nevrosi. Il robot era una complicata imitazione dell'uomo, e lo si poteva anche considerare un uomo. La creatura che veniva avanti era del tutto ignota ma si poteva presumere che avesse anch'essa un bel po' di complicazioni. Tutto era complicato.
A mano a mano che Mishkin si avvicinava, il mostro immaginò diverse cose, nessuna delle quali interessante abbastanza da essere ricordata.
Anche Mishkin immaginò diverse cose.
Il robot invece non se lo permise. Era un tipo di robot antiquato, di mentalità piuttosto ristretta, con un'etica da protestante e non approvava che si indulgesse alla fantasia.
Gocce di acqua cristallina tremolavano sulle labbra verdi, sporgenti, curve. In effetti non erano per niente gocce d'acqua, ma decalcomanie fatte in qualche fabbrichetta, a Yonkers. I bambini le avevano appiccicate sugli alberi.
Il mostro continuò ad avanzare. Rivolse un educato cenno a Mishkin e al robot che risposero con un cortese saluto quando s'incontrarono.
"Chissà che cosa diavolo erano?" pensò il mostro.
«lo me la batto» disse uno degli alberi ambulanti venuti dal nord nella speranza di poter fare un buon colpo in borsa.

«Sembra che abbia funzionato» disse Mishkin. «Di solito sì» disse il robot. «Almeno su Darbis IV.» «Credi che di solito funzioni qui su Harmonia?»
«Non vedo perché non dovrebbe. Dopo tutto, se una cosa va bene una volta può continuare a funzionare per un'infinità di volte. La cifra attuale è "n" meno uno, che è una grossa cifra e presenta un'unica possibilità di errore su un'infinità di ipotesi esatte.»
«E quest'unica eventualità quante volte si presenta?» domandò Mishkin.
«Un po' troppo spesso» gli disse il robot. «Dirò anzi che manda a catafascio la legge delle probabilità.»
«Be', forse sarà sbagliata la tua formula.»
«Nemmeno per sogno» disse il robot. «La teoria è giusta anche se di solito in pratica non funziona.» «Buono a sapersi.»
«Certo. È sempre bene sapere le cose. E poi ecco che ci si presenta un'altra occasione di metterla in pratica. Guarda un po', sta arrivando un altro mostro.»

Capitolo X

Non tutti, nella foresta riusciranno a trarre consolazione dalla filosofia. Il raemita, per esempio, viveva immerso in una nebbia di auto-repulsione. Il raemita sentiva di essere inesorabilmente e completamente solo. In parte, questo era dovuto al fatto che il raemita era l'unico della sua specie, il che tendeva a rafforzare il suo senso di solitudine. Ma il raemita sapeva anche che la tendenza all'alienazione è dovuta agli individui e che le circostanze, dietro la loro influenza apparente, sono solo il terreno neutro in cui l'individuo elabora i suoi drammi interiori. Era un pensiero deprimente e che per di più confondeva le idee, per cui il raemita continuò a camminare sentendosi strano e considerandosi l'unico raemita di Harmonia, il che poi era vero.
"E quella roba cos'è?" si domandò il raemita. Fissò attentamente le due creature sconosciute, poi disse: «Ancora allucinazioni. Ecco cosa succede a essere sensibili come me.»
Le due creature sconosciute, o allucinazioni che fossero, continuavano a camminare, e il raemita riandò rapidamente alla sua vita passata.
«Tutta una gran merda» concluse. «Un raemita lavora una vita intera, e poi cosa succede? Si mette nei guai con la polizia, la sua amica lo pianta, la moglie lo lascia, e allora cominciano le allucinazioni. Ma guarda, degli esseri sconosciuti! E poi che cosa vedrò?»

Capitolo XI

«Ecco cosa faccio adesso» disse la Duchessa di Melba. «Adesso prendo il pegno.»
«E allora, per l'amor di Dio» gridò il Duca di Melba «deciditi a farlo, ma piantala di scocciarmi.»
«Non credo più in te» disse la Duchessa di Melba.
Il Duca di Melba svanì immediatamente da quell'essere inconsistente che era e, per quanto mi riguarda, sarà sempre.

Mishkin si ricordò di qualcosa che era successo in un ranch vicino ad Abilene quando lui era bambino. Ma non riuscì a ricordar nulla, tanto non gli sarebbe servito nelle circostanze attuali, qualunque fossero.
Ci si può trovare sull'orlo di una morte violenta «disse il robot» e continuare a sentirsi annoiati. Chissà mai perché.
«Ci si può scocciare a morte dei pensieri dei robot» rispose Mishkin.

La foresta morì. Fu colpa di una versione vegetale dell'afta epizootica che aveva seminato tanti lutti nelle campagne. Non c'è rimedio. Dobbiamo far a meno della foresta.

Capitolo XII

Mishkin stava attraversando un ampio parcheggio, beige a strisce verdi e gialle. I parchimetri erano color malva, e i vecchi giornali accartocciati erano scarlatti e bronzei. Proprio un bellissimo parcheggio. «A me sembra un parcheggio» disse Mishkin.
«Anche a me» rispose il Duca di Melba arricciando le punte dei lunghi baffi biondi. «Mi ricorda una storia. Una bella storia. Un mio amico era ospite in casa di un suo amico, nel Surrey. A Colstwalds, per la precisione. La stanza che gli avevano assegnato aveva fama di esser infestata dai fantasmi. Il mio amico trovava la cosa eccitante, ma naturalmente non ci credeva. Nessuno ci crede. Be', il mio amico stava sistemando la candela sul comodino... non c'era elettricità in quella casa o, meglio, era venuta a mancare per via di un improvviso uragano. Stava preparandosi per la notte, calmo e tranquillo, quando...»
«Scusate» disse Mishkin «ma voi chi siete?»
«Il Duca di Melba» rispose. «Ma chiamatemi Clarence. Non do importanza ai titoli. Non credo di aver afferrato il vostro nome.»
«Perché non l'ho lanciato» disse Mishkin. «Ah, questa è buona. Originale?» «Una volta lo ero» replicò Mishkin. «Buona davvero.»
«Mi chiamo Mishkin. Avete per caso visto un robot da queste parti?» «A dir il vero no.» «Strano. È scomparso.»
«Non c'è niente di strano» disse il Duca di Melba. «Proprio un attimo fa mia moglie diceva che non credeva in me e, detto fatto, sono sparito. Strano, no?»
«Stranissimo davvero» disse Mishkin. «Ma immagino che capiti.»
«Già, lo penso anch'io» disse Clarence. «In fin dei conti è capitato a me. Si prova una sensazione strana a svanire.» «Come ci si sente?»
«Difficile definirlo. È una cosa inconsistente, se capite cosa voglio dire.»
«Siete sicuro di non aver visto il mio robot?»
«Sicurissimo. Gli siete affezionato?»
«Ne abbiamo viste di tutti i colori, insieme.»
«Vecchi commilitoni» disse il Duca annuendo e torcendosi i baffi. «Ma non come i vecchi compagni d'arme. O come le guerre dei tempi andati. Mi ricordo che una volta, vicino a Ypres...»
«Scusatemi» disse Mishkin. «Non so da dove veniate, ma sono convinto che siate svanito o siate stato fatto svanire in un posto pericoloso.»
«È veramente gentile da parte vostra mettermi in guardia» disse il Duca. «Ma in verità io non corro alcun pericolo. Pericoloso è il film dove siete voi, mentre io mi trovo in una sequenza completamente diversa e molto meno soddisfacente. La proiezione si fa beffe di tutti noi, come disse il poeta. Mi si addicono di più le stravaganze anacronistiche, vecchio mio. Adesso, come stavo dicendo...»
Il Duca di Melba s'interruppe, fermandosi. Un'ombra di scontento gli aveva offuscato la mente. Non era soddisfatto della descrizione che aveva dato di sé. Finora risultava che aveva dei lunghi baffi biondi, pareva vagamente inglese e aveva un'aria un po' sciocca. Non bastava. Decise di rettificare subito la situazione.

Il Duca di Melba era un individuo massiccio e imponente, con occhi di un gelido azzurro. Somigliava a Ronald Coiman, in bello, ma era più amaro e più freddo. Aveva due bellissime mani con lunghe dita affusolate. Anche le zampe di gallina agli angoli degli occhi erano interessanti, oltre alla spruzzatina grigia sulle tempie, perché, invece di attenuare la sua bellezza gli conferivano un che di vissuto, di stanco, che attirava l'altro sesso (e anche molti membri del suo sesso, non tutti gradevoli). Nel complesso era il tipo adatto a reclamizzare un whisky di ottima marca, un abito raffinato, un'auto di gran classe.
Il Duca ci ripensò e gli parve che così andasse bene. Mancava però qualche cosa. Perciò si mise a zoppicare, così, per dare un ultimo tocco e perché aveva sempre pensato che l'essere leggermente claudicante l'avrebbe reso misterioso e attraente.
Adesso che tutto era sistemato, il Duca di Melba si sentiva proprio soddisfatto. L'unica cosa che gli seccava era che sua moglie lo aveva fatto svanire. Era molto avvilente.
«Sapete?» disse a Mishkin. «Ho una moglie. La Duchessa di Melba.»
«Oh, molto interessante» disse Mishkin.
«In un certo senso sì. Ma sta di fatto che non credo in lei.»
Il Duca sorrise fra sé. Un sorriso attraente. Poi si accigliò: un cipiglio attraente, perché sua moglie ricomparve di botto davanti a lui.
La Duchessa di Melba esaminò attentamente il Duca di Melba e poi si affrettò a mutare aspetto. Da grigi, cambiò i suoi capelli in castani con riflessi ramati. Diventò alta, snella, con seno piccolo e un delizioso sederino. Si concesse polsi delicati, una vena azzurra che pulsava sulla tempia, e una piccola voglia a forma di stella sulla guancia sinistra, un paio di gambe fantastiche, un vestito di Pierre Cardin, una borsetta di Hermes, scarpe di Riboflavin, un sorriso conturbante sulle lunghe labbra sottili che non avevano bisogno di rossetto perché erano rosse di natura (un dono di famiglia), un accendino Dunhill d'oro massiccio, guance incavate, nuovi capelli corvini con sfumature bluastre, e un grosso zaffiro invece della fede nuziale.
Il Duca e la Duchessa si guardarono e si trovarono incantevoli. Si allontanarono sottobraccio nel nulla in cui si erano fatti svanire a vicenda.
«Tanti cari saluti» gridò loro Mishkin, guardandosi intorno nel parcheggio senza riuscire a trovar la sua macchina.
Finalmente il guardiano arrivò calmo calmo. Era un ometto tarchiato in tuta verde con le parole Amritsar high school all-stars ricamate sul taschino. Disse: «Il tagliando, prego? Niente tagliando, niente macchina.»
«Eccolo» disse Mishkin ed estrasse un cartoncino rosso dalla tasca laterale del borsetto «Non lasciategli prendere quel tagliando!» gridò una voce. «Chi sei?» domandò Mishkin.
«Il tuo robot SPER attualmente travestito da Rover TC 2000 del 1968. Sei in preda agli effetti di un allucinogeno. Non dare il tagliando al guardiano.» «Qua il tagliando» disse il guardiano. «Non c'è fretta» replicò Mishkin.
«Sì invece» e allungò la mano. Mishkin ebbe l'impressione che le dita del guardiano si fendessero trasformandosi in bocca e arretrò. Il guardiano avanzò lentamente. Adesso era un serpente con ali e coda biforcuta. Mishkin riuscì a scansarlo senza fatica.
Mishkin si trovava di nuovo nella foresta. (Quella maledetta foresta!). Accanto a lui c'era il robot e un grande serpente alato stava avvicinandosi lentamente.

Capitolo XIII

La bocca del serpente secerneva fantasie. Il suo respiro era pura illusione. I suoi occhi erano ipnotici e i movimenti delle ali lanciavano incantesimi. Anche la forma e le dimensioni erano illusorie, in quanto era capace di trasformarsi da gigantesco in microscopico. Ma quando si trasformò diventando più piccolo di una mosca, Mishkin lo catturò abilmente e lo infilò in una bottiglietta di aspirina.
«Cosa ne vuoi fare?» domandò il robot.
«Lo conservo finché non verrà il momento in cui potrò vivere nella fantasia.» «Perché non adesso?»
«Perché adesso sono giovane» rispose Mishkin «e devo vivere avventure, agire e soffrire. Più tardi, molto più tardi, quando i miei fuochi si saranno consumati e i miei ricordi si saranno offuscati, libererò questa creatura, lo e il serpente alato ci avvieremo insieme verso quell'ultima illusione che è la morte. Ma non è ancora il momento.»
«Ben detto» disse il robot. Però si chiese chi stesse parlando per bocca di Mishkin.
Continuarono così a camminare nella foresta. A volte la bottiglietta dell'aspirina era leggera, a volte pesante. Evidentemente quella creatura aveva dei poteri straordinari, ma non sufficienti a dissuadere Mishkin dal lavoro che lo aspettava. Non sapeva di cosa si trattasse, però era certo che la bottiglietta dell'aspirina non c'entrava per niente.

Capitolo XIV

Mishkin e il robot arrivarono sull'orlo di un burrone. I due lati della voragine erano uniti da un tavolato. Guardando in basso si scorgeva un sottile corso d'acqua, a chilometri di distanza.
Il burrone aveva una sua grandiosità naturale che affascinava. Ma la cosa più stupefacente si trovava sopra il ponte di assi tra i due versanti del burrone. Là, nel mezzo, c'erano quattro sedie, un tavolo e quattro uomini seduti. Stavano giocando a carte. Avevano accanto a sé alcuni portacenere ricolmi. C'era una lampadina senza paralume sospesa a qualcosa che non si vedeva e che gettava sulle loro teste una luce pallida.
Mishkin si avvicinò e rimase per un po' ad ascoltarli.
«Apro di un dollaro.»
«Non ci sto.»
«Vedo.»
«Rilancio.»
«Più di un dollaro.»
Giocavano con concentrazione ma anche con evidente stanchezza. Avevano facce gonfie e pallide, e le maniche arrotolate delle camicie erano sporche. Bevevano birra dalla bottiglia e mangiavano panini. Mishkin si avvicinò e disse: «Scusatemi.» Gli uomini lo guardarono e uno disse: «Cosa c'è?» «Vorrei passare.»
Lo guardarono come se fosse matto. «E passa» disse uno. «Non posso» disse Mishkin. «Perché? Sei zoppo o cosa?»
«No, non si tratta di questo» rispose Mishkin. «Ma è che se cercassi di girarvi intorno cadrei nel burrone. Vedete, non c'è posto fra le sedie e il bordo del ponte. Sì, c'è qualche centimetro, ma il mio senso dell'equilibrio lascia un po' a desiderare, così preferisco non correre rischi.»
Gli uomini continuavano a fissarlo. «Phil, hai mai sentito niente di simile?»
Phil scosse la testa. «Di cose strane ne ho sentite, Jack, ma questa oltrepassa i limiti. Eddie, tu cosa ne pensi?»
«Dev'essere sbronzo. E tu, George?» «Mah... e tu, Burt?»
«Stavo proprio per domandarlo a Jack.» Guardando Mishkin Burt disse, non senza gentilezza: «Senti, amico, noialtri stiamo facendo un pokerino nella stanza 2212 del Sheraton-Hilton, e tu ci vieni a raccontare che cadresti in un burrone se girassi intorno al tavolo, mentre in primo luogo non so cosa ci fai nella nostra stanza, ma dato che ci sei puoi andare avanti e indietro per tutto il giorno senza che succeda niente, perché ci troviamo in una camera d'albergo e non sull'orlo di un burrone.»
«Credo che siate in preda a un'allucinazione» rispose Mishkin. «Non è vero che vi trovate in una stanza d'albergo.»
George, o forse era Phil, disse: «E allora dove saremmo?»
«Siete seduti intorno a un tavolo su un ponte di assi sopra un burrone sul pianeta Harmonia.» «Tu, caro mio» disse Phil, o forse era George «stai dando i numeri. Magari hai bevuto, ma noi sappiamo in che albergo siamo scesi.»
«Non so come sia successo» disse Mishkin «ma non siete dove credete di essere.» «Siamo sul ponte che attraversa un burrone, eh?» disse Phil. «Proprio così.»
«E allora come mai siamo convinti di trovarci nella stanza 2212 del Sheraton-Hilton?» «Non lo so» gli rispose Mishkin. «A quanto pare è successo qualcosa di molto strano.» «Oh, su questo non ci sono dubbi» disse Burt. «È successo alla tua testa. Sei matto.»
«Se qualcuno è pazzo, qui» disse Mishkin «siete voi.»
I giocatori di poker scoppiarono a ridere. George disse: «La sanità mentale è una questione di consenso. Noi sosteniamo che questa è una stanza d'albergo, e ti battiamo quattro ad uno. Questo fa di te un pazzo.»
«Questa maledetta città è piena di matti» disse Phil. «Adesso arrivano a entrare nelle camere d'albergo per dire che invece sono dei ponti su un burrone.» «Mi volete lasciar passare?» domandò Mishkin. «Se acconsentissimo, dove andresti?» «Dall'altra parte del burrone.»
«Se giri intorno al tavolo finirai solo dall'altra parte della stanza» disse Phil.
«Io non credo» ribatté Mishkin. «E sebbene sia tollerante nei confronti delle vostre opinioni, nel caso specifico mi rendo conto che sono fondate su un falso presupposto. Lasciatemi passare e potrete vederlo coi vostri occhi.»
Phil si alzò sbadigliando, «lo vado al cesso, così puoi passare dalla mia parte. Ma quando sarai arrivato in fondo alla stanza te ne andrai come un bravo bambino e ti toglierai dai piedi?» «Se questa è una stanza, prometto di andarmene immediatamente.»
Phil si alzò, si scostò di due passi dal tavolo e cadde nel burrone. Il suo urlo echeggiò e riecheggiò a varie profondità.
«Quelle maledette sirene della polizia mi danno ai nervi» disse George.
Mishkin passò rasentando il tavolo, e raggiunse il lato opposto del burrone. Il robot lo seguì. Appena in salvo, Mishkin gridò: «Avete visto che è un burrone?»
«Già che c'è, spero che Phil riesca a far uscire Tom dal cesso» disse George. «C'è dentro da mezz'ora.»
«Ehi, dov'è andato il matto?» disse Burt.
I giocatori si guardarono intorno. «Se n'è andato» disse George. «Che sia entrato nell'armadio a muro?»
«No. Guardavo proprio da quella parte» disse Burt.
«È cascato dalla finestra?»
«Non si possono aprire i vetri.»
«Be', è proprio strano... Ehi, Phil, sbrigati!»
«Non si riesce mai a farlo uscire dal cesso» disse Burt. «Cosa ne direste di una partitina a gin rummy?»
«Prontissimo» disse Burt mescolando le carte.
Mishkin rimase a guardarli per un po', poi si addentrò nella foresta.

Capitolo XV

Mishkin chiese al robot: «Cos'era secondo te?»
«Sto riesaminando le informazioni» rispose il robot. E dopo due minuti di silenzio disse: «Era un gioco di specchi.»
«Mi par poco probabile.»
«Tutte le ipotesi relative alla sequenza presente sono improbabili» disse il robot. «Preferiresti sentir dire che i giocatori di carte si sono imbattuti in una discontinuità del continuum spazio-temporale in cui si intersecavano due piani della realtà?»
«Sì, preferirei così» disse Mishkin.
«Mentalità terra terra» disse il robot. «Possiamo andare avanti?» «Andiamo. Spero che la macchina funzioni.»
«Dovrebbe» disse il robot. «Ci ho messo tre ore a riavvolgere il generatore.»
La macchina, una Citroen bianca, con pneumatici a forma di fungo e luci di coda azionate da un sistema idraulico, era parcheggiata davanti a loro in una piccola radura. Mishkin salì e avviò il motore. Il robot si sdraiò sul sedile posteriore.
«Cosa fai?»
«Pensavo di fare un pisolino.» «I robot non dormono mai.»
«Mi dispiace. Volevo fare uno pseudo-pisolino.» «Allora va bene» disse Mishkin avviando la macchina.

Capitolo XVI

Mishkin guidò in una piacevole prateria verde per qualche ora finché non arrivò a una stradina sporca che si snodava fra due file di salici giganteschi e sboccava in un viale. Di fronte, c'era un castello. Svegliò il robot dal suo pisolino.
«Interessante» osservò il robot. «Hai visto il cartello?»
Su un giovane abete era inchiodato un cartello che diceva: "Castello immaginario". «Cosa vuol dire?» domandò Mishkin.
«Significa che qualcuno ha avuto il buon gusto di dire la verità per evitarci delle complicazioni. Un castello immaginario non ha la sua contropartita nella realtà obiettiva.» «Andiamo a dare un'occhiata» disse Mishkin.
«Ma se te l'ho spiegato ora: il castello non è reale. Non c'è niente da vedere.» «Ma io voglio vederlo» disse Mishkin. «Hai appena letto il cartello.» «Ma forse è uno scherzo.»
«Se non credi a quello che è scritto a chiare lettere» disse il robot «allora non puoi credere a niente. Hai notato, spero, che il cartello è fatto molto bene, la scritta è accurata e leggibilissima, e che nell'angolo in basso a destra c'è il timbro del Dipartimento ai Lavori Pubblici, organizzazione seria e insospettabile, il cui motto è "Noli me tangere". Hanno classificato il castello come immaginario per evitare che la gente pensi che sia vero. Secondo te non ci si può fidare nemmeno del Dipartimento ai Lavori Pubblici?»
«Non dico questo. Ma il timbro potrebbe essere contraffatto» disse Mishkin.
«Questo è un modo di pensare da paranoico» disse il robot. «All'inizio, nonostante la sua apparenza solida e reale, tu consideri il cartello uno scherzo o una fantasia (i due concetti tendono essenzialmente a sovrapporsi). Poi, quando scopri la fonte del cosiddetto "scherzo", pensi che forse è un imbroglio. Immagina che riesca a persuaderti dell'autenticità e della serietà del cartello e di chi lo ha fatto. Cosa faresti? Diresti, a dispetto del consolidato principio del rasoio di Ockham, che i suoi creatori sono immaginari? E che il castello è reale?»
«Si tratta semplicemente di una cosa insolita» disse Mishkin. «Non capita tutti i giorni di imbattersi in un castello e di essere informati che è immaginario.»
«Non ci vedo niente di insolito» disse il robot. «Dall'ultima revisione degli statuti sulla veridicità della segnaletica, dieci divinità, quattro religioni principali e milleottocentododici culti sono stati fino a oggi definiti immaginari a norma di legge.»

Capitolo XVII

Guidati dal sagrestano - un ometto allegro con la barba bianca e una gamba di legno - Mishkin e il robot visitarono il Castello. Scesero lunghe e tortuose scale a chiocciola, passarono attraverso corridoi angusti, attraversarono saloni zeppi di armature pre-ossidate in fabbrica, con le pareti adorne di arazzi pre-sbiaditi e pre-logori in cui campeggiavano vergini e unicorni in posizioni ambigue. Ispezionarono le segrete dove falsi prigionieri fingevano di soffrire finte torture applicate mediante tenaglie e pinze roventi, da parte di un carnefice a cui gli occhiali cerchiati di tartaruga toglievano ogni pretesa di credibilità. (Solo il sangue pastorizzato era vero, però non sembrava). Attraversarono l'armeria dove damigelle col nasino all'insù battevano a macchina in triplice copia una richiesta dell'ultimo modello di spade del Santo Graal e di Picche Barbaresche.
Salirono sugli spalti in cui calderoni di olio Smith & Wesson venivano tenuti al caldo in modo che potessero raggiungere rapidamente l'ebollizione in caso di necessità. Diedero un'occhiata alla cappella dove un giovane prete coi capelli rossi raccontava barzellette in sanscrito a una congregazione di minatori peruviani, mentre Giuda, crocifisso per un ben architettato errore clericale, guardava sconcertato da una croce simbolista di legni pregiati scelti appositamente per la sensibilità spirituale delle loro nervature.
Infine, arrivarono nell'enorme salone dei banchetti dove campeggiava un gran tavolo, carico di polli surgelati arrosto, caraffe di succo d'arancia in barattolo, e roast-beef tagliato a fette alte un dito, crude all'interno e croccanti ai bordi. E poi c'erano bacili di gelati, vassoi di pizze sia napoletane che siciliane, tutte con aggiunta di formaggio, salame, acciughe, funghi e capperi. E tramezzini a più ripiani di lingua, corned-beef, pasticcio di fegato, formaggio fuso, cipolline, insalata di patate e sottaceti. E poi c'erano anche enormi zuppiere di brodo di tartaruga e consommé di pollo con tagliolini, caldaie piene di aragoste cantonesi, e piatti colmi di costolette di maiale in agrodolce, di anatre ripiene di noci, di tacchini farciti con salsa di mirtilli, formaggi, gamberetti e altro ancora.
«Cosa succederà se mangio questa roba?» domandò Mishkin.
«Niente» disse il sagrestano. «Il cibo immaginario non nutre e non procura indigestione.»
«Ha effetti mentali?» domandò Mishkin addentando una salsiccia in salsa piccante.
«Per forza» rispose il sagrestano «dal momento che il cibo immaginario è, in senso letterale, il nutrimento della mente. L'effetto varia a seconda dell'intelligenza e della raffinatezza di chi lo ingerisce. Agli ignoranti e ai creduloni risulta nutriente. Pseudo-nutriente, è chiaro, ma il sistema nervoso non è in grado di distinguere fra avvenimenti reali e immaginali. Ci sono stati degli idioti che hanno vissuto per anni nutrendosi di queste vivande immaginarie, il che sta ancora una volta a dimostrare gli effetti della credulità sul corpo umano.»
«Il sapore è buono» disse Mishkin masticando una coscia di tacchino coperta di salsa di mirtilli.
«Sicuro!» esclamò il sagrestano. «I cibi immaginari hanno sempre un ottimo sapore.»
Mishkin si rimpinzò poi, satollo, andò a sdraiarsi su un divano così morbido che gli conciliò il sonno.

Il sagrestano disse al robot: «Questo è davvero il colmo.» «Perché?» domandò il robot.
«Perché essendosi nutrito di cibi immaginari quel giovanotto farà dei sogni immaginari.» «Ed è un male?» «Genera confusione.»
«Sarà forse meglio che lo svegli» disse il robot.
«Certamente, ma prima perché non accendiamo la TV e la sintonizziamo sul suo sogno?» «Si può?»
«Altroché» disse il sagrestano attraversando la sala per andare ad accendere il televisore, «Quello prima non c'era» disse il robot.
«Il bello dei castelli immaginari» gli fece notare il sagrestano «è che si può avere tutto quello che si vuole quando lo si vuole, senza bisogno di dover dare noiose spiegazioni che sono sempre deprimenti...» «Perché non metti a fuoco quello schermo?» «È già a fuoco» rispose il sagrestano. «Ma ecco i titoli.» Sullo schermo era apparsa la seguente scritta:

La Robert Scheckley Enterprise Presenta "Il sogno immaginario di Mishkin" Rodomontata Neo-menippea Prodotta negli Studios Can Pep di Ibiza.

«E questa che roba è?» domandò il robot. «Niente. Le solite lungaggini. Ma ecco il sogno.»

Capitolo XVIII

Mishkin bighellonava contemplando la natura della realtà quando una voce gli disse: «Ehi.» Mishkin sussultò guardandosi in giro. Non c'era nessuno. Si trovava in un'ampia distesa pianeggiante e per almeno cinque chilometri in tutte le direzioni non c'erano oggetti dietro cui si potesse nascondere. Con ammirevole sangue freddo, Mishkin rispose: «Come va?» «Mica male, grazie. E voi?»
«Abbastanza bene, tutto considerato. Ci siamo già conosciuti da qualche parte?»
«Non credo» disse la voce. «Però non si può mai dire, vero?»
«Proprio così» ammise Mishkin. «Cosa fate da queste parti?»
«Abito nei paraggi.»
«Mi sembra un bel posto.»
«Sì, abbastanza» disse la voce «ma gli inverni sono molto rigidi e umidi.» «Davvero?»
«Sì. Voi siete un turista?»
«Più o meno» rispose Mishkin. «È la prima volta che passo di qui.» «Come vi sembra?»
«Bello. Non sono ancora riuscito a vedere molto, ma per quel poco che conosco direi che è un bel posto.»
«lo ci sono tanto abituato che non ci faccio più caso» disse la voce.
«Già, succede così quando si vive a lungo in un posto.»
«E voi dove abitate?» domandò la voce.
«Sulla Terra» disse Mishkin.
«Grande pianeta rosso?»
«Piccolo pianeta verde.»
«Già... mi pare di averne sentito parlare. Non c'è il Parco Nazionale di Yellowstone?»
«Sì, proprio quello.»
«Siete un bel po' lontano da casa.»
«Eh, direi» disse Mishkin. «Ma mi piace viaggiare.»
«Siete venuto in astronave?»
«Sì.»
«Doveva essere interessante.» «Sì, molto.»
Cadde il silenzio. Mishkin non sapeva come dire al suo interlocutore che non lo vedeva. Pensò che avrebbe fatto meglio a dirlo subito, fin dal principio, perché parlarne adesso poteva avere un effetto un po' strano.
«Be'» disse la voce «adesso devo andare.»
«È stato un piacere parlare con voi» disse Mishkin.
«Anche per me. Immagino che abbiate notato che sono invisibile.»
«Effettivamente l'ho notato. E voi potete vedermi?»
«Sì. Noi invisibili possiamo vedere le cose visibili come capita a voi. Salvo quei pochi disgraziati che sono ciechi, naturalmente.» «E fra di voi, potete vedervi?»
«No, naturalmente. Se ci vedessimo non saremmo più invisibili.»
«Già, non ci avevo pensato» disse Mishkin. «Ma dev'essere una bella noia, o sbaglio?»
«Oh, è una bella noia davvero» disse l'invisibile. «C'incontriamo per strada senza vederci, e qualche volta qualcuno si offende. Ma cosa ci si può fare? L'invisibilità complica le cose anche quando ci si innamora. Per esempio, sabato sera al ballo dell'IWCA ho conosciuto una signorina molto simpatica. Ma come faccio a sapere se è carina o racchia? E come si fa a chiederlo? So che sembra una cosa senza importanza, ma se ci pensate non lo è.»
«Capisco» disse Mishkin. «Però penso che ci siano anche dei vantaggi, a essere invisibili.»
«Oh, certo. Ci divertiamo molto a spaventare la gente. Ma ormai tutti ci conoscono e nessuno si spaventa più. Si seccano e ci dicono le parolacce.»
«Però dovrebbe essere un vantaggio quando andate a caccia.»
«Eh, purtroppo no. Noi invisibili abbiamo il passo pesante e facciamo un sacco di rumore camminando. Appunto per questo diamo la caccia a una sola specie di animali. Li chiamiamo gli Inudibili perché sono sordi. Ma gli Inudibili hanno una carne che sa di poco, anche se marinata o coperta di besciamella.»
«lo avevo sempre creduto che l'invisibilità fosse un vantaggio.» «Lo credono tutti» disse l'invisibile. «Invece è un difetto.» «Peccato» disse educatamente Mishkin.
Seguì un breve silenzio pieno di disagio.
«Qual è il vostro aspetto?» domandò Mishkin.
«Non lo so. Sono invisibile. Radersi è un problema... Attento!»
Mishkin aveva urtato contro un oggetto invisibile facendosi un bernoccolo sulla fronte. Da quel momento, camminò più adagio tenendo un braccio teso in avanti. «Come avete fatto a vedere quell'oggetto invisibile?» domandò. «Non l'ho visto» disse l'invisibile. «Ho visto solo la targhetta.»
Guardandosi intorno, Mishkin notò diverse targhette di metallo infilate per terra. Portavano delle scritte incise in caratteri auto-traducenti (come esigono le leggi interstellari) in modo da renderli comprensibili tanto quanto lo è la grafia inglese per il letterato inglese.
Proprio davanti a lui ce n'era una con la scritta: "Sasso" e poi "Cactus", "Microbus Volkswagen abbandonato", "Persona Svenuta", "Fico Secco (Albero)", "Miniera dell'Olandese Scomparso" e via dicendo.
«Sono stati davvero premurosi a mettere tutti questi cartelli» disse Mishkin passando fra "Mucchio di Spazzatura" e "Ufficio Turistico".
«Oh, li abbiamo messi per motivi puramente egoistici» disse l'invisibile. «Continuavamo a sbattere contro gli ostacoli invisibili.»
«Ma come mai anche le cose sono diventate invisibili?» domandò Mishkin.
«Per contagio. Per un po' sono visibili, poi, a furia di stare in contatto con noi cominciano a svanire finché scompaiono del tutto. Per esempio, un bel mattino, il direttore della banca non trova più la sua banca. Nessuno sa se e quando sono accesi i lampioni stradali. Lattai invisibili fanno il possibile per consegnare il latte in bottiglie invisibili agli inquilini invisibili delle case invisibili. I risultati sono comico-patetici. Ne risulta una gran confusione.»
«Per questo avete messo le targhe» disse Mishkin.
«Sì, ma solo fuori città. In città dipingiamo tutto con vernice visibile.»
«E così avete risolto il problema.»
«Non del tutto. Per esempio, dipingere un quadro con vernice visibile non dà il risultato sperato. E poi ci sono delle persone allergiche alla vernice. Però il difetto più grave sta nel fatto che la vernice visibile tende a diventare invisibile dopo esser rimasta a lungo a contatto di oggetti invisibili. Noi cerchiamo di ovviare continuando a ridipingere tutto, e abbiamo diagrammi, piante e statistiche. Ma non si può sempre arrivare dovunque a tempo, e poi non tutte le vernici visibili danno lo stesso risultato, certe sono più efficienti, certe meno. Inoltre bisogna tener conto degli effetti della temperatura, delle fasi della luna e via dicendo. E su altri fattori stiamo ancora indagando.» L'invisibile sospirò. «Cerchiamo di non lasciarci prendere dalla disperazione e teniamo duro. I nostri scienziati stanno tentando di trovare il sistema di renderci permanentemente visibili. Qualcuno dice che è un'utopia, ma noi abbiamo fede. Se altri, come voi per esempio, sono visibili, perché non dovremmo esserlo anche noi?»
«Non avrei mai creduto che potesse esser così» disse Mishkin. «Ero convinto che fosse divertente essere invisibile.»
«Nemmeno per sogno!» disse l'invisibile: «Essere invisibili è lo stesso che essere ciechi.»

Capitolo XIX

Il deserto cedette il posto al semi-deserto. Mishkin e il robot attraversarono una zona arida e piatta, superarono vecchie strade abbandonate, incontrarono qualche rado cespuglio sparuto, e qua e là una casa diroccata.
Dopo aver superato una piccola altura, videro un uomo in frac e cilindro seduto su una valigia di metallo nero. Davanti all'uomo correva un binario arrugginito che si stendeva per una ventina di metri a destra e a sinistra.
«Porco Giuda» disse il robot. «Un altro squinternato.»
«Che modo di parlare» lo rimproverò Mishkin avviandosi quindi a salutare lo sconosciuto. «Era ora che arrivasse qualcuno» disse l'uomo. «Me ne sto qui seduto da due giorni, e non nego che cominciavo a seccarmi.»
«Cosa state aspettando?» domandò Mishkin.
«Il treno delle 12 e 10 da Yuma» disse lo sconosciuto voltandosi a guardare i binari a destra e a sinistra. «Ma al giorno d'oggi i treni non sono mai in orario.» «lo credo che quel treno non esista più» disse Mishkin.
«Non me ne meraviglierei» rispose l'altro. «Ma ripensandoci mi sembra improbabile. Non posso certo andare a piedi. Il treno arriverà. Ho visto accadere cose strane. Anche a me capitano cose strane. Immagino che sappiate chi sono.»
«Temo proprio di no» disse Mishkin.
«Siete davvero ignorante, sono famosissimo. In questa manifestazione sono Ronsard il Magnifico, il più grande prestigiatore del mondo.»
«Tutte balle» borbottò il robot. «Non lasciatevi ingannare dalle apparenze» disse Ronsard.
«C'è un motivo per cui oggi sono costretto a fare il treno-stop, e aspetto treni inesistenti in posti assurdi. Il Karma ci avvince tutti, vero? Ma poi succede sempre qualcosa. Vi interesserebbe assistere a qualche magia?»
«Moltissimo» disse Mishkin.
«Tutti trucchi» borbottò il robot.
Ronsard ignorò l'ottusa macchina. «Come primo numero farò il gioco del coniglio.» «lo l'ho già visto» disse il robot.
«lo no» ribatté Mishkin. «Quindi fammi il piacere di star zitto.»
Il robot si scostò di un passo e incrociò le braccia. Sulla sua faccia di metallo aleggiava un sorriso scettico, e tutto il suo corpo angoloso spirava incredulità. Mishkin invece si mise a sedere con le mani strette sulle ginocchia, proteso in avanti, interessatissimo. Bastava il suo atteggiamento per capire che non chiedeva altro che di essere sbalordito.
Ronsard aprì la valigia e ne trasse un complicato quadro di comandi, due batterie da automobile, un groviglio di fili, tre circuiti stampati, una bottiglia piena di un liquido denso e un piccolo tachimetro. Inserì i fili in un interruttore rosso e nero attaccato alla testa del suo cilindro, e li collegò ai vari oggetti. Poi prese un "tester" e controllò che tutto fosse a posto. Infine si rivolse a Mishkin con un inchino.
«Osservate, caro signore, questo cappello» disse togliendosi il cilindro. «Come vedete, è vuoto.»
Il robot sbadigliò.
«E adesso, prego, attenzione» disse il prestigiatore. Prese dalla borsa un fazzoletto di seta bianca e lo stese sopra il cappello. Poi fece dei gesti con la destra dicendo contemporaneamente: «Rje-Sgampo Rimpoche-hi Lan Mchig Rinpoche Hi Hrenwa Zhes Bya-wa Bszhugs-so.» E diede un calcio al quadro dei comandi col tallone destro.
Seguì un crepitio di scintille accompagnato da un lungo sibilo. Gli aghi degli strumenti scattarono, poi tornarono sulla posizione normale.
Il prestigiatore tolse il fazzoletto che copriva il cappello ed estrasse da questo un coniglio vivo. Depose a terra la bestiola e fece un inchino.
Mishkin applaudì.
«È un gioco di specchi» commentò ironico il robot.
Il coniglio cercò di rientrare nel cappello, ma il prestigiatore lo cacciò via.
«Tutti i prestigiatori tirano fuori i conigli dal cappello» disse il robot.
«È un numero che si fa per scaldare l'ambiente» spiegò l'artista. «Non c'è niente di soprannaturale in quello che faccio. Si tratta di illusioni, che sono poi apparenze create da un'accurata preparazione, con la complicità di una certa bravura e dell'equipaggiamento adatto. Tutto qui.»
«Ma cos'è di preciso un'illusione?» domandò Mishkin.
«Tutti i fenomeni possono essere considerati illusioni» disse il prestigiatore. «E adesso farò un gioco con le carte. Non sbadigliate, signore. (Questo era rivolto al robot). So che sembra una cosa da niente, ma gli effetti scenici sono stati preparati con cura in modo da intensificare e moltiplicare i risultati. I giochi con le carte sono divertenti, anche se non fantastici o meravigliosi, e fanno aumentare l'interesse prima dei numeri più importanti della serata (cioè del pomeriggio). Ecco qua dunque...» Il prestigiatore prese un mazzo di carte dalla valigia. «Questo è un mazzo di comuni carte da gioco. Ora ve lo consegnerò in modo che possiate esaminarlo con vostro comodo. Constaterete che il mazzo è ancora sigillato come quando è uscito dalla fabbrica, e che non è in alcun modo segnato.»
Porse il mazzo a Mishkin che aprì l'involucro ed esaminò le carte. Anche il robot le esaminò. Nel frattempo, l'illusionista aveva riaperto la valigia e ne aveva estratto tre specchi parabolici posati su un treppiede, un computer a batteria con relative batterie e un piccolo schermo radar. Sistemò gli specchi in modo che fossero rivolti in direzioni diverse e li collegò al radar e al computer. Poi prese le carte e le aprì a ventaglio davanti a ciascuno degli specchi. Inserì alcune informazioni nel computer e rimase in attesa finché il radar non cominciò a emettere il suo acuto bipbip.
A questo punto, tirò fuori dalla valigia un vecchio tavolino pieghevole e lo sistemò davanti agli spettatori, distribuendovi poi sopra le carte.
«Notate come eviti di toccarle» disse. «Così non potrete accusarmi di aver influito sulla vostra scelta. E adesso, prego, vogliate per favore mescolarle accuratamente e sceglierne una. Non fatemela vedere, ma ricordatevela bene.»
Mishkin e il robot fecero quanto era stato detto. Mishkin mescolò tre volte, e il robot ventisette in modo che le carte si confondessero ben bene. Poi ne scelsero una.
«Guardatela attentamente. Imprimetevela nella memoria. E adesso rimettetela nel mazzo e tornate a mescolare.»
Mishkin tornò a mescolare tre volte e il robot ventisette. (Il robot sarebbe stato un ottimo smazzatore di canasta e infatti gli era stato offerto quell'impiego redditizio al North Miami Beach Community Center).
«Ora» riprese il prestigiatore «moltiplicate per sette il numero della carta, tenendo presente che tutte le figure valgono undici. Se il risultato è pari aggiungete undici, se è dispari sottraete due. Ricavate la radice quadrata del nuovo numero così ottenuto fino ai millesimi. Prendete l'ultima cifra, aggiungete nove tenendo presente che se la vostra carta era di un seme nero il numero è immaginario, se di seme rosso il numero è reale. Sommate al numero ottenuto qualsiasi numero reale da uno a diciannove. Fatto?»
«Sì, è facile» disse il robot.
«Qual è il risultato?»
«Ottantasette.»
Il prestigiatore inserì l'informazione nel computer, che cominciò a sputare carta ed esaminò la risposta.
«La vostra carta era il fante di quadri.»
«Esatto» rispose il robot, e Mishkin si affrettò a confermare.
«Tutti sono capaci di fare i giochi con le carte» disse il robot.
«Ma io non sono tutti. Né l'ho mai sostenuto» replicò il mago.
«Scommetto che adesso ci farete vedere il trucco della donna segata in due.»
«Come prossimo numero segherò in due una donna» annunciò il prestigiatore.
«Questo sì che dev'essere bello» disse Mishkin.
«Lo fa con gli specchi» disse il robot.

Anni dopo, Mishkin ricordò la faccia del mago: una lunga faccia americana, rosa e bianca e gessosa, su ossa candide e dure. I suoi occhi azzurri erano specchi che riflettevano un paesaggio irredento; e quando gli specchi diventavano finestre, mostravano un paesaggio interiore identico all'esterno.
Era una faccia speranzosamente rivolta verso i sogni, ma irrevocabilmente forgiata dagli incubi. Infine, la faccia era sicuramente più memorabile degli atti realizzati dal suo proprietario.
L'artista frugò nella valigia e tirò fuori una donna bruna dagli occhi viola con indosso un abito di Piaget e una borsetta di Vuitton. La donna strizzò l'occhio a Mishkin e disse: «A me piace provare tutto almeno una volta.»
«Lo dice sempre» osservò il prestigiatore. «Non capisce che provare una cosa una volta vuol dire prendere l'abitudine.»

Anni dopo, la giovane donna disse a un'amica: «Ero un po' matta a quei tempi. Pensa che mi sono perfino fatta segare in due da un prestigiatore. Cosa ne dici?»

L'uomo prese una sega elettrica rotante dalla valigia e cercò di farla funzionare, ma invano. Allora estrasse dalla valigia una spina elettrica, l'infilò nella sega e questa si mise in funzione.

«Uno di quei soliti trucchi da avanspettacolo?» domandò l'amica.
«Trucco un corno! Quel matto di un prestigiatore, il Grande Thermos o Dermos, non ricordo, faceva sul serio. Faceva per finta come i fratelli Mayo (celebri chirurghi). Non gli è neanche passato per la testa di far finta. Per questo gli ho intentato causa. Ma anch'io ero una bella matta.»
Il prestigiatore tirò fuori dalla valigia quattro chirurghi e un anestesista, tutti ben disinfettati, in camice e maschera. Poi estrasse vassoi di strumenti chirurgici, bottiglie di anestetici, e un tavolo operatorio completo di lampada sovrastante e di sistema di drenaggio.
La donna bruna si sdraiò sul tavolo operatorio. Era bella e coraggiosa. Per vivere un momento come quello valeva la pena di farsi segare in due.
Il prestigiatore attivò la sega elettrica e si avvicinò alla fanciulla.

Contemporaneamente, dalla valigia uscì un uomo sulla cinquantina, corpulento, con un principio di calvizie, che disse con voce alta anche se tremante: «In nome dell'umanità e del buonsenso chiedo che questo matrimonio non venga celebrato!»
«Non è ancora il momento» sibilò il prestigiatore.
L'uomo chiese scusa e tornò a infilarsi quatto quatto nella valigia.

Orfeo, con la sua lira, componeva canzoni; Ronsard, con la sua sega eseguiva tagli. Lentamente (sadicamente?) abbassò la sega che girava vorticosamente fino a posarla sul diaframma nudo della coraggiosa fanciulla che voleva provare tutto almeno una volta. «Stavolta mi sa che l'ho fatta bella» disse la coraggiosa ragazza, e l'anestesista le iniettò una dose di Num-Zit nello stomaco. Il chirurgo fece squittire i suoi guanti di gomma!
Via! Il prestigiatore abbassò la sega e si mise al lavoro. I denti della sega mordevano a fondo. Il sangue sgorgava come acqua da un'innaffiatrice impazzita. Gocce cruente venivano scagliate in aria in ripide parabole di terrore. I chirurghi si fecero avanti prontamente e riaggiustarono la carne con pinze, spugne e suture.
«Bel trucco» disse il robot.
«A me fa senso» confessò Mishkin.
La sega recise arterie e vene. I chirurghi, lavorando con la precisione di un corpo di ballo ben addestrato, cucirono e rattopparono. La fanciulla disse: «Ahi!» e l'anestesista le somministrò altri cinque ce. di Num-Zit oltre a una dose di Antidolorol per buona misura.
Lo stomaco fu tagliato e rappezzato con Scotch Marca Corpo.
«C'è tempo di rifare questo disco?» domandò uno dei chirurghi.
«Attieniti all'essenziale» disse il dottor Zorba.
La spina dorsale fu tagliata e riparata con due stecche per colletto di plastica e mezza pinta di colla Elmer. Il prestigiatore continuava a segare e così intaccò il tavolo. L'anestesista fece uscire dalla valigia un falegname che si affrettò a riparare il tavolo. La fanciulla sorrideva coraggiosamente. Il prestigiatore spense la sega e si inchinò a Mishkin e al robot.
«Nel mio prossimo numero» disse «davanti ai vostri occhi farò...»
S'interruppe perché aveva sentito il fischio del treno. Poco dopo comparve il treno composto da locomotiva a vapore e tre vagoni.
«Spiacente di non poter terminare lo spettacolo» disse il prestigiatore salendo sul primo vagone. «Ma sapete com'è... Succede sempre qualcosa.»
«Biglietto» disse il controllore.
Il prestigiatore estrasse un biglietto dal cappello. Il treno si mise lentamente in moto. Ronsard gridò: «Vi è piaciuto lo spettacolo?»
«È stato magnifico!» disse Mishkin.
«Non era niente. Avreste dovuto vedere l'ultimo numero.»
«E quando lo eseguirete?»
«Adesso.»
«Ma in che consiste?» gridò Mishkin. «E voi chi siete?»
Il treno era però ormai troppo lontano per poter sentire la risposta, ammesso che avesse risposto.
Mishkin e il robot seguirono con gli occhi il treno finché non fu scomparso.
Poi Mishkin disse: «L'ultimo numero mi ha fatto un certo effetto.»
«Specchi» schernì il robot. «Tante chiacchiere e qualche vecchio trucco di palcoscenico.»
Rimasero soli tra cielo e terra che si riflettevano, a discutere di specchi e di effetti scenici.

Capitolo XX

Follie robotiche

Il robot non era sempre stato com'era adesso. Aveva conosciuto gli splendori della gioventù. Anche lui s'era lasciato andare sotto un lauro, sotto un cielo dagli occhi di salice. Anche lui aveva pianto per un'ombra, lottato contro l'amore e conquistato i sentimenti. Figlio di Efesto e della Terra non voleva corrispondere a quelle vedute programmatiche che si identificano solo nell'affinità.
Si può definire un robot come la somma dei suoi rapporti più quarantaquattro chili di metallo e plastica.
I robot ambiscono alla morbidezza per meglio apprezzare la durezza. I robot della zona di Schenectady adorano un essere che chiamano Uomo di Cuoio Bianco. Nessun Freud dei robot è mai venuto a spiegarcene il motivo.
Quando i robot vengono, sputano grasso, proprio come le automobili.
I robot fingono di mangiare. C'è un robot nero che abita nella 125s Strada e guida una Cadillac. Ci sono robot ebrei esperti in esegesi, le cui parti sgocciolano grasso di pollo. Quando i robot fanno all'amore emettono olio come le automobili. Ci sono robot omosessuali che danzano e sono lascivi.
Una volta, un giovane robot si allontanò dalla sua fabbrica e, solo e sperduto, si addentrò in una foresta...
Quante cose ricordava il nostro robot! Fu invaso da una specie di follia. L'incomprensibilità del desiderio gli sembrò una risposta in se stessa. Considerava Mishkin imperfetto ma gli era affezionato, perché era stato programmato così e non ci poteva far niente.

Capitolo XXI

Voci ancestrali profetizzanti psicosi sperimentali prodotte da psicotici sperimentali

«Mishkin, vieni! Non hai niente da perdere all'infuori dei tuoi preconcetti!»

«Prezzo d'ingresso... a vostra discrezione.»

«Su, Mishkin, dimentica quella noiosa faccenda del pezzo di ricambio che non riesci a trovare e vieni a divertirti.»

«Appendi lì la logica.»

«L'unico modo di uscire dai sistemi di ripetizione-costrizione è affidarsi alla novità. La singolarità invece della regolarità. Non si deve mai prevedere la propria reazione. Bisogna attraversare il mondo come se fosse il mondo.»

«Mishkin! Non devi vivere come se la tua esistenza fosse una preparazione alla vita. La preparazione è un'illusione. Ciò per cui credevi di prepararti è quello che fai in questo momento, e cioè ti stai preparando.»

«Principe Mishkin, vi prego di svegliarvi e rendervi conto di chi siete.»

«Cerchi un oggetto fissato nella tua memoria come una pietra in uno stagno poco profondo. Commovente, forse, ma non convincente. Credi di dover continuare a cercare? Può darsi che senza saperlo tu stia risolvendo adesso le tue future ricerche.»

«Ecco qui, Mishkin, ho trovato l'uovo che cercavi.»

«Ho perso l'adorata scarpa in circostanze drammatiche, ma Mishkin l'ha ritrovata.»
«Eccolo qua, Mishkin, il Santo Graal!»
«Parola mia, ha ritrovato la città perduta di Atlantide!»
«Mi venga un colpo! Ha scoperto la miniera dell'Olandese Scomparso!»
«Che sia maledetto se non ha ritrovato il Santo Sepolcro!»
«L'attacco a quanto vi proponete è molto pericoloso e non va preso alla leggera. Ci sono cose che ci attirano ma ci distruggono. A volte è meglio restare immobili e lasciarci divorare.» «Aprite le porte! Lasciate passare Mishkin!»

«Sento odor di distrazione! Qualcuno qui non sta attento.»

«Mishkin ha trovato la Dea Bianca.»
«E anche il vaso di monete d'oro alla fine dell'arcobaleno; la grotta segreta dove abitano le sirene; la tomba di Carlomagno; il Palazzo di Barbarossa; i Libri Sibillini, la Pietra Filosofale... tanto per elencarne qualcuno.»

Capitolo XXII

Mishkin viveva in una bella casettina con una bella mogliettina e una piccola vigna. Tutto quello che aveva era bello e piccolo. Però c'erano delle eccezioni: per esempio un bel cagnone, un brutto seggiolone, e una brutta automobilina. Però il resto era tutto piccolo e bello.
Un giorno

FLASH NEL FUTURO!

A prima vista pareva vecchio: i capelli bianchi, l'andatura incerta, il labbro inferiore penduto, gli occhi appannati, le mani nodose, facevano pensare che fosse più vicino agli ottanta che ai settanta. Quale sorpresa allora, nello scoprire che in realtà aveva solo ventitré anni! «Successe una cosa che mi ridusse così» balbettò il vegliardo. «Dev'essere stata una cosa terribile» osservò Mishkin.
«Lo sarà» disse il vecchio. «Devi sapere che per colpa di un relè difettoso nel continuum spaziotemporale io ricordo un avvenimento che avverrà nel futuro. La coniugazione dei verbi forse è un po' confusa, ma certo capirai.»
«Credo di sì» gli disse Mishkin. «Ma cos'è stato o cosa sarà questo avvenimento che vi ha cambiato in modo tanto drastico?»
«Giovanotto» disse il vecchio. «C'ero anch'io quando la Terra combatté l'ultima e più grande battaglia contro le Nere Creature Infernali del Remoto Arturo.» «Raccontate» lo incitò Mishkin.
«Stavo appunto per farlo» disse il vecchio, e si sistemò comodamente, almeno per quel tanto che potevano permetterglielo le sue fragili ossa.

Capitolo XXIII

La Terra contro le Nere Creature Infernali del Remoto Arturo

La supercorazzata spaziale classe XK-12 X al comando del capitano John McRoy, di servizio lungo il Confine Meridionale della Fascia Stellare, fu la prima a captare il segnale che presto tutta la Terra avrebbe imparato a temere. Ma questo fu solo l'inizio. Il primo sintomo che qualcosa non andava come avrebbe dovuto si verificò quando il radiotelegrafista di seconda classe Rip Halliday entrò nella cabina del capitano, con una smorfia di preoccupazione sulla simpatica faccia giovanile cosparsa di efelidi.
«Comodo, Rip» disse il vocione gioviale del capitano. «Vuoi bere? Lee Pan Hao, il nostro simpatico cuoco cantonese, ha preparato del cacao energetico che dà sul serio la carica. O preferisci qualche dolcetto fatto con vera cioccolata marziana?»
«No grazie, capitano, per ora non prendo niente.»
«E allora stravaccati su quella poltrona, e sentiamo un po' cos'hai da dirmi.»
Rip Halliday si stravaccò, ma non senza rispetto. Alla sua età, e col grado che ricopriva, sentiva ancora gli effetti della disciplina, per quanto i superiori insistessero perché non si facessero distinzioni di gradi e i rapporti fossero privi di formalità. Era un sistema che funzionava: così gli inferiori, pur sentendosi a loro agio coi superiori, li rispettavano.
«Bene, signor capitano, stavo...»
«Rip, ti prego, in cabina non sono il signor capitano. Chiamami John.»
«Be', signor John, stavo facendo il solito controllo della banda radio 6B2 con un selettore a zero tanto per vedere come funzionava. Se ricordate le equazioni di Thalberg-Martin, signore...»
Il capitano sogghignò e sollevò una muscolosa manona rosa. «Gli effetti radio sono il vostro campo, Rip. lo sono solo un camionista intergalattico. Non sono mai andato oltre le trasformazioni sigma. Quindi cercate di mettere tutta la faccenda in termini semplici. Che cosa avete captato?»
«Un segnale» rispose prontamente Rip. «Era così forte che per poco non mi ha assordato.»
Il capitano annuì. «Forse non c'è motivo di allarmarsi. Non può essere colpa di qualche stella?»
Halliday scosse la terra. «Non ce ne sono nelle vicinanze.»
«Che si trattasse di una deflessione?»
«Impossibile, data la nostra attuale velocità e le coordinate.»
«Allora forse era un effetto provocato dalla statica, dovuto alla concentrazione di detriti cosmici in attrito uno contro l'altro?»
«Impossibile, signor John, l'emissione sarebbe stata completamente diversa. E poi quel segnale era emesso sulla modulazione di frequenza. Il capitano fischiò debolmente.» Nessuna scarica naturale può esserne stata la causa.
«Infatti, signor John. Quel segnale non può esser stato emesso altro che da esseri intelligenti». «Uhm» disse il capitano.
«Non può darsi che ci sia nelle vicinanze qualcuna delle nostre navi?» domandò speranzoso Rip.
Il capitano fece un cenno di diniego. «La nave terrestre più vicina si trova sul lato opposto di Fiona II.»
Rip fischiò di nuovo debolmente. «Proprio come temevo.»
«Quindi significa che ci siamo messi in contatto con una forma d'intelligenza sconosciuta» disse il capitano «e che vi ci stiamo avvicinando rapidamente. È la prima volta che l'uomo entra in contatto con altre creature intelligenti. Sarà bene avvertire Marv Painter che ci occorre una traduzione di quegli impulsi, e subito.»
Le efelidi di Rip Halliday spiccavano sul pallore improvviso della faccia. «Vado immediatamente, John, cioè, signor capitano.»
La porta si dilatò per lasciar passare il radiotelegrafista dai capelli rossi. Rimasto solo, il comandante guardò la stereografia di sua moglie e dei suoi tre figli. Bevve un bicchiere di Gatorade nel silenzio più assoluto, poi premette il pulsante dell'interfono.
Comunicò all'equipaggio che, fino a prova contraria, avrebbero agito partendo dal presupposto di essere in contatto con esseri sconosciuti dalle intenzioni altrettanto ignote. Evitò tuttavia di dire che secondo le equazioni Rand-Orey si prevedeva al 98,7 per cento la probabilità di un contatto ostile. Aveva ricevuto ordine di non dirlo finché le intenzioni degli esseri sconosciuti non fossero chiare. Prospettare l'eventualità di un disastro sarebbe servito solo a rendere meno efficiente quella perfetta macchina che era il suo equipaggio.

L'ingegner Duff McDermott attraversò con passo pesante la passerella più bassa, poi si fermò a ispezionare per la ventesima volta in un'ora le spie dei propulsori. Gli aghi se ne stavano placidamente depositati sul verde, come McDermott si aspettava. Ma sapeva di non poter evitare di guardarli, dato che al momento del contatto mancavano solo 2,0045 ore.
«Che ti sembrano?» chiese Andy Tompkins, l'amico del secondo assistente ingegnere, col pomo d'adamo ben visibile che danzava sotto una faccia felice e assente.
«C'è la mano del demonio» replicò McDermott. Più tardi, avrebbe ricordato la risposta e si sarebbe chiesto se non era il caso di credere alla preveggenza da stress.

«Marv» chiese il capitano «come va?»
«Benissimo» rispose Marv Painter, il giovane timido, magro genio cibernetico dai capelli rossi. «Dovremo avere una risposta intelligibile non appena l'avrò calettata in questo deflettore d'impulsi rigenerativo in base zero virgola zero, inserendo l'immagine nel circuito di riproduzione del banco di memorie traduttrici del computer a doppio impulso.»
«Allora capiremo davvero cosa dicono?» chiese il capitano.
«Ma certo! Non sarà proprio una traduzione letterale, in quanto non disponiamo del vocabolario adatto. Ma se regoleremo il computer in modo da combinare le probabilità di senso con l'effettiva distinzione gerarchica, possiamo sperare di avere un'accurata traduzione analogica. Questo almeno è il mio parere, comandante, se però voi avete un'altra idea...»
«Marv» lo interruppe McRoy «la prima legge della collaborazione interplanetaria dice: lasciate fare a chi sa fare e chi non è capace resti in salotto a far girare i pollici e a bere il caffè senza metterci bocca, lo sono un semplice camionista spaziale, il cibernetico sei tu, e quel che fai è ben fatto, finché resti entro i limiti della tua specialità.»
«Grazie della fiducia, comandante» disse Marv, sfoderando un sorriso. «Se governassero la Terra come voi comandate la vostra nave, la navigazione dell'umanità sarebbe più tranquilla.»
«Per carità» si schermì l'ufficiale con falsa modestia, «lo seguo il regolamento, mi baso sul buonsenso, mitigo la giustizia con la comprensione, tratto tutti allo stesso modo senza badare alle differenze sociali imposte dal sistema. Ma l'apparecchio non si è messo in funzione?»
Marv Painter si precipitò a controllare. Il video ripetitore si era acceso e vi campeggiava l'immagine dell'interno di un'astronave sconosciuta. Si vedeva qualcuno ai comandi. Era una creatura bipede, ma la somiglianza con la razza umana cominciava e finiva lì. Quella creatura era verde, alta quasi due metri, di costituzione massiccia. Aveva un esoscheletro chitinoso e dalla fronte uscivano due antenne in cima alle quali si trovavano gli occhi. Aveva anche una gran bocca pendula con due file di denti appuntiti come quelli dei pescecani.
Lo sconosciuto parlò: «Tanti saluti, forma di vita inferiore, vermiforme, appena senziente, lo sono Thanatos Superbum, Capitano generale della Stirpe di Malachite, Signore del Nido dell'Avvoltoio, Duca Straordinario presso gli O'Neil, e vari altri titoli sia ereditari che conferiti a me personalmente. In ginocchio, rifiuti di fogna; e rendete omaggio al vostro superiore mentale, mortale e fisico. Ditemi il nome, il grado e il numero di serie, il tutto in meno di venti parole altrimenti ridurrò in polpa le vostra ossa. Ho detto.»
«Che strano modo di parlare» disse Marv.
«Strano e minaccioso» disse il capitano a cui la preoccupazione aveva inciso due profonde rughe sulla fronte.
«Però in parte è colpa del computer che ha dovuto tradurre in termini terrestri scegliendo fra le espressioni che aveva a disposizione nei banchi delle memorie» disse Marv. «Forse suona strano per questo.»
«Ma i dati emotivi e informativi corrispondono?» domandò il capitano. «Purtroppo sì» disse mestamente Marv.
«Allora a quanto pare ci ritroviamo per le mani una bella rogna. Mi sembra proprio che quell'alieno non abbia intenzione amichevoli.»
«Anch'io ho la stessa impressione» disse Marv con aria infelice. «Signore, credo che stia aspettando una risposta.»
«Gliene do subito una» disse il capitano voltandosi verso il microfono. Parole irose gli ribollivano nella mente come gas in espansione secondo la Legge di Boyle. Ma il capitano si costrinse a mettere in funzione le Equazioni Interpersonali Martins-Turner che facevano parte dell'ipno-addestramento a cui erano sottoposti gli esseri umani al di sopra del Livello di Intelligenza Numero 4. Istantaneamente, una gelida calma si impadronì del capitano che fu in grado di ragionare in modo logico e obiettivo. "Ho ascoltato parole che possono o meno rappresentare una realtà obiettiva" pensò. "Comunque sia non mi lascerò influenzare dai sentimenti e cercherò: a) di considerare la situazione in modo obiettivo; b) di adattarla (se possibile) ai bisogni della Terra e dell'umanità".
E disse al microfono: «Salute a te, Thanatos Superbum. Sono McRoy, comandante di questa nave. Ho intenzioni pacifiche, come tutti quelli della mia razza. Spero altrettanto di te.»
«Sangue, sudore e cachinni!» esclamò Superbum. «Sento odore di Americum. Al diavolo le buone intenzioni... niente pace, ma spada! Dilaniamoci a vicenda. L'audace, toujours l'audace. Se non soccombono al primo colpo, continua a colpire.»
«Anche tenendo conto delle analogie con i loro possibili anacronismi» disse il capitano «quel tipo mi pare isterico, bieco e animato da cattive intenzioni.» Tornò al microfono, e chiese al Superbum se non si potevano sistemare le cose in modo pacifico.
«La pace va bene per quei finocchietti filocomunisti» ghignò l'essere di un'altra razza. «Tuttavia voglio farti un'offerta. Puoi scegliere tra l'essere disintegrato immediatamente dalla forza inconcepibile dei nostri raggi mortali, dopo che la nostra flotta spaziale avrà distrutto la vostra e noi avremo conquistato la Terra e inserito speciali circuiti radio nei cervelli di tutti gli uomini in modo da renderli schiavi e soggetti a svariati destini peggiori della morte, o scegliere l'altra alternativa.»
«E sarebbe?»
«La stessa cosa. Solo che se non opporrete resistenza saremo più miti.» «Sono scelte inaccettabili» replicò con una grinta cupa il comandante McRoy.
«E allora vi dico: state attenti, preparatevi e vinca il migliore. Ma badate, io e i miei ragazzi ne faremo polpette di tutti voi senza andar tanto per il sottile.»
Il capitano troncò le comunicazione e ordinò con cipiglio ai suoi uomini di mettersi ai posti di combattimento. Regolò mentalmente la propria temperatura epidermica e il flusso di adrenalina, perché aveva la sensazione che le prossime ore sarebbero state piuttosto dure.

Capitolo XXIV

Voci da un altro livello

In un posto che non si può dire dove si trova in termini di equivalenza spazio temporale, si incontrarono tre esseri. In vista dell'incontro avevano assunto sembianze umane, sebbene non fossero loro abituali. Il capo si faceva chiamare Ka a puro scopo di riconoscimento. Il suo corpo eroico e la sua testa magnificamente scolpita erano circondati da un alone dorato.
«Non è necessario spiegare niente» disse Ka. «Noi tre qui riuniti sappiamo che le flotte spaziali della Terra e del Superbum sono destinate a scontrarsi secondo le immutabili leggi del dualismo. Sappiamo anche che la Terra rappresenta molte cose buone che approviamo, mentre il Superbum è l'incarnazione del male. Credo inutile ricordare che nei nostri interessi è importantissimo che vinca la Terra. Ma sappiamo pure che, con o senza il nostro intervento, nelle attuali circostanze la Terra ha pochissime probabilità di vincere. Siamo d'accordo che è inutile discutere su questi argomenti?»
Gli altri due esseri espressero la propria approvazione. Uno dei due, De-Ao, disse: «Sono d'accordo sul fatto che è inutile discutere ciò che a noi risulta ovvio. Perciò resta solo da domandarci in che modo interverremo e quando.»
Il terzo essere, Maening, disse: «La mia analisi concorda con quelle prima esposte. Rimane da decidere cosa dovremo fare, e quando, cosa che non ho bisogno di dire in quanto è già stata detta.» «Temo» osservò Ka «che non potremo permetterci di aiutare la Terra in nessun modo.» Gli altri due lo guardarono costernati.
«La Terra deve sbrigarsela da sola» disse Ka «per motivi che vi risulteranno evidenti se vi concederete un attimo di razionalizzazione al decimo livello Fourneano.» Gli altri eseguirono e giunsero alle stesse conclusioni di Ka. «È un risultato penoso» disse Meaning.

Capitolo XXV

Servizio di rifornimento d'emergenza

«Vi forniamo tutto quel che vi occorre quando vi occorre» disse il signor Monitor. «È proprio di questo genere di servizio che ho bisogno» disse Mishkin.
«A vostra completa disposizione. Al giorno d'oggi ci sono tante complicazioni che è impossibile ad ognuno superare da solo le sue. Non resterebbe più tempo per altro. Noi siamo a disposizione di chiunque, per risolvere i suoi problemi. Lo facciamo con sveltezza e abilità. Siamo specializzati.»
«Mi pare di potermi fidare» disse Mishkin.
«Grazie della fiducia» rispose il signor Monitor.
«La cosa di cui ho bisogno» disse Mishkin «è un pezzo di ricambio per motore di astronave. Numero L-1223A.»
«Subito fatto. Come pagherete?» «Mettetelo sul mio conto.»
«Siete un cliente ideale. Un pezzo di ricambio per motore di astronave numero L-1223A è già in viaggio.»
Il signor Monitor mostrò a Mishkin le sue inserzioni sul New York Times, il New York Magazine e la Voce del Villaggio. Erano tutti osannanti. Quale raccomandazione migliore si poteva chiedere? Il signor Monitor se ne andò.
Mishkin si mise a sedere su un ceppo, in attesa. Dopo qualche ora sentì il rombo di una motocicletta. Vide un uomo con giacca di cuoio a frange e berrettino di camoscio arrivare attraverso gli alberi della foresta. Sui sedile posteriore della moto era legato un pacco.
A cinquanta metri da Mishkin, il motociclista urtò contro una mina. L'uomo, la moto e il pacco finirono a brandelli.
«Presto e bene raro avviene» disse Mishkin.

Capitolo XXVI

Mishkin bighellonava per la foresta collezionando odori, suoni, panorami, gustando la brezza, insomma si comportava in modo molto spirituale. Canterellava a fior di labbra un motivo senza parole facendo schioccare le dita per sottolinearne il ritmo. Era in questo stato d'animo quando s'imbatté in un uomo appoggiato a un albero.
L'uomo aveva gli occhi chiusi. Non respirava, però non sembrava nemmeno morto. Sul petto nudo spiccava una targa di bronzo su cui era scritto: "Accendimi" e, sopra, c'era un interruttore a chiavetta.
Mishkin girò la chiavetta.
L'uomo aprì immediatamente gli occhi. Si afferrò la testa e barcollò tanto che avrebbe finito col cadere se Mishkin non lo avesse sorretto deponendolo poi gentilmente a terra.
«Grazie, caro signore» disse l'uomo. «Forse mi chiamo Alex Gonkin e vi sono molto obbligato. Anche se, forse, era meglio che mi lasciaste spento, perché ora che ho ripreso conoscenza le mie paure minacciano di sconvolgermi il precario equilibrio della mente.»
«Di cosa avete paura?» domandò Mishkin.
«Ho sentito la voce che diceva: "Per ucciderlo, dobbiamo uccidere tutti i suoi io" e ho subito capito che per sopravvivere dovevo tener nascosto il fatto che l'io è molteplice. Potrei definirla la mia prima linea di difesa. La seconda era costituita dalla presenza degli altri io e della loro intercomunicabilità. Mi sono subito reso conto che i miei io dovevano essere uccisi contemporaneamente, o pressappoco, per evitare che capissero cosa stava succedendo e potessero prendere le misure adatte a difendersi. Mi seguite?»
«Credo di sì.»
«Allora siete pazzo e io non parlo più. Adesso dirà qualche parola il mio Accusatore.» L'Accusatore scese da un albero e si piazzò accanto a Mishkin sbocconcellando una mela con aria di rimprovero.
«Non dovevi accendere quello che era spento» disse l'Accusatore.
«State a sentire» disse Mishkin. «Se Dio non avesse voluto che quest'uomo fosse acceso non gli avrebbe messo quell'interruttore sul petto.»
«È vero... Ma nella Sua ineffabile saggezza Dio ha fatto anche in modo che l'interruttore potesse essere spento.»
«Però Dio ha anche messo quella targa su cui è scritto "Accendimi".» «L'esegesi è una pericolosa forma di presunzione» affermò l'Accusatore.
«Non voglio insistere» disse Mishkin. «Ma secondo me la morale è chiara, e cioè che le persone con un interruttore sul petto non ti saltano addosso.»
«Cosa dici?» urlò l'Accusatore. «Che roba è mai questa? Sei completamente impazzito?» «Cos'ho detto? Cos'è successo? Dove sono?» domandò Mishkin.
«Le tue azioni verranno esaminate» disse l'Accusatore «e ti faremo sapere cosa abbiamo deciso.»

Capitolo XXVII

Nella sala degli specchi deformanti

Si può produrre l'automatismo nelle persone. Anzi, uomo e automatismo sono sinonimi. Noi siamo dominati dalle nostre emozioni. Galleggiamo trasportati qua e là sulle correnti di ciò che vogliamo e di ciò che non vogliamo, di ciò che desideriamo e di ciò che ci desidera.
Comunque, prendiamo un oggetto, un qualsiasi oggetto. Un'arancia. Ma la mente rifiuta un'arancia, rotonda e arancione, paradossalmente quadrata. Prendiamo qualche altra cosa. Ormai però abbiamo preso l'arancia. Solida, con la scorza butterata. Per associazione d'idee ci vengono in mente molte cose, tutte banali. Bisogna togliere l'arancia dall'elenco degli oggetti con cui poter fare delle associazioni d'idee.
Basta con le arance. Le arance occupano un posto troppo importante. Prendiamo un'arancia. No, abbiamo già preso troppe arance. L'arancia è una panacea della mente. Perché non prendiamo invece un intestino? È facile immaginarlo, capace di produrre molte trame romanzesche. Ma gli intestini finiscono per essere sempre dei noiosi labirinti. Continuano a girare e girare intorno e ne risulta un'arancia. Gli intestini sono pieni di cose sgradevoli. Forse è meglio tornare alle arance.
Prendiamo un'arancia. Prendiamola subito prima che lei prenda noi. Il mondo dell'arancio non è forse del tutto incomprensibile. Prendiamo Mishkin e le arance. Da anni Mishkin non pensava alle arance. Almeno apparentemente. Ma in verità noi sappiamo che l'assenza di una cosa ne implica la presenza. Perciò riteniamo che nella mente di Mishkin sia presente l'arancia e da qui possiamo trarre molte deduzioni.
Una cosa è certa: consciamente, Mishkin non si è mai reso conto della sua infatuazione negativa nei riguardi delle arance. Mishkin e il suo anti-arancismo. Arance e anti-Mishkismo.
Però non dobbiamo commettere l'errore di fermarci a queste due semplici opposizioni. Può anche darsi che la decisa avversione di Mishkin per le arance non debba implicare l'opposto. Probabilmente la figura retorica che meglio definisce la situazione è un ossimoro: la congiunzione degli opposti. Le incongruenze non sono reciproche. La reciprocità si annulla nell'ossimoro.

Capitolo XXVIII

«Da queste parti si trova anche la bestia che ammazza con la noia» disse il robot. «La sua voce è ferma e autoritaria. Le sue affermazioni incontestabili e incredibili. Il suo aspetto irreprensibile e sgradevole. Basta vederla perché ti auguri che muoia anche se non ti ha mai fatto niente di male, anzi, non ha fatto niente. Ti parla in modo ragionevole. La tensione diventa insopportabile. L'incapacità ad agire ti porta all'apatia, acuita dall'estrema monotonia della situazione. E poiché non puoi uccidere, ti uccidi.»
«E adesso dov'è?» domandò Mishkin.
«Sta annoiando a morte un pesce da mangiare a cena, mediante una conferenza sui suoi diritti inalienabili.»
«Scusatemi» disse un pesce. «Nessun pesce è mai morto di noia.» «Vai a farti friggere» disse il robot.

Capitolo XXIX

Confusione come chiave per la comprensione

Su una piatta roccia bianca Mishkin vide un telefono bianco. Mentre si avvicinava, il telefono cominciò a suonare.
Mishkin sollevò il ricevitore e disse: «Pronto!»
«Tom? Tom Mishkin! Sei tu?»
«Sono io» disse Mishkin. «Chi parla?»
«Tuo zio, Arnold Epstein. Come va, Tom?»
«Non c'è male» disse Mishkin. «Ho delle difficoltà...»
«E chi non ne ha? Ma la salute è buona?»
«Ottima, zio Arnold. E tu come stai?»
«Tutto considerato mica male, Tom. Mi fa piacere di sentire la tua voce.» «Come mai mi telefoni, zio Arnold?»
«È un omaggio della A & P. Ero il milionesimo cliente della mattina e mi hanno regalato un cestino di frutta e una telefonata gratis a chiunque e in qualunque posto.» «Be', sei stato gentile a ricordarti di me.»
«Per me è un piacere sentire la tua voce. Dimmi, Tom, come stanno papà e mamma?»
«Bene» disse Mishkin.
«E tua sorella?»
«Bene anche lei. È in Europa.»
«Oh che bellezza! E tu dove sei? Non ho capito bene quello che ha detto la centralinista.» «Sul pianeta Harmonia.» «È un bel posto?»
«Abbastanza.»
«Be', goditi la vacanza. C'è niente che posso fare per te?»
«A dir la verità, sì» disse Mishkin. «Hai un foglietto e una matita?»
«Mi conosci, Tom, sai che non giro mai senza carta e matita.»
«Allora scrivi: pezzo di ricambio per Motore numero L-1223A. Mi occorre assolutamente.» «L'ho scritto. Lì non ci sono depositi della Sears e Roebuck?» «No, zio Arnold. Harmonia è un paese sottosviluppato.» «Come Tobago?»
«Anche peggio. Zio Arnold, devi spedirmi quel pezzo di ricambio al più presto, col mezzo più veloce.»
«Sta' tranquillo, Tom. Ricordi Seymour Gulstein, il figlio della più cara amica di tua zia Rachele, Gertie? Be', Seymour fa lo spedizioniere alla Società di Spedizioni Interplanetarie Crowley. Mi procuro il pezzo di ricambio e lo affido a lui, così lo riceverai in un paio d'ore, un giorno al massimo.»
«Magnifico, zio Arnold! Credi che arriverà davvero così presto?»
«Puoi contarci, Tom. Zio Arnold ti ha mai mentito?»
«Non so come ringraziarti.»
«Per carità, Tom. Stammi bene e telefonami quando sarai tornato a casa.»
Mishkin riappese e tirò un sospiro di sollievo. Se zio Arnold aveva promesso, poteva contarci. Zio Arnold era un uomo di parola.
I governi promettono più di quanto possono mantenere, gli scienziati a volte sono troppo ottimisti sul risultato delle loro scoperte, i robot forse sopravvalutano le loro capacità, ma zio Arnold era un uomo retto che andava dritto allo scopo. Forse era un po' ottuso, ma insostituibile. La tartaruga su cui posava Ercole allorché resse il mondo sulle spalle... be', anche quella tartaruga si chiamava Arnold.

Capitolo XXX

Mishkin e il robot s'imbatterono in un albero che, all'estremità dei rami, aveva grandi occhi azzurri con sopracciglia spesse. Tutti gli occhi ruotarono in direzione di Mishkin.
«Sapevo che sareste passato di qui» disse l'albero attraverso un altoparlante inserito nel tronco. «Spero che non negherete di essere Thomas Mishkin.»
«No. Sono io. E voi chi siete?» disse Mishkin.
«Sono un esattore di debiti travestito da albero» rispose l'esattore di debiti travestito da albero. «Cristo!» disse Mishkin «e mi avete seguito fin qui su Harmonia?»
«Proprio così. È una storia curiosa. Il signor Oppenheimer, direttore dell'Agenzia Ne Plus Ultra per l'Esazione dei Debiti nella quale sono impiegato, ha avuto un'ispirazione mentre era imbottito di acido alla scuola locale Tai Chu Chuan. A un tratto è balenato alla mente del signor Oppenheimer che l'essenza della vita è l'adempimento, e un uomo può giudicare la propria esistenza solo in rapporto alla serietà con cui ha recitato la sua parte. Fino a quel momento Oppenheimer era stato di manica larga, e seguiva la solita norma di esigere i debiti che venivano pagati facilmente, far la voce grossa negli altri casi e, alla fine, lasciar perdere. Ma poi Oppenheimer ebbe la sua rivelazione. Al diavolo la mediocrità, si disse; se sono il direttore di un'agenzia per l'esazione dei debiti, etica e scopo della mia vita devono essere l'esazione dei debiti. Forse la gente non mi capirà, ma le generazioni future potranno giudicare l'eccezionale purezza dei miei ideali.
«E così Oppenheimer partì deciso seguendo la nuova strada, destinata probabilmente a farlo fallire nel giro di un anno. Convocò tutti noi esattori e disse: "Cari signori, è venuto il momento di agire a fondo. All'inferno le mezze misure. Nostra meta suprema sarà l'esazione al cento per cento. Fatevi pagare tutti i debiti, da un dollaro a un milione. Andate a San Sebastiano o a Samoa o a Sambal IV, se necessario, e non preoccupatevi per le spese. Stiamo seguendo un principio, e spesso i principi sono poco pratici. Andate dunque a fare il vostro lavoro in modo che la vostra vita abbia un nobile scopo".»

«Parla come si usava alla fine del 1960» disse il robot «mentre adesso siamo nel 2138 o giù di lì. Qui c'è qualcuno che tenta di far fesso qualcun altro.» «Va a farti f...» bofonchiò l'autore.

«Quella fu la nostra chiamata alle armi» disse l'esattore di debiti travestito da albero. «Ecco dunque perché mi trovo qui, signor Mishkin. Sono stato mandato su Harmonia dalla visione di un uomo, per riscuotere i debiti senza tener conto del tempo, dei fastidi e delle spese.» «Mi riesce ancora difficile crederci» disse Mishkin.
«Eppure è proprio così. Ho tutti i documenti in regola. Volete pagare senza tante storie o avete intenzione di piantare una grana? In questo caso vi avverto che non avrò riguardi.» «A quali debiti alludete?»
«Tanto per cominciare, ci sono le tasse arretrate. Tasse federali, statali e comunali. L'anno scorso non le avete pagate, eh, signor Mishkin?» «È stata una brutta annata.»
«Dovete ottomilasettecentocinquantatré dollari e cinquantun centesimi allo zio Sam. Poi ci sono gli alimenti per il bambino. È più di un anno che non ci pensate, eh, signor Mishkin? Bene, dovete una bella sommetta alla povera Marcia che avete abbandonato e alla piccola Zelda. Marcia, fra parentesi, si è fatta un nuovo amico, e la piccola Zelda è scappata da Little Red School House. Marcia mi ha incaricato di dirvi che sta bene, che si diverte, e che esige immediatamente quello che le dovete fino all'ultimo centesimo, altrimenti vi farà imprigionare alle Tombe in un batter d'occhio. Dice anche che, grazie alla psicoanalisi, adesso il suo io si è abbastanza rafforzato per farvi sapere che siete stato un farabutto e che tutti la compiangono quando racconta che pervertito eravate.»
«Questo è tipico di Marcia.»
«Inoltre dovete mille dollari a Marty Bargenfield. Casomai ve lo siate scordato, è il vostro miglior amico. O almeno lo era. Voglio dire che lui vi è ancora affezionato, mentre voi siete diventato freddo con lui. Anzi si direbbe che cerchiate di evitarlo. Sì, la sua unica colpa è stata di prestarvi dei soldi quando avete rotto con Marcia, e di pagare l'aborto di Monique.»
«Come sta Monique?» s'informò Mishkin.
«Se la cava benissimo senza di voi. È tornata a Parigi e fa la commessa alle Galeries Lafayette. Conserva ancora religiosamente la collana di palline di legno da ottanta cent, l'unico regalo ricevuto nel corso dei quattro mesi della vostra tempestosa relazione, che voi descrivete come "la più commovente della mia vita".»
«Allora ero al verde» disse Mishkin «e poi Monique detesta i regali. Almeno lo diceva sempre.»
«Ma voi sapete che non è vero eh, signor Mishkin? Non importa, non faccio il giudice io. Il fatto che la vostra condotta, giudicata secondo qualunque morale, mi dia il voltastomaco, è una faccenda strettamente personale che non mi riguarda. E adesso veniamo alla Farmacia Bauhaus, al numero 31 di Barrow Street, gestita da quel cordiale pacioccone di Charlie Ducks, che vi ha venduto capsule di Dexamyl, pastiglie di Dexadrina, Librium, Carbitol, Nembutal, Seconal, Doriden e via dicendo in quantità enorme, quando vi drogavate, tutte dietro ricette per barbiturici che non dovevano esser ripetute, e che invece lui ha continuato a tener buone fino a due anni fa, quando la cosa ha cominciato a puzzare e allora si è rimesso a vendere solo aspirina e rossetti, e voi gli avete piantato un chiodo di centoottantasei dollari.»
«Era una sanguisuga. Mi faceva pagare tutto il doppio» disse Mishkin. «Questo l'avete sempre saputo. Cos'avete da lamentarvi?» «E poi appena ho i soldi lo pago.»
«Ma non c'erano mai abbastanza soldi per le droghe, l'anno scorso eh, Mish? Sappiamo tutto, baby. Ma questo è veramente il colmo, no?»
«Posso spiegare ogni cosa» disse Mishkin. «Ci sono diverse interpretazioni. Ho bisogno di un attimo di raccoglimento.»
Il robot tirò fuori un'ascia dalla mano sinistra e con pochi colpi ben assestati tagliò a pezzi l'esattore di debiti che perì miseramente.
«Ma se stavo per spiegare che...» disse Mishkin.
«Mai dar spiegazione» disse il robot. «Evita le cattive amicizie. Non immischiarti nei fatti altrui e continua per la tua strada.»
«E quale sarebbe la mia strada?» «Questo si vedrà» disse il robot.

Capitolo XXXI

I fenomeni come divertimento

Fate una visita al mondo dei fenomeni! Concedetevi un'esperienza umana, la più affascinante di tutte le esperienze.
Anche voi potete provare cosa sia l'amore carnale, l'odio ingiustificato, la malafede. Anche voi potete sapere cos'è la noia, il tedio, l'accidia.
Provate l'emozionante esperienza della "vita" che lentamente si estingue! Assaporate l'inevitabile "morte" che, come voi "sapete", è un tuffo nel "nulla" assoluto.
Regalatevi una vita piena di contraddizioni! Amate vostra moglie e correte dietro alle altre donne; possedetele senza sentirvi mai soddisfatto. Abbiate dei figli e provate cosa sono l'ansia, l'amore e l'odio.
Imparate a preoccuparvi per quello che è vostro. Preoccupatevi per il vostro lavoro. Identificatevi con quello che possedete.
Siate vili!
Sconvolgete i vostri sensi con le droghe.
Vivete da svegli il sonno della mortalità, illuminato dai lampi ambigui di "qualcos'altro". Provate lo strazio di ambire a una "vita" migliore e di lottare per ottenerla senza mai riuscirci. Lasciatevi travolgere dagli stimoli interni ed esterni. Siate un ricettore passivo manovrato da forze superiori al suo controllo.
Abbiate convinzioni, simpatie e antipatie prive di basi razionali.
Provate cos'è l'intossicazione della fede! Emozionatevi alle passioni della religione! Scrivete subito. Gli angeli di età inferiore ai 20000 anni non avranno accesso al mondo dei fenomeni senza il permesso di Dio.

Capitolo XXXII

«Smettete di prendere la medicina dei sogni» disse a Mishkin il Meccanismo di Sostegno Totale dei Sistemi Vitali. «Ricorrete piuttosto a me. Sono buono, utile, bello e docile. E non dovrete mai preoccuparvi che mi guasti e smetta di funzionare.»
«Volete proprio dire che non vi guastate mai?» domandò Mishkin.
«Be', sarebbe impossibile. Tutte le cose create sono soggette a rovinarsi e a guastarsi. Niente è immune dalia decadenza. L'importanza è chiedersi come rimediare ai guasti.» «Già. Come?» domandò Mishkin.
«Nel mio caso» disse il MSTSV «io ho la facoltà di ripararmi automaticamente un guasto, disponendo di un'infinità di mezzi e ricorrendo di volta in volta a quello più adatto. E se anche il mezzo migliore fosse guasto, ricorrerei a un altro.»
«Ma il numero dei sistemi di riparazione di cui disponete è un numero finito, vero?» domandò Mishkin.
«Naturalmente. Ma le combinazioni e le ricombinazioni possibili dei miei sistemi e sottosistemi sono abbastanza numerose da poter giustificare la parola "infinite".» «Stupefacente» disse Mishkin.
«Sì, in effetti sono una macchina eccezionale e direi perfetta, per le vostre necessità. Posso badare a me stessa, e servire.»
«Ma cosa fate, di preciso?»
«Sono capace di friggere le uova, lavare gli indumenti, suonare il banjo... tanto per elencare qualcuna delle cose che so fare.»
«Siete davvero una meraviglia» disse Mishkin. «Ci penserò. Ma adesso devo avvertirvi che avete la gomma anteriore destra a terra.»
«Maledizione» disse il MSTSV. «È imbarazzante!»
«Immagino che con tutti i vostri sistemi di auto-riparazione di cui disponete possiate sistemarla in un attimo.»
«Temo proprio di no. I miei progettisti se ne sono dimenticati. Accidenti! Devo tornare al tavolo da disegno.»
«Mi dispiace.»
«Anche a me» disse il MSTSV. «Avremmo potuto andare così d'accordo, noi due, se non foste stato tanto pignolo.»
Il MSTSV si voltò senza dir altro e si allontanò zoppicando nella foresta, fragile, patetico, e anche un po' buffo. In quello stesso momento da un albero vicino caddero tre foglie.

Capitolo XXXIII

Diffusione e proliferazione dei sotto-assemblaggi

Orchidius aveva visto tutto. Mishkin gli chiese cosa ne pensasse. «C'è solo una cosa che non capisco» disse Orchidius. «E sarebbe?»
«Quelle tre foglie. Perché sono cadute proprio in quel momento?» «È stata una coincidenza» suggerì Mishkin.
«Ho sentito macchine parlare e animali rispondere» disse Orchidius. «Ho visto gente andare e venire misteriosamente, ma con aria decisa. C'è un significato in tutto. Ma quelle tre foglie che sono cadute proprio lì e proprio in quel momento! Chi ha mai sentito una cosa simile?»
«Personalmente, a me interessano di più le cose meravigliose.»
«Anche a me» disse Orchidius. «Solo che non siamo d'accordo sul concetto di meraviglioso.» «Cosa cercate?» domandò Mishkin.
«Non lo so con esattezza» disse Orchidius. «Ma quando l'avrò trovato lo saprò per intuito. E voi cosa cercate?»
«Non ricordo» gli rispose Mishkin. «Ma appena lo vedrò lo riconoscerò.»
«Forse è meglio non sapere» disse Orchidius. «Sapere cosa si vuole intralcia la ricerca.»
«A me non pare» disse Mishkin.
«Credete che sia un'illusione?» domandò Orchidius riscuotendosi tutto. «Ho sempre desiderato avere una vera illusione.»
Il robot non riuscì più a star zitto. «Non ho mai sentito delle sciocchezze simili in vita mia» commentò.
«Immagino che anche le sciocchezze siano una strada ammissibile verso la salvezza» disse Orchidius. «Se lo è, io la sto seguendo.»
«Credo che sia il momento di occuparmi di altro. Le mie ricerche mi portano altrove. Buongiorno, signori.»
Giunti ai margini della foresta Mishkin e il robot s'imbatterono in una capanna con una rozza insegna che diceva "Locanda dei quattro venti". E sulla porta, pronto ad accoglierli con camicia di stoffa tessuta in casa e brache di cuoio, c'era Orchidius.
Mishkin espresse la propria meraviglia nel vederlo lì, nei panni di proprietario della locanda; ma Orchidius gli disse che era la cosa più naturale del mondo. Raccontò come fosse arrivato in quel posto, stanco e assetato, ma soprattutto affamato. Aveva raccolto erbe e verdure e si era preparato una zuppa, poi aveva preso in trappola un coniglio e aveva fatto uno stufato.
Erano arrivate altre persone, stanche, assetate, ma soprattutto affamate, e Orchidius aveva diviso con loro il suo stufato, e quelli lo avevano aiutato a costruire una capanna. Erano sopraggiunti altri, e Orchidius li aveva rifocillati; talvolta non pagavano, o perché non volevano o perché non potevano, ma in genere pagavano o comunque si sdebitavano in qualche modo. E a tutti loro pareva naturale che lì in quel posto ci fosse una locanda e che fosse Orchidius a gestirla.
A nessuno venne in mente che lui stava semplicemente passando di lì, come loro, e che forse doveva andare altrove e aveva altro da fare. Pensavano che fosse una parte naturale e necessaria della scena, in quanto erano convinti che ovunque ce ne fosse bisogno si trovasse una locanda e che, come vuole la legge universale, in una locanda non deve mancare il locandiere.
Finì che dopo un po' Orchidius accettò questo punto di vista. Mise un'inserzione per cercare una cameriera. Si lamentava perché la qualità dei conigli era diventata scadente. Sospettava che tutti i clienti fossero ispettori della Guida Michelin. Pensava di ampliare la locanda, di comprare una macchina per fare il gelato, di piantare palme e illuminarle con luci nascoste. Cominciò a preoccuparsi per le tasse. Alzò i prezzi nell'alta stagione e li abbassò nella bassa stagione.
«Ma come mai l'avete fatto?» domandò Mishkin.
«Allora sembrava plausibile» disse Orchidius. «E lo sembra ancora.»
«Voglio una camera singola con bagno» disse Mishkin. «E una tanica di benzina per il mio robot.»
«Normale o super?» domandò Orchidius. Poi scoppiò a piangere e scrisse un biglietto così concepito: "La locanda è chiusa perché il proprietario continua il suo Viaggio". Inchiodò il biglietto sulla porta e partì immediatamente per destinazione sconosciuta portando con sé unicamente un televisore a batteria e un paio di mazze da golf.

Capitolo XXXIV

Anche Mishkin e il robot ripresero il viaggio. Oltrepassarono un albero sul cui tronco erano incise le parole "Orchidius è passato di qui durante il suo Viaggio". E su un altro: "Questo Viaggio è di proprietà di Orchidius". E su un terzo: "Tutti recitano un po' nel film della vita di Orchidius".

«Pare che ci s'incontri abbastanza spesso» disse Mishkin. «Credete che noi due siamo la stessa persona?»
«Decisamente no» disse Orchidius. «Voi siete logico, realista e tirate dritto allo scopo, avete una personalità e una storia e alcuni tratti caratteristici, mentre io sono un'astrazione che scivola dentro e fuori senza un motivo specifico.»
«Il mio viaggio ha uno scopo preciso» disse Mishkin. «Però è anche pazzesco. Mi succedono troppe cose. Non ne posso più dei cambiamenti.»
«Nemmeno io. Forse noi due prendiamo le cose nel verso sbagliato.»
«Voi prendete le cose nel verso giusto» intervenne il robot «e siete contemporaneamente la stessa persona e due persone diverse e fate lo stesso viaggio anche se i vostri viaggi sono diversi.» «Non puoi spiegarci cosa significa?» chiese Mishkin.
«No, non posso» disse il robot. «I robot sono dotati solo di una piccola percentuale di saggezza, e io ho consumato la dose di almeno una settimana.»
Per tutta quella settimana il robot poté appena reggersi in piedi. Era incapace di oliarsi, non riusciva a compiere il più piccolo incarico, e rispondeva in modo assurdo e ridicolo alle domande più ovvie.
Alla fine della settimana era guarito e pronto a spiegare cosa aveva voluto dire. Ma Mishkin non glielo chiese. A Mishkin piaceva mangiare cibi cotti bene e avere gli indumenti ben lavati e stirati. Era del parere che non valesse la pena cambiare un ottimo servitore con un saggio di dubbia reputazione. Quanto al robot, non protestò.

Capitolo XXXV

Il dottore delle contrapposizioni

«Perdio, MacGregor, credo che misteriosamente siamo passati in una traversa del continuum spaziotemporale e ci troviamo di nuovo sulla Terra e rivediamo tutto in modo topologicamente diverso, cosicché la realtà che raggiunge i nostri sensi risulta sottilmente alterata!!!!»

Capitolo XXXVI

Festival della mente

Tecniche speciali tornate di moda!
Ipnotizzatevi diventando voi stessi. Risvegliate il vostro Centro Ricettivo. Ignorate i segnali del Vecchio Censore. Concedetevi suggestioni. Concedetevi autosuggestioni. Concedetevi autosuggestioni automatiche. La nuova tecnica di "annullare" l'inconscio vi permette autosuggestioni subconsce senza che nemmeno lo sappiate!

Andate in estasi superando le sensazioni artificiali delle droghe con esperienze riservate solo a una Coscienza Superiore.
Gustate piaceri sessuali nel sonno senza bisogno di un "partner". Sfruttate il potere della mente.
LETTURA È INTUIZIONE LETTURA È INTUIZIONE LETTURA È INTUIZIONE

Maghi in vendita o a nolo: grasso Maestro Indù, parla inglese incomprensibile-comprensibile, con turbante, disposto viaggiare. Maestro Cinese con sorriso imperscrutabile e necessario per agopuntura, mai creduto nel comunismo, deve viaggiare. Maestro Inglese specializzato in disciplina - "la ristrettezza mentale è la via della libertà" - non crede nel socialismo, appassionato di rock. Maestro Americano, non crede in niente da un pezzo, insegna la via comune all'individualismo, ha vasto rifornimento di mandala, mantra, yantra; si serve del misticismo razionale per ottenere effetti pragmatici sconvolgenti; sorriso disarmante, infantile, indossa calzoni di pelle con frange; non crede nella legge causa-effetto ma paga le tasse; quoziente 35,2 alla macchina della schizofrenia; libero sessualmente, salvo quando è ansioso...
Orchidius partecipava al Festival della Mente. Aveva una fascia intorno alla fronte, e indossava tunica e sandali; si muoveva con gesti ieratici e misurati.
Aveva il suo baracchino e per due giorni formulò profezie con buon successo, ma il terzo per sbaglio ne ripeté una già detta e trasformò il baracchino in una rivendita di "hot dog".
Mishkin visitò il Festival, mangiò zucchero filato e ricordò i pensieri dolceamari della sua gioventù, come tutti gli altri. Sorrise educatamente e sdegnosamente, come tutti gli altri.
Ma questi non erano veri indizi di ciò che lui era in realtà: un pellegrino segreto.
Era stufo del suo fagotto, stufo della ripetizione-costrizione, della confusione, della noiosa novità. Come tutti gli altri.
Quando sarebbe cominciata l'estasi?

Capitolo XXXVII

Il mago rivela i segreti

D. L'avvicinarsi all'illuminazione comporta una contraddizione apparente esemplificata dalla duplice personalità del sapiente. Il problema è sempre uguale: Perché il capo ci ha traditi? Ci ha trovato indegni?
O il tradimento era un segreto atto d'amore commesso per consentirci di raggiungere da soli l'ultimo stadio del nostro destino? O i suoi poteri sono venuti meno? O forse ne ha mai avuti? A cosa dobbiamo credere?

R. Si tratta probabilmente di un caso di ambiguità divina: le complicazioni si ammucchiano, tutto modifica tutto, regna l'indeterminatezza. Ti piace questa spiegazione? Oppure cosa ne diresti dell'ambiguità a scopo di divertimento e guadagno? Il mago si fa gioco di te. Tu impazzisci per raggiungere la divina spiritualità e lui nasconde il riso nella manica ricamata. Preferiresti questa spiegazione?

D. Che cosa sta succedendo qui? Perché non si risolve niente?

R. Debbo prenderti per mano? Bene. Ma dove ti porto? Certo, potrei sistemare tutto, e potremmo ballare il minuetto. Voglio farti divertire, ma c'è un limite a tutto. Desideri davvero visitare con una guida
I giardini formali promessi nel prospetto? Forse per te andrebbe bene, ma per me? Anch'io devo divertirmi. Ma adesso comincio a parlare come un rabbino riformista, e noto che Mishkin si è ficcato in una situazione interessante, perciò andiamo a dare un'occhiata nella casa di Willow Road per vedere cosa succede.

Capitolo XXXVIII

«Ma, professor Mcintosh, come fate a sapere che siamo finalmente ritornati proprio sulla Terra?»
Il professore gli rivolse un dolce sorriso, e indicò col bastone: «Vedi quel fiore laggiù? È l'Hemerocallis Fulva, nota come bella-di-giorno e comune in tutti gli Stati Uniti. I fiori arancione sbocciano per un solo giorno, sai - non che esistano prove positive, piuttosto dei buoni indizi circostanziali - come una trota nel latte, per dirla con Thoreau.»

Capitolo XXXIX

Mishkin si aggrappò ai bordi esterni della faccia, che incominciava a fondersi, col naso che si appiattiva e affondava nelle guance, gli occhi che si scioglievano nei capelli, la bocca che si ammorbidiva e cambiava forma, ma la creta era troppo molle per far presa e Mishkin scivolò via attraverso l'obbligatoria canzone del salice, e giù nelle lunghe immote notti dell'Ohio dove i grilli cantano rochi sulle siepi e i fili del telefono si stagliano neri contro il cielo come un dettagliato diagramma della vostra vita.
Era così, ma non esattamente così. Era piuttosto come in quelle silenziose notti d'estate nella vecchia casa di legno a Rushmore, nel Mississippi, quando una dolcezza insopportabile si appiccicava all'umida camicia tesa sulle natiche di una ragazza addormentata e tu, per quanto giovane, capivi che ti sarebbero successe tante cose e le avresti vissute e perdute, ma sempre ci sarebbe stato da qualche parte un fiume che scorreva scuro e sinuoso, dolce madre del passato, compagno del presente, gemente sull'irrimediabile futuro.

Capitolo XL

Il museo Mishkin

Una fionda. Con quest'arma Mishkin si aprì la strada attraverso innumerevoli fantasie. Più tardi scambiò la fionda con un M-l e si aprì la strada sparando attraverso le stesse fantasie. Un involucro che aveva contenuto burro. Una volta Mishkin mangiò tutta una libbra di burro innaffiandola con un quarto di latte ghiacciato. Adesso vive lontano da casa e becca il cibo come un uccello.

Una mazza da guerra indiana. Mishkin la fece al campeggio. Allo stesso campeggio se la fece anche con Mary Lou Watkins. In seguito, Mishkin fece fessa molta gente. Adesso viaggia.

Una pagina di musica dal titolo "Old Black Joe". Mishkin non pensava ai negri, da ragazzo. Adesso che è diventato uomo non pensa ai negri, ma ne parla e se li sogna.

Un'istantanea della madre di Mishkin a ventitré anni. Mishkin non è molto attaccato a sua madre. Non è molto attaccato neanche a se stesso.

Una grammatica sanscrita. Una volta a Mishkin venne in mente di imparare il sanscrito per potere leggere l'Upanishad nell'originale. Adesso non lo legge neanche in inglese.

Capitolo XLI

Mishkin salì al cielo in un carro di fuoco e lì incontrò il Dio degli Eserciti e si prostrò davanti alla Divinità dicendo: «Signore, Signore, ho peccato» il che, date le circostanze, gli pareva una cosa adatta.
Ma Dio sorrise e fece rialzare Mishkin e disse: «Mishkin, dovresti dire piuttosto che sono stato io a peccare. Perché cosa sono i tuoi peccati se non le deficienze che io ti ho dato per metterti alla prova e sottoporti a esperienze penose e vedere se le avresti superate? Potrà sembrare uno strano modo di agire, ma è caldamente raccomandato a pagina 102 dell'ultimo bestseller, "Cosa Significa Essere Dio", scritto da un simposio di intellettuali parigini e hippies americani, e pubblicato dalla Godhead Institution, con uffici a New York, Londra, Parigi, Ibiza e Katmandu, nonché con prefazione del Sinceramente Vostro.»
«Non ho superato le prove più importanti» piagnucolò Mishkin. «Sono meschino, avido, egoista, cattivo e indifferente.»
«Non fare la vittima» disse Dio. «Come esiste un amore che va al di là della comprensione, così c'è una comprensione che va al di là dell'amore. Non ho forse scritto che gli ultimi saranno i primi?» «Siete gentile» gli disse Mishkin. «Ma, a dir la verità, non capisco.»
«La comprensione è un male» sentenziò Dio. «Consolati, Mishkin, perché le tue vibrazioni sono OK, e io penso di aver bisogno di una vacanza.»

Capitolo XLII

«Credo» disse Mishkin «che sia venuto il momento di un po' di descrizione statica, e poi di un po' d'azione.» La flotta spaziale giunse al rombo dei jet fiammeggianti. Da qualche parte, c'era un albero che piangeva. Il padre di Mishkin disse: «Forse non so cosa mi piace ma, sicuro come l'oro, so cosa non mi piace.» Gli inquilini della casa accanto, a detta di Angela, erano misteriosi. «Pagano tutto in contanti.»
«Ma perché misteriosi?» Claire non riusciva a spiegarlo, però sentiva che era il momento di un po' di descrizione statica, e poi di un po' d'azione. «Così non funziona proprio.» Mishkin sapeva che era vero e falso, e l'amava e la odiava per questo. Era un mondo complicato, ma cosa ci poteva fare?
Un po' di complicazioni non gli dispiacevano. «Scusate, capitano, mi sembra che si sia rotto il meccanismo del grilletto.» Ma non troppo. Gli piacevano le storie che si potevano seguire pensando ad altro. «Risparmiami quella roba da avanguardia» disse Alice. «E poi non sono fatti tuoi.» Non sono fatti miei? E allora perché preoccuparsi di costruire palazzi con le padelle, perché cercare una gemma sulla fronte di un rospo? Soggetto e verbo devono concordare, su questo sono d'accordo tutti.
Mishkin si chiedeva come fosse fatta un'astronave. A cosa la si poteva paragonare? A se stessa? "L'astronave somiglia come una goccia d'acqua a se stessa". Jane scrollò la testa. Il padre di Mishkin scrollò la testa. Mishkin si provò a suonare il flauto. Gli prudeva la pelle. Avrebbe voluto trovar qualcosa a cui paragonare un'astronave. Decise di comprare un modellino di astronave e poi descriverla.

Capitolo XLIII

Gli specialisti indicano l'osmosi come causa primaria della possessione

L'occhio di Mishkin aderì alla vista e divenne quel che vedeva. L'occhio è un potente organo di adattamento. Anche Mishkin è un potente organo di adattamento. L'occhio di Mishkin era stato maledetto, e adesso, vedendo insalata e uova sode, divenne quello che vedeva.

Capitolo XLIV

Il dottor Mishkin opera

Mishkin toccò la testa della ragazza con gesto esplorativo. Poi, rapidamente, sollevò i due gusci e divise a metà il cranio. Estrasse dall'interno un circuito stampato. Scoprì subito il guasto e lo riparò con competenza professionale, annotando l'operazione sull'inventario incollato sopra l'emisfero sinistro del cranio.
Poi rimise a posto le due metà, badando bene che combaciassero perfettamente. La ragazza aprì gli occhi e si svegliò, guarita dal tic nervoso e dall'enuresi notturna.

Capitolo XLV

Conclusioni premature

Il povero Ramsey Davis fu impalato su una cancellata ornamentale alle tredici e cinque. Della dolce, timida Marguerite Onger si hanno notizie meno precise: fu vista l'ultima volta che roteava nell'Artico dietro a una latrante muta di cani da slitta, latrando essa pure, mentre i cani dicevano tra loro: «Bau, bau, che scena assurda, tagliamo la corda.» Il giovane David Broomsley morì consunto dalla febbre con la goffa faccia sgomenta. Quanto a Mishkin fu tramutato in rapa da un mago cattivo e inavvertitamente mangiato da Richard Southey di Charing Cross Road. Ormsley non è mai morto e vive ancora a San Miguel de Allende, ma ha il naso in trazione a causa di un insolito incidente automobilistico. Orchidius sta scontando una condanna a dieci anni per frode postale nella Prigione di Fulsome. Giura di essere innocente. Il denaro perché possa ricorrere in appello va inviato all'autore, evitando l'editore, e io farò tutto il possibile per aiutare quel pover'uomo. Diverse altre creature di quest'opera sono morte in vari modi. L'autore vorrebbe andarsene ringhiando ma probabilmente finirà col limitarsi a sbuffare. La pace sia con voi e buonanotte a tutti.

Capitolo XLVI

Mishkin saltellava con grazia lungo i contorni della sua vita interrompendosi di tanto in tanto per indossare un paio di jeans, calzoni di camoscio, cappelli neri da gangster, e fermandosi a mangiare qua e là una pizza non in programma. Mishkin dagli occhi socchiusi contro il vento del tempo, Mishkin dal lieve sorriso, coi nervi che si contraggono nella lunga fredda mascella, le mani asciutte che stringono il volante dei sogni. Mishkin principe dei giocolieri, col suo sorriso da pagliaccio e la sua falsità da fattorino. Non era disastroso e non catalogato? Mishkin dal folle luminoso sorriso e dai modi seducenti, Mishkin è qui per la gran corsa da mezzo dollaro, tenendosi aggrappato alla propria identità mentre la giostra sparge intorno le sue immagini come foglie morte. Mishkin fingeva di essere quello che era.

Capitolo XLVII

Mishkin sedeva nel teatro della Memoria e si grattava la pancia. Sul palcoscenico illuminato a giorno comparve una donna con un bimbo in braccio. Mishkin li riconobbe come suoi. Una voce potente gridò: «Cosa senti, Mishkin?» e Mishkin rispose: «Sento un gran prurito nella pancia, e sento anche di compilare la cartella dei redditi quest'anno.»
L'acido è un intensificatore. Il sapone è un emolliente. Scegliete voi.
Se avete dei cromosomi guasti compratene di migliori.
Avevo paura di uscire di senno. Adesso ho paura di non uscire di senno.

Capitolo XLVIII

Caro Tom, ho pensato di scriverti, vecchio mio, per sapere come stai e darti notizie dei tuoi amici e compagnia bella. Ti ricordi di Martha? Be', se n'è andata e l'ha fatto ancora, ma stavolta si tratta di un topazio gigante esposto al Museo Islamico di Trebisonda, pensa un po'! Agnes è stata laminata un'altra volta, tanto meglio per lei, dico io. Il tuo nipotino Felix è stato scelto come Maestro dei Misteri neo-Eleusini per tutto un semestre. Dicono che è un chiaroveggente, ma secondo me è assurdo esporre un bambino a quelle oscenità. Presunte oscenità, aggiungo, dato che io non dovrei saperne niente.
Notizie locali: il sincronismo ha messo in scena un altro ritorno, e la gente si dà un gran daffare alla ricerca di avvenimenti e oggetti accidentali. L'Acido Faccia Quadra di Schenley continua a essere l'oppio dei lavoratori. Li rende inefficienti, il che è un gran bene. Eccetera eccetera eccetera.
Quanto a me, bene come al solito. Sono entrato tardi nel Gioco e ho ancora parecchio da imparare. Però sono capace di padroneggiare i sistemi vitali primari, nonostante quello che aveva predetto il Signor Chung. Così adesso posso comandare ai miei muscoli involontari. Il completo controllo dei nervi però è una cosa molto difficile e qualche volta penso di piantar lì tutto e andarmi a sedere sotto un albero.
Ci sono parecchi santi, in giro, come sempre, e quasi tutti puzzano, come sempre.
Be', queste sono le notizie locali che mi sono venute in mente per il momento, e voglio farti avere al più presto questa mia. Non riesco ancora a capire perché tu abbia scelto un'avventura esterna invece di una interna. Psiche delicata. Eh? O forse ci stai solo mostrando il tuo doppio? Sarebbe proprio da te raccontarci storie di astronavi e poi precipitarci nella voragine del tuo io insoddisfatto! (Ma se è così, come hai fatto a trovare l'interfaccia? Hai un doppio doppio? Sento che la mia mente vacilla).
Io credo semplicemente che tu abbia scelto una maniera complicata per entrare (o uscire da) Maya, e non occorre che ti ricordi i trabocchetti e i pericoli che la cosa comporta, dal momento che conosci meglio di me come deformano gli specchi nel teatro dell'io. E invece ecco che te l'ho ricordato. Ma non volevo offenderti, credimi. So che anche i più eccelsi adepti possono trar profitto dalle parole di uno sciocco.
Le tue mogli si sono risposate, come avevi previsto. Qualcuno dei tuoi figli ha cambiato nome, come forse non avevi previsto. Ma forse tu prevedi tutto.
Tuo Otto

Capitolo XLIX

Non riempire le divisioni

Queste apparenti discontinuità sono state ideate e attuate per la vostra salvezza e il vostro bene. Vi prego di non collegarle con rapporti "logici". Questa specie di chiusura prematura ne guasterebbe l'artificiosità, e ne risulterebbe uno stato di accidia pericolosa, forse fatale, per voi. Si raccomanda un'estrema scioltezza percettiva. Ricordate che l'osservazione a basso livello è la chiave per la percezione del campo.
Grazie.
John McPerson
Commissario, Dip. dell'Igiene Mentale Pubblica.

Capitolo L

Voci sussurranti

«La ripetizione è inevitabile.»
«Procedere per divisioni.»
«C'è qualcuno che cerca di dirti qualcosa?»
«Leggere all'incontrano.»
«Bisogna aspettarsi delle distorsioni.»

Capitolo LI

Memento

Mishkin vide un registratore sui trampoli. Lo accese e il registratore disse: «Questo è un messaggio registrato per ricordarti di non dimenticare di registrare un messaggio per ricordarti di non dimenticare.»

Capitolo LII

«Sì, figliolo, è un gran spettacolo... la più grossa fabbrica di causa ed effetto in tutta la maledetta galassia. Il lavoro è semplicissimo. Mettiamo le cause in questo raccoglitore e gli effetti in quest'altro, poi ci pensano le macchine con un gran bing-bang, e il prodotto esce qui: un causa-effetto ben confezionato e cucito così perfettamente che non si vede un solo punto a occhio nudo. Le nostre confezioni causa-effetto hanno garanzia di ottima riuscita in tutti i tribunali.
«Qui non si adoperano quelle nuove idee sulla discontinuità e il sincronismo e tutti gli altri surrogati. Qui, se un cavallo ti molla un calcio ti ritrovi con una gamba rotta, e se hai mal di pancia vuol dire che ieri sera hai mangiato salame italiano. Così tutti posso andare sul sicuro».

«Accidenti, non so perché doveva succedere una cosa simile. Pure a volte capita. E quando capita una cosa per cui non troviamo spiegazioni, la chiamiamo Volontà di Dio. Così credo che sia stato per Volontà di Dio che adesso ti è successo questo, e penso che dovremmo metterci a pregare.»

Capitolo LIII

Mishkin si avvicinò a una lunga fila di gente.
L'uomo all'estrema sinistra stava ascoltando una radio a transistor tenuta bassissima. Dopo un po', si voltò verso l'uomo alla sua destra sussurrando: «Si vive una sola volta. Passa parola.»

Capitolo LIV

Tom Mishkin e James Bradley Sooner sedevano a tavola. Il topo saltò sul tavolo e cominciò a distribuire i piatti, a servire le patate, a tagliare l'arrosto. Mishkin chiese: «Lo fa sempre?»
Il topo disse: «Ammetto che è una situazione curiosa. Lascia che ti spieghi. In primo luogo, io sono ebreo. In secondo luogo...»
«Servi quella maledetta carne!» ringhiò Sooner.
«Eh, non ti eccitare così» disse il topo, e riprese il lavoro.
«E adesso, a proposito di quella strana cosa che mi è successa» disse Sooner.

Capitolo LV

Il giocatore prese tre carte e le buttò via disgustato: «Da quando ho cominciato a giocare ho sempre avuto carte schifose» disse «ma questa mano le batte tutte» e, tratto di tasca un revolver, si sparò in fronte.
Un altro prese il suo posto, raccolse le carte, sorrise, e giocò la vita.

Paesaggio screziato. Il bianco uccello dell'amarezza. Bianchi occhi. Bianche gambe. Bianco tutto.

Come quel tizio che diede fuoco all'impermeabile dell'amico avendo sentito ordinare: "Accendete una Chesterfield".

CIGNI CANDIDI CONSIDERANO CAVILLI

Capitolo LVI

«Quanto possono durare le allucinazioni?» domandò Mishkin. «Non abbastanza.»

Capitolo LVII

«Cos'è questo?» domandò Mishkin.
«Questo» disse Orchidius «è un congegno per alterare la realtà.»
L'oggetto aveva la forma e le dimensioni di un uovo di struzzo. Era dotato di un interruttore che da una parte aveva scritto "acceso" e dall'altra "spento". L'interruttore era girato sullo "spento". «Dove l'hai preso?»
«L'ho comprato all'Emporio Terrestre» disse Orchidius «costa 9 dollari e 95.» «Altera veramente la realtà?» «Dovrebbe, lo non ho provato.»
«Come può riuscirci?» chiese Mishkin. «Com'è possibile che un congegno da 9 dollari e 95 alteri la realtà?»
«Mi sembrava conveniente, a quel prezzo» disse Orchidius. «Però ho paura che non funzioni.» «Non si sa mai» fece Mishkin. «In fin dei conti non l'hai ancora provato.» «Non credo che sia necessario provarlo» disse Orchidius. «E invece sì. Gira l'interruttore.» «Giralo tu.»
«E va bene, ci penso io.» Mishkin prese l'uovo e girò l'interruttore sull'"acceso". Aspettarono tutti e due qualche secondo.
«Non succede niente» disse Orchidius.
«Pare di no. Però se anche succedesse qualcosa come potremmo accorgercene? Voglio dire che qualunque cosa succedesse ci sembrerebbe sempre la realtà.» «Hai ragione.»
«Forse sarà meglio spegnerlo.» «Spegnere cosa?» domandò Sooner.

Capitolo LVIII

L'eroica figura di un uomo con un flauto in una mano e un serpente nell'altra. Quest'uomo dice: «Entra.»
Una donna cornuta a cavallo di un licantropo, con una falce in una mano e un melograno nell'altra. Questa donna ti prende il soprabito.
Un uomo con la testa di sciacallo, tutto nudo salvo che per un paio di sandali alati. In una mano tiene un frammento di papiro, nell'altra un disco di bronzo. Quest'uomo dice: «C'è posto nelle prime tre file.» Quanti suscitatori di ricordi si potrebbero desiderare.

Capitolo LIX

Disegno enigmatico: nascosto in questo rustico paesaggio c'è Dio. Il primo che lo trova riceverà gratuitamente una rivelazione. Secondo premio, un weekend a Grossingers.

Capitolo LX

«Quanto continueranno ancora le allucinazioni?» domandò Mishkin. «Quali allucinazioni?»

Capitolo LXI

All'età di dodici anni Mishkin amava tanto Dio che ruppe la promessa di matrimonio fatta a se stesso.

Mishkin è infedele a se stesso anche oggi, preferendo gli amori di un'auto sportiva fuoriserie e di una giacca di camoscio all'ardente costanza e all'inesausto amore di Tom Mishkin.

«Il vostro problema» disse l'analista «è l'incapacità di amare voi stesso.» «Ma io mi amo!» esclamò Mishkin. «Mi amo! Davvero!»
«Vi aspettate che ci creda?» ribatté l'analista. «Vi ho visto guardare Sartre, Camus, Montaigne, Platone, Thoreau, tanto per nominare solo qualcuno degli oggetti del vostro amore. Quando la smetterete con queste relazioni assurde, spossanti e non remunerative?»
«lo mi amo» pianse ancora Mishkin. «Mi voglio bene davvero.»
«Continua a fumare» annotò l'analista. «Sempre letargico, passivo e incontrollato... Secondo voi questo è il modo di trattare qualcuno che si dice di amare?»

Capitolo LXII

Nel folto del bosco, Mishkin trovò un apostrofo. Si era sperduto e piangeva sommessamente. Mishkin lo prese tra le braccia e lo carezzò sulla pelliccia morbida. L'apostrofo affondò i suoi artigli nella spalla di Mishkin. Ignorando il dolore, Mishkin continuò a fumare.
Presero il suo biglietto e lo forarono. Lui provò sollievo, poi noia, poi ansia. Tornò a sentirsi bene quando gli misero in mano un altro biglietto.

Le orme proseguivano dentro al bosco. Mishkin le seguì. Era armato di tutto punto e pronto ad affrontare la bestia favolosa. Troppo tardi si accorse di aver sparato a una delle sue incarnazioni. L'essere incarnato spirò. Mishkin provò un senso di perdita che diventò, inevitabilmente, un senso di sollievo.

Capitolo LXIII

I dolori dell'uomo dei Mille Travestimenti

L'Uomo dei Mille Travestimenti sedeva nel suo ufficio temporaneo meditando sul problema di Mishkin e del pezzo di ricambio del motore. Chissà come mai, i due non riuscivano mai a trovarsi insieme. L'agognato contatto non avveniva. Non c'era afflusso verso l'obiettivo desiderato.
Per le difficoltà di questo problema, l'Uomo era stato costretto a inventarsi - quale "deus ex machina" - e adesso si trovava con la lingua inceppata davanti al pubblico, sforzandosi di spiegare ciò che per lui stesso era ancora inesplicabile.
Essendosi creato, l'Uomo dei Mille Travestimenti, ora doveva restare insieme a se stesso. Doveva spiegare anche se stesso? Abolì rapidamente la necessità di farlo. Gli restava da chiarire solo come Mishkin e il pezzo di ricambio entravano in contatto. Ma ci riuscivano? Era necessario.

"E così giunsero alla fine, Mishkin, il buffone cosmico e il pezzo di ricambio, fino alla crudele e paradossale conclusione del suo scherzo. Sì, essi perirono, e contemporaneamente la Terra precipitò nel sole, il sole esplose, e l'intera galassia cadde in un buco nero nel tessuto dello spazio-tempo, cancellando così la tragicommedia della vita umana, tutti i drammi e tutte le esistenze".

No, per quanto delizioso, non andava. Mishkin e il suo pezzo di ricambio dovevano entrare finalmente in contatto; bisognava risolvere il problema originale e mantenere le premesse e le promesse. Dopo di che tutto poteva andare a catafascio, ma non prima.
Eccoci dunque al punto di prima. L'Uomo dei Mille Travestimenti aveva ancora il penoso dovere di eseguire il compito per cui si era creato.
Meditò. Nulla disturbò la sua disastrosa solitudine. Brandelli di pensieri gli offuscavano la mente: "Tutte le droghe che ti fottono sono buone". "La depressione è inevitabile". "Concomitanti". "Parigi".
L'Uomo si costrinse con uno sforzo a riportare la sua attenzione sul pezzo di ricambio. Dove si trovava in quel momento quel maledetto coso? Forse in qualche vecchio deposito, sulla Terra, in attesa di esser tirato fuori per il diletto del paziente lettore.
«Ma chi lo vuole un lettore paziente?» ghignò l'Uomo. Pure, non ci poteva far niente: era obbligato per contratto a creare un balletto per catatonici.
L'Uomo cercò di riprendere animo. "Sto perdendo la testa". "I problemi inesistenti sono quelli più reali". "Non è proprio quel che avevamo in mente".
Com'era vero! La gente che vive negli specchi non dovrebbe sprecare il fiato.

Per lavorare l'Uomo dei Mille Travestimenti prese la sua riga analogica e la sua penna deduttiva. Ecco: il pezzo di ricambio diventa cuore d'aquila, acqua corrente, ghiaccio. E poi: tesoro della terra, bicchiere di cristallo, odio, riso, pipistrello, aborto, riduttore.
Ancora!
Comportandosi con maggior disinvoltura, l'Uomo mise tutti i dati disponibili nel riciclatore e ve li lasciò per tre rotazioni. Poi premette il pulsante di "uscita". Uscì un'antilope a cavallo di un orso polare. Inutile! No, aspetta un momento... orso polare... sì, ci siamo: la polarità comporta un salto (lope) nel buio (ante).
E adesso, tutto quanto dentro al simulatore di costrutti.

Capitolo LXIV

Ritorno al principio di realtà

Quella mattina, Johnny Allegro era di malumore. Sistemò il cappello a lobbia sui capelli neri imbrillantinati, drizzò i polsini della camicia di mohair color cioccolata, e fu pronto a mettersi al lavoro. Suonò il telefono e Allegro rispose.«Qui Allegro.» «Johnny? Qui Harry van Orlen.»
Allegro si raffigurò il panciuto pistolero con la mascella in fuori cascante e le unghie sporche.
«Be', cosa c'è?» sbottò. Detestava i pistoleri da quattro soldi, anche se per ragioni professionali era costretto a passarci spesso insieme diciotto ore al giorno.
«Si tratta di questo, Johnny. Ti ricordi il lavoro che abbiamo fatto a South Main Street?»
«Sii» ghignò Johnny ben sapendo che sotto quell'eufemismo si nascondeva la rapina alla Wel-Rite Storage Company in Varick Street.
«Abbiamo trovato compratori per tutta la merce, salvo un articolo che non riusciamo a dar via.»
«Che affare è?» chiese Johnny.
«Un congegno con su un'etichetta che dice: Parte di Ricambio per Astronave L-1223A. Era indirizzato a un certo Mishkin in un posto che si chiama Harmonia.» «Vendilo.»
«Nessuno lo vuole.»
«E allora sistemalo da qualche parte.» Johnny sbatté il ricevitore con aria truce. Detestava che i suoi scagnozzi lo disturbassero per questioni che anche una scimmia sui pattini a rotelle avrebbe saputo risolvere. Però non tollerava che agissero di loro iniziativa.
Poi gli venne in mente una cosa. Avrebbe potuto vendere il pezzo di ricambio a quel tizio, come si chiama, quel Mishkin, guadagnandosi la reputazione di filantropo eccentrico. Poi poteva fare ancora qualche altra cosetta e dopo magari presentarsi alle elezioni.
Quest'idea fece nascere in Johnny il concetto di "noblesse oblige". Stava per sollevare il ricevitore del telefono, quando si spalancò la porta e si precipitarono nella stanza tre poliziotti e un autore, con le armi spianate.
Johnny digrignò i denti dalla rabbia. I suoi riflessi rapidissimi gli consentirono di tuffarsi sotto la scrivania prima che le pallottole dei poliziotti squarciassero lo spazio che occupava fino a un attimo prima.
«Prendetelo!» gridò l'autore. «Lui sa dov'è il pezzo di ricambio.»
Ma Johnny aveva già premuto il pulsante azzurro sotto la scrivania. Una parte di pavimento si spalancò sotto di lui e Johnny precipitò in un condotto che portava al garage dove la sua Mercedes SL 300 lo aspettava col motore acceso.

Capitolo LXV

Qualche giorno dopo, sulla fresca veranda coperta di rafia dell'ampia casa segnata dalle intemperie di Key Largo, il professor John O. MacAllister trascorreva un momento di intensa perplessità. Questa era una cosa insolita nel giovane medico alto e robusto coi capelli biondi di Rockport, nel Maine. Accanto a lui si trovava Lois, la sua alta e attraente moglie dai capelli castani. Lois era appena entrata.
Prima che Lois avesse il tempo di aprir bocca Tyie Oliver arrivò di corsa nella fresca veranda con una biglia in mano e chiese con aria fatua: «Nessuno ha voglia di giocare a biliardo?»
«Adesso no, Tyie» rispose la voce pacata di MacAllister.
Tyie si voltò per andarsene. Ma era evidente, anche agli occhi di un osservatore distratto e inesperto, che c'era un che di strano e poco naturale nel contegno di quei due, che conosceva solo da un mese ma apprezzava più di chiunque altro al mondo.
«C'è qualcosa che non va?» domandò Tyie.
Prima che qualcuno potesse parlare, la sorella minore di Lois MacAllister, Patty, scese in veranda e si mise a sedere. Patty non aveva ancora diciassette anni ma era molto sviluppata per la sua età. Si mise a sedere su una poltrona verde sbiadita incrociando le lunghe gambe dalle curve generose che scendevano dalla vita sottile sotto il seno colmo e ben fatto.
«Sì, John» disse Patty in tono agrodolce. «C'è qualcosa che non va?»
Il professor MacAllister impallidì un poco sotto l'abbronzatura. Notò che sua moglie aveva spalancato gli occhioni grigi. Con voce pacata, disse: «Un momento...»
La porta della cucina si aprì, e uscì sulla veranda Chang, il cuoco cinese, seguito da Kyoto, il cameriere filippino, e da Marylou, la governante giamaicana. I tre si allinearono in silenzio lungo il muro. Adesso toccò a Patty di impallidire.
Seguì un lungo silenzio. Poi Tyie disse: «Uh, sarà meglio che torni a casa. La vernice della gabbia sarà ormai asciutta e io...»
«Non andartene, Tyie» disse Lois MacAllister. «C'è qualcuno che dovresti conoscere.»
La porta della cantina si aprì e salì in veranda un uomo sottile, calvo, guercio e vestito di nero, seguito da due gemelle bionde ridacchianti.
«Adesso credo che sia venuto il momento di chiarire le cose» disse MacAllister. «Prima di tutto, riguardo al pacco misterioso che Ed Whittaker trovò nella sentina della "Clotilda", la chiatta addetta al trasporto della spazzatura, due giorni prima di scomparire...»
«Sì?» disse Patty trattenendo il fiato.
«Non conteneva altro che un pezzo di ricambio per il motore di un'astronave. Era indirizzato a un certo signor Mishkin di Harmonia, e alla presenza del Giudice Clarke io l'ho inoltrato al Servizio Spedizioni di Emergenza della Contea Dade.»
Patty si rilassò con un sospiro di sollievo. «Be', così tutto è sistemato! Siamo stati una manica di stupidi!»
«Può darsi» disse Lois MacAllister. «Ma non abbiamo sentito ancora come si spiega il resto.» Il professor MacAllister guardò con aria pensosa i presenti. «Per spiegare tutto» disse «ci vorrà un po' più di tempo.» Andò al bar a versarsi da bere.

Capitolo LXVI

La targa sulla porta diceva: "Soc. Continuità". Zio Arnold entrò e fu accompagnato nell'ufficio di Thomas Grantwell.
«Sono venuto qui per mio nipote» disse zio Arnold. «Il suo nome è Tom Mishkin. È rimasto bloccato su un pianeta che si chiama Harmonia e ha urgente bisogno di un pezzo di ricambio del motore perché la sua astronave possa riprendere a funzionare. Ma non so come spedirglielo.»
«Avete provato con un trasporto spaziale?»
«Sì, ho provato. Ma mi hanno detto che l'Impresa Voli Interstellari ha smesso di funzionare quest'anno, e così non c'è stato niente da fare.»
«Avete spiegato in che situazione si trova vostro nipote?»
«Certo. Ma mi hanno risposto che non possono farci niente finché l'Impresa non riprende a funzionare.»
«Ecco il bell'aiuto che dà il governo» disse Grantwell. «Ti lascia nelle peste... o, meglio, ci lascia il signor Mishkin.»
«La vostra organizzazione non può far niente per quel ragazzo?» chiese zio Arnold.
«Certamente» disse Grantwell con vigore. «La Continuità è stata istituita apposta per creare collegamenti fra soggetti incompatibili. Noi disegneremo uno scenario che fungerà da collegamento fra queste due diverse realtà, senza ricorrere alla violenza.»
«Magnifico» esclamò zio Arnold.
E fu così che tutti i rospi vennero digeriti e diversi elefanti furono segretamente arruolati. Il passo successivo fu più difficile: bisognava trovare del materiale di aggancio adatto, far girare le teste e giudicare la recitazione. La spontaneità morì a Kansas City e fu rimpiazzata dalla probità.
Giganteschi meccanismi vennero liberati sopra una Terra sospettosa. Furono organizzate diverse marce. Si presero decisioni. La tensione del rapporto causa-effetto era tremenda. Si levarono proteste. Si minacciarono rivolte.
L'autore, nel frattempo, si era amaramente reso conto delle difficoltà in cui si era cacciato. Si gingillò con altre possibilità, prese anche in considerazione quella di ammazzare Mishkin e cominciare un nuovo libro, magari un libro di cucina. Tuttavia...

Capitolo LXVII

Peregrinazioni

«Maledizione» disse Mishkin «ecco un altro risultato nullo.»
Il pezzo di ricambio era visibile in tutto il suo splendore, isolato nella mentre dell'autore. Era un'immagine sfocata: a volte sembrava una pentola a pressione, a volte una Citroen due cavalli. Suonava come un'orchestrina rock. Puzzava come un bruciatore a butano.

Capitolo LXVIII

Certificato di irrealtà

Mishkin riposava in una radura. Il robot era in pseudo riposo perché non aveva bisogno di riposarsi davvero. Mishkin alzò gli occhi e vide che si avvicinava qualcuno a lunghi passi.
«Ehilà, salve» disse l'Uomo dei Mille Travestimenti. «Mi occupo personalmente di questa scena. Sono venuto qui di persona ad attuare una decisione.»
«Di cosa state parlando?» chiese Mishkin. «lo sto solo aspettando un pezzo di ricambio per l'astronave.»
L'Uomo fece una smorfia. «Mi dispiace moltissimo, ma dovete sapere che non trattiamo più quell'argomento. Tutto il concetto di voi su un pianeta sconosciuto, in attesa di un pezzo di ricambio per l'astronave... ecco, è stato giudicato drammaticamente troppo debole. Perciò lo abbiamo eliminato.» «Questo significa che eliminate anche me?»
L'Uomo lo guardò con aria infelice. «Ecco... Sì, temo proprio di sì. Abbiamo trovato un nuovo eroe che vi sostituirà.»

IL NUOVO EROE

Era complicato, sfuggente, terribilmente affascinante, virile, universale.
Aveva idiosincrasie, abitudini, manie. Aveva un'anima. Aveva una vita sessuale. Aveva un passato ambiguo e complicato. Aveva un piccolo neo alla sinistra del naso. Aveva sopracciglia sataniche. Era uno schianto.
«Ecco il vostro sostituto» disse l'Uomo. «Voi avete fatto del vostro meglio, Mishkin. Non è colpa vostra se vi siete cacciato in questa situazione insostenibile. Ma vi assicuro che dobbiamo farla finita e, per riuscirci, è necessaria la collaborazione dei nostri personaggi... e, be', voi non avete nessuna caratteristica su cui lavorare.»
Immediatamente Mishkin si fece venire un tic nervoso, la balbuzie, prese l'abitudine di mordicchiarsi il labbro prima di parlare e anche dopo, si fece crescere un bel paio di baffi e si procurò una protesi dentaria mobile.
«Spiacente, ma non è questo che ci serve» disse l'Uomo. «E adesso vi lascio, ragazzi, così potete imparare a conoscervi.» L'Uomo si trasformò in albero.

ILSIGNOR MISHKIN FA LA CONOSCENZA DEL SIGNOR EROE

«Tanto piacere» disse Mishkin. «Tanto piacere» disse il signor Eroe. «Vi andrebbe un caffè?» disse Mishkin. «Grazie, molto volentieri» disse il signor Eroe. Mishkin servì il caffè. Lo sorbirono in silenzio. «Abbiamo avuto bel tempo» disse il signor Eroe. «Dove?» chiese Mishkin.
«Oh, a Limbo» rispose il signor Eroe. «Aspettavo là con altri archetipi.» «Anche qui ha fatto bel tempo» confermò Mishkin.
L'albero si trasformò nell'Uomo. «Intervallo!» sibilò, e si ritrasformò in albero. «Situazione imbarazzante, no?» fece il signor Eroe con un sorriso diffidente.
«Pare anche a me» disse Mishkin. «Personalmente, fin dall'inizio io mi sono trovato in una situazione imbarazzante dopo l'altra. Forse un po' di riposo mi farà bene.»
«Sì» disse il signor Eroe. «Ma prima dovreste essere così gentile da spiegarmi cosa devo fare. Sapete, sono un novellino e...» S'interruppe con un risolino impacciato.
«Be', non c'è poi molto da spiegare» disse Mishkin. «Voi ve ne state lì e le cose succedono per conto loro.»
«È piuttosto... passivo!»
«Certo. Ma è un'avventura di quel genere.»
«E lo scopo?» domandò il signor Eroe.
«Per quel che ne so io è la ricerca di un pezzo di ricambio per astronave» disse Mishkin. «Cosa?»
«Un pezzo di ricambio per sostituire un pezzo di astronave guasto. Senza quello, non parte. E di conseguenza voi non potete tornare sulla Terra. Mentre voi volete tornarci... il perché non lo so bene, bisogna che m'informi. Comunque il vostro scopo è questo.»
«Capisco» disse il signor Eroe. «Come trama è un po' debolina, vi pare?»
«Certo, non è l'Edipo Re» ammise Mishkin. «Ma cosa volete farci?»
«Già, che ci posso fare?» convenne il signor Eroe con aria comprensiva. «E l'altro personaggio chi è?» «Un robot» disse Mishkin.
«Perché c'entra anche lui?»
«Non ricordo il motivo, ma credo che sia soprattutto per evitare che il protagonista sia costretto a parlare da solo.»
Il signor Eroe guardò il robot con diffidenza. «Mia madre è stata violentata da un robot» spiegò. «Sapete come andò? Il robot disse che l'aveva scambiata per un frigorifero. Da allora diffido dei robot. Questo è un bravo robot?»
«Sissignore» disse il robot, «lo sono un bravo robot e mi comporto bene, specialmente se una persona mi considera quando sono presente invece di comportarsi come se non ci fossi, il che potrebbe anche accadere da un momento all'altro, da come vanno le cose oggigiorno.»
«Piuttosto prolisso, eh?» osservò il signor Eroe.
«Se non vi va» disse il robot «potete anche ficcarvelo dove dico io.»
Il signor Eroe strabuzzò gli occhi, poi improvvisamente si mise a ridacchiare. L'Uomo si trasformò da albero in Uomo.
«Mi spiace, signor Eroe» disse «ma mi sembra che non siate affatto il tipo che avevamo in mente.» «Ah, è così, eh?» si risentì il signor Eroe. «Vi spiace se vi dico che non vi rendete conto di quello che fate?»
«Tornate immediatamente nel deposito collettivo dell'inconscio» lo interruppe l'Uomo. Il signor Eroe svanì con alterigia.
«E adesso siamo tornati al punto di partenza» disse Mishkin. «Pare anche a me» convenne il robot.
«Zitti» disse l'Uomo. «Devo pensare.» Si mise a sedere su un sasso... Alto, coi capelli biondi e i baffi, piaceva moltissimo alle donne. Le sue lunghe dita robuste tamburellavano il ginocchio ossuto. Negli occhi scuri si celavano ombre cupe. Era uno schianto. Ma non era felice. No, non era felice. Forse non lo sarebbe mai stato. Il dottor Lifshultz non gli aveva forse detto una volta: «La felicità è una cosa che si chiama Joe»? e l'Uomo non si chiamava Joe. Perciò non poteva essere felice.

Capitolo LXIX

PARTE SECONDA
Rieccoci di nuovo sulla breccia, coraggiosi amici


Il prau scivolava sulle limpide acque del fiumicello, guidato dall'esperta pagaia dell'anziano Dayak che faceva abilmente procedere la fragile imbarcazione lungo la gettata di bambù che collegava Omandrik col mondo esterno.
Un bianco, un americano, in stivali e calzoni da cavallerizzo, la camicia bianca chiazzata di sudore e un vecchio casco coloniale in testa, osservava l'arrivo della barca indigena dalla relativa frescura della veranda ombreggiata di casa sua. Si alzò senza fretta e controllò la rivoltella calibro 38 Cross & Blackwell che portava sempre appesa all'ascella, ben oliata in una fondina di camoscio. Poi, nel calore tropicale, si avviò al molo.
Il primo a scendere dal vecchio vapore fu un arabo alto con una tunica bianca fluttuante e il copricapo bianco e giallo dell'Hadramaut. Era seguito da un uomo mostruosamente grasso di età indefinibile, che portava un fez rosso, un completo di seta bianca tutto spiegazzato e sandali. Lo si sarebbe potuto scambiare per un turco, ma un osservatore attento, notando gli occhi verdi leggermente obliqui affondati nel grasso, avrebbe intuito che era un ungherese delle steppe carpatiche. Seguiva poi un inglese, piccolo ed emaciato, sulla ventina, che dal modo di gesticolare a scatti e le mani tremanti appariva un intossicato da anfetamine all'ultimo stadio. Sotto la sua giacchetta di cotone si scorgeva la superficie grigia e scabra di una bomba a mano. Da ultima scese una giovane donna, elegante in un abito di cotonina a fiori, con una cascata di capelli neri sulle spalle. Il viso, bellissimo, era inespressivo.
I nuovi arrivati salutarono con un cenno l'americano sul pontile, ma neppure una parola venne scambiata fino quando non si furono riuniti tutti sulla veranda, lasciando che il pilota dell'elicottero ormeggiasse il suo mezzo con l'aiuto di alcuni volonterosi indigeni.
Si misero tutti a sedere sulle poltroncine di vimini, e un servo di colore offrì gin-pahi ghiacciato. Il grassone alzò il bicchiere in un brindisi silenzioso, e disse: «Mi sembra che ve la caviate piuttosto bene, Jamieson.»
«Non mi lamento» disse l'americano dalla faccia dura. «Sono l'unico commerciante da queste parti, sapete. Faccio discreti affari con gli smeraldi. Poi ci sono gli uccelli rari e le farfalle, e si può raccogliere anche qualche piccola quantità d'oro nei ruscelli alluvionali nell'entroterra. E poi a volte capita anche qualche altra occasione.»
«Strano che non abbiate concorrenti» disse l'arabo, in perfetto inglese del Lancashire.
«Gli indigeni non lo permetterebbero» sorrise l'americano senza allegria, «lo sono una specie di divinità, per loro, sapete.»
«L'ho sentito dire» rispose il grassone. «Corre voce che siate arrivato qui sei anni fa più morto che vivo, senza altri beni al mondo che una scatola con cinquemila dosi di siero contro la peste.»
«L'ho sentito dire anch'io» fece l'arabo. «E una settimana dopo scoppiò un'epidemia di peste bubbonica.»
«Per me fu un vero colpo di fortuna» disse il tetro americano. «E fui ben lieto di potermi rendere utile.»
«Perbacco, signore» disse il grassone. «Permettete che beva alla vostra salute! Ammiro gli uomini che si costruiscono da sé la propria fortuna.» «Come sarebbe a dire?» chiese Jamieson.
Seguì un breve silenzio carico di minaccia. Ma la tensione fu spezzata da una risata della ragazza.
Gli uomini si voltarono a guardarla. Jamieson, accigliato, stava per chiederle il perché di tanta fatuità fuori luogo. Poi si accorse che il giovane inglese drogato aveva stretto l'impugnatura d'osso del coltello che portava sotto la camicia, fra le scapole sporgenti, in una guaina di cuoio bianco.
«Vi prude qualcosa, figliolo?» domandò Jamieson con mortale gentilezza.
«Se mi prude qualcosa ve lo farò sapere» disse il ragazzo mandando lampi dagli occhi azzurri. «E poi non mi chiamo "figliolo", ma Billy Banterville. Ecco chi sono io, e chi ha qualcosa in contrario è uno sporco bugiardo e sarò felice di farlo a pezzi, farlo a pezzi, farlo a pezzi... Oh, Dio mio, mi brucia la pelle, cosa succede alla mia pelle, perché mi si fondono i nervi, perché mi bolle il cervello? Mi fa male la testa... ho bisogno... ho bisogno...»
Il grassone guardò l'arabo, che fece un cenno impercettibile. L'arabo estrasse una siringa da un astuccio piatto di cuoio, la riempì di un liquido incolore contenuto in una fiala di plastica, e iniettò con gesto deciso la soluzione nel braccio del giovane. Billy Banterville sorrise e si rilassò sulla poltrona come una marionetta coi fili recisi, le pupille dilatate al punto da coprire completamente l'iride, e un'espressione d'incredibile felicità sulla faccia magra e sottile. Un attimo dopo, perse i sensi.
«Meno male» commentò Jamieson che aveva osservato tutto senza intervenire. «Perché vi prendete il fastidio di tenere con voi un tipo simile?»
«Può rendersi utile» disse il grassone.
La ragazza aveva ripreso il controllo, e disse: «È così, sapete: ognuno di noi può rendersi utile, alla sua maniera, dal momento che possiede qualcosa che manca agli altri. Formiamo un'unità suddivisa, se mi capite.»
«Capisco» rispose Jamieson, mentendo. «Dunque, ognuno di voi è insostituibile.»
«Per niente» disse la ragazza. «Anzi, al contrario. Ciascuno di noi vive nel terrore di essere rimpiazzato. Per questo cerchiamo di star sempre uniti... proprio per evitare un'improvvisa e prematura sostituzione.»
«Non capisco» disse Jamieson, mentendo di nuovo. Aspettò, perché era chiaro che nessuno voleva approfondire l'argomento, poi scrollò le spalle con un senso di disagio in quel silenzio sgradevole. «Direi che sarebbe ora di venire al sodo» fece.
«Direi anch'io, se non vi è di troppo fastidio» disse l'arabo.
«Per carità» disse Jamieson. L'arabo lo metteva a disagio. Tutti loro lo mettevano a disagio, all'infuori della ragazza. Si era messo in testa un'idea, nei suoi riguardi, e aveva anche fatto dei progetti.
A cinquanta metri dalla casa di Jamieson il tratto di terreno faticosamente disboscato finiva all'improvviso e cominciava la giungla, un verde labirinto verticale con un numero apparentemente infinito di sentieri che si snodavano a casaccio allontanandosi verso il centro. La giungla era infinita ripetizione, infinita regressione, infinita disperazione.
Fermi ai bordi della giungla, invisibili per chi si trovasse sulla spianata, c'erano due uomini. Uno era un indigeno, un malese, a giudicare dalla fascia verde e marrone che gli cingeva la fronte. Era tozzo e robusto, di media statura. La sua faccia era improntata a un'espressione pensosa, malinconica, tesa.
Il suo compagno era un bianco, alto, molto abbronzato, sulla trentina, di una bellezza convenzionale, vestito con la tunica gialla dei monaci buddisti. L'incongruenza fra il suo aspetto e l'abito scompariva nei fantastici contorcimenti della giungla circostante.
L'uomo sedeva a gambe incrociate per terra voltando le spalle alla spianata, in uno stato di estremo rilassamento. Pareva che lo sguardo dei suoi occhi grigi fosse rivolto verso l'interno.
«Tuan» disse l'indigeno «quell'uomo, Jamieson, è entrato in casa.»
«Sì» disse il bianco.
«Adesso torna. Porta un oggetto avvolto in un pezzo di tela. Non è molto grande, forse come un quarto di testa di elefante.» Il bianco non rispose.
«Adesso sta svolgendo il fagotto. Dentro c'è un oggetto di metallo. Ha una forma complicata.» Il bianco annuì.
«Sono tutti riuniti intorno all'oggetto» continuò l'indigeno. «Sono contenti, sorridono. No, non tutti. L'arabo ha un'espressione strana. Non è proprio dispiacere. È... non riesco a descriverlo. Sì, invece: l'arabo sa qualcosa che gli altri non sanno. È uno che sa di avere un vantaggio segreto.»
«Tanto peggio per lui» disse il bianco. «Gli altri hanno la salvezza della propria ignoranza. Quello ha il pericolo della propria conoscenza.»
«Lo prevedi, Tuan?»
«Leggo quello che è scritto» disse il bianco. «La facoltà di leggere è la mia maledizione.» L'indigeno rabbrividì, affascinato e disgustato. Lo prese una singolare compassione per quell'uomo dagli strani talenti e dall'enorme vulnerabilità.
Il bianco disse: «Adesso l'uomo grasso tiene in mano l'oggetto di metallo. Dà del denaro a Jamieson.» «Tuan, tu non li guardi neppure.» «Ma vedo ugualmente.»
L'indigeno si scrollò come un cane. Quel gentile uomo bianco, che gli era amico, era dotato di un grande potere, ma ne era insieme la vittima. Sì, però era meglio non pensarci, in quanto il destino dell'uomo bianco non era il suo destino, e lui ringraziava Dio per questo.
«Adesso entrano nella casa di Jamieson» disse l'indigeno. «Ma lo sai già, vero, Tuan?»
«Lo so. Non sono capace di non sapere.»
«E sai quello che fanno dentro alla casa?»
«Non posso fare a meno di saperlo.»
D'impulso, l'indigeno disse: «Raccontami almeno quello che mi è possibile sentire.» «Questo è tutto quel che ti dirò» disse l'uomo bianco. Poi, senza guardare l'indigeno, continuò: «Devi lasciarmi, devi andartene da qui. Devi andare su un'altra isola, prender moglie, metterti a lavorare.» «No, Tuan. Noi due siamo legati e nulla ci può dividere. Tu lo sai bene.»
«Sì, lo so, ma a volte spero di sbagliarmi, almeno una volta tanto. Darei non so cosa per sbagliarmi.» «Non è nella tua natura.»
«Forse. Ma continuo a sperare.» Il bianco alzò le spalle. «Adesso l'uomo grasso ripone l'oggetto in un sacchetto di cuoio nero. Tutti sorridono e si scambiano strette di mano e c'è un delitto nell'aria. Vieni, andiamocene.»
«Non c'è una probabilità che ci sfuggano?»
«Ormai non ha più importanza. La fine è incisa nel ferro. Andiamo a mangiare e poi a dormire.» «E dopo?»
Il bianco scrollò stancamente la testa. «Non è necessario che tu lo sappia. Vieni.» Si avviarono nella giungla. L'indigeno procedeva con la grazia silenziosa di una tigre. L'uomo bianco scivolava come uno spettro.

Capitolo LXX

A meno di un miglio dalla casa di Jamieson, percorrendo uno stretto sentiero tagliato nella giungla, si arrivava allo stanziamento indigeno di Omandrik. A prima vista pareva un tipico villaggio Tamili, identico a centinaia di altri appollaiati precariamente sulle sponde del Semil, quel bruno fiume perduto che pareva trovare a fatica la forza di scorrere attraverso le campagne divorate dal sole fino alle basse lontane acque del Mar di Giava Orientale.
Ma un occhio attento, dopo un'occhiata d'insieme al villaggio, avrebbe notato i piccoli, inconfondibili indizi di abbandono: la paglia che mancava a molti tetti delle capanne, i sentieri coperti di erbacce, alcuni prau sfondati sparsi sulla riva del fiume. Si vedevano anche indistinte forme nere che scorrazzavano fra le capanne: un'invasione di topi abbastanza audaci da infestare i giardini abbandonati anche di giorno. Questo particolare, soprattutto, dimostrava l'apatia degli abitanti, il loro profondo stato di demoralizzazione. Un proverbio della costa dice che se si vedono i topi di giorno vuol dire che gli dei hanno abbandonato la terra.
Al centro del villaggio, in una capanna grande il doppio delle altre, Ahmdi, il capo, sedeva a gambe incrociate davanti a una radio a onde corte a batteria. La radio emetteva il sibilo sommesso dell'elettricità, e l'indicatore verde brillava come l'occhio di una pantera colpito da un raggio di luna. Questo era tutto ciò di cui la radio era capace, in quanto aveva perso l'antenna molto tempo prima che il vecchio Ahmdi ne venisse in possesso. Ma il rumore elettrico e lo scintillio della luce verde erano meraviglie sufficienti per il vecchio. La radio era diventata il suo consigliere spirituale. La consultava di frequente e sosteneva che gli spiriti dei morti gli sussurravano consigli e lo spirito occhio trasmetteva prodigi indescrivibili.
Tanine, il suo sacerdote, non era mai riuscito a stabilire se il vecchio capo credeva davvero a quelle sciocchezze o se piuttosto non si servisse della "magia" della radio con insospettata astuzia per sfuggire a qualcuno degli ordini più onerosi della Casa del Coltello. In piedi vicino al capo, con le braccia conserte, avvolto in un pegato scuro, con il sacro cranio di scimmia legato sull'alta fronte, il prete decise che l'inganno del vecchio capo era per buona parte inconscio: nasceva dal desiderio di sfuggire alla tirannia e dal desiderio di credere, combinati in parti uguali. Il sacerdote non biasimava il vecchio, qualunque fossero i motivi che lo animavano: gli anni non erano stati gentili col vecchio Ahmdi e la Casa del Coltello non era stata in grado di alleviare le sue sofferenze. L'atteggiamento del vecchio era incomprensibile, ma non per questo il sacerdote si sarebbe trattenuto dal fare quel che doveva, perché un adepto del Serpente Redentore aveva dei doveri da compiere anche a costo di far violenza ai propri sentimenti.
«Ebbene, capo?» chiese il sacerdote.
Il vecchio sollevò furtivamente lo sguardo. Spense la radio - non era facile procurarsi le pile - il prezioso cibo dello spirito, dal violento commerciante che abitava nella grande casa vicino all'ansa del fiume. Inoltre aveva ascoltato il messaggio, la voce sottile di suo padre appena percettibile in mezzo al sussurrio di mille e mille altri spiriti che imploravano, promettevano, cercando di mettersi in comunicazione con i vivi dalla loro nera dimora alla fine del mondo.
«Il mio saggio anziano mi ha parlato» disse Ahmdi. Non diceva mai "mio padre" né lo chiamava per nome.
«E che cosa ti ha detto, capo?» domandò il sacerdote senza lasciar trapelare la minima ombra d'ironia dalla voce bassa e controllata.
«Mi ha detto che cosa dobbiamo fare con gli stranieri.»
Il prete annuì lentamente. Questo era insolito. Il capo detestava di prendere delle decisioni e le voci degli spiriti di solito gli consigliavano di lasciare le cose come stavano. Che il vecchio cercasse finalmente d'imporsi? O forse suo padre, quel leggendario guerriero... No, impossibile.
Il sacerdote aspettò che il capo gli rivelasse quello che il saggio anziano aveva consigliato a proposito degli stranieri. Ma Ahmdi sembrava riluttante a parlare. Forse aveva intuito di aver guadagnato un punto di vantaggio in una gara che il sacerdote credeva finita da tempo. Sul volto del vecchio non si poteva legger nulla, all'infuori della solita espressione di sconcertante avarizia e debole astuzia.

Capitolo LXXI

L'Uomo dei Mille Travestimenti si stiracchiò con un senso di disagio, non ancor ben sveglio e riconobbe i se stessi.

UNA NUOTATA NELLA PISCINA COLLETTIVA DELL'INCONSCIO
«Nome?»
«Proteo.»
«Occupazione?»
«Trasformista.»
«Sesso?»
«Qualsiasi.»
«Broccato?»
«Nesso.»
La perseveranza fa raggiungere successi sublimi. Nonostante il dolore, procedeva per contiguità. La chiusura prematura è una falsa guarigione. Non anticipare.

Ogni movimento è una ricerca, ogni attesa è attesa di fallimento, tutte le ricerche trovano termine nelle loro origini. Tutto il ricamo è implicito nel primo punto; il colpo di spazzola iniziale è l'ultimo tocco. Ma questa conoscenza è proibita, poiché bisogna danzare tutta la danza.
Il movimento iniziale è sempre iniziazione.
La presenza di Mishkin deve essere desunta dalla sua assenza. Il pezzo di ricambio di Mishkin è stato trovato. Non resta che provarlo.

NON TAGLIATE LUNGO LA LINEA

Capitolo LXXII

Il porto di Arachnis è situato su un informe lembo di terra proteso nelle acque soleggiate del Mar di Giava Orientale. È una tipica città asiatica, caotica e dominata da rigide e inesplicabili regole sociali. Il profumo di centinaia di spezie esotiche turba i sensi del viaggiatore già a molte miglia dal mare. Questi odori, nel loro continuo mutare, risvegliano nell'occidentale sensazioni nascoste dagli effetti imprevedibili. Affiorano ricordi di avvenimenti cui uno non ha mai partecipato. Si provano impressioni assurde e impossibili. L'assalto ai sensi scuote profondamente il visitatore abituato alla tiepida accoglienza delle blande città dell'Occidente. Senza sforzo alcuno, l'Oriente penetra attraverso la superficie esterna, razionale, prosaica della personalità del viaggiatore, modellandolo e cambiandolo, facendogli sentire momenti di orrore e di illuminazione, languori inimitabili e improvvise passioni. Avvicinarsi ad Arachnis è come fare il primo passo in un sogno.
Naturalmente l'ottuso viaggiatore occidentale non avverte niente di tutto questo, come i due uomini e la donna che, al tramonto, raggiunsero con la loro lancia a vapore la mezzaluna del porto interno di Arachnis. La loro ignoranza era infantile e commovente, ma non serviva a difenderli contro l'inimmaginabile mondo che li inghiottiva.

Attraccarono mentre calava l'oscurità. I loro progetti erano formulati da tempo. Tutto era stato previsto, ogni possibile cambiamento considerato, tutto calcolato, salvo l'incalcolabile.
L'arabo e la ragazza rimasero a bordo a sorvegliare l'oggetto nel fagotto di tela. L'uomo grasso sbarcò e si allontanò dal porto entrando nella città cinta di mura, oltre la Strada dei Venditori d'Uccelli, la Strada dei Cani, la Strada della Dimenticanza, la Strada dalle Molte Porte... Che strani nomi avevano quelle vie, se si aveva il tempo e la voglia di pensarci.
L'uomo grasso non si sentiva bene. Il movimento del battello gli aveva procurato un malessere che non era ancora del tutto passato. Aveva subito troppi choc, e non era uomo da sapersi adattare con facilità.
Ma il lavoro era ormai quasi giunto al termine. Era divertente ricordare come era cominciato. Un vecchio si era messo in contatto con lui. Adesso aveva bisogno che un certo oggetto - un pezzo di ricambio per un motore - fosse consegnato a un tizio, un suo parente, bloccato sul pianeta Harmonia finché non avesse ricevuto il mezzo per riparare un guasto al motore della sua astronave. Sembrava una cosa semplice, ma erano sorte complicazioni impreviste, al punto che era sembrato addirittura impossibile provvedere alla consegna del pezzo... almeno finché il giovane non fosse stato ormai vecchio, e addirittura morto. Perciò, da vero uomo d'affari qual era, l'anziano signore si era rivolto altrove, e così aveva conosciuto il tizio grasso.
Questa, almeno, era la sua versione. Valeva come un'altra, ed erano tutte ugualmente plausibili.
Ormai l'incarico era prossimo al compimento. L'uomo grasso si era lasciato alle spalle le complicazioni irrisolte venute a galla nel corso delle trattative con Jamieson, e di riflesso col capo indigeno, col suo sacerdote e con il misterioso uomo bianco che viveva nella giungla. Tutti erano misteriosi se non se ne conoscevano i moventi, e ogni situazione appariva complicata finché se ne restava prigionieri. Ma la gente non ammetteva che uno potesse anche andarsene lasciando un caso irrisolto, senza rispondere ai quesiti da esso sollevati. Per farlo bisognava esser forti, e ancora più forti bisognava essere per non soffermarsi su domande sterili come le seguenti: come mai quel pezzo di ricambio era finito in quell'improbabile villaggio dell'Asia meridionale? Chi era l'uomo bianco della giungla e perché gli interessava tanto quel pezzo di ricambio? Perché il capo aveva preso una decisione dopo anni d'incertezze? Perché Jamieson, astuto mercante, aveva ceduto a così basso costo il pezzo di ricambio? Perché nessuno si era intromesso col grassone e i suoi aiutanti quando erano partiti? E così via ad infinitum.
Ma l'uomo grasso aveva resistito alle trappole dei luoghi comuni mosse dalla curiosità. Sapeva che il mistero consiste solo nell'assenza di dati e che per tutte le domande ci sono solo poche risposte, ripetute all'infinito, tipicamente banali. La curiosità uccide. Bisogna lasciarsi alle spalle i problemi seducenti, le irrazionalità deliziose, e muoversi al momento opportuno. Come aveva fatto lui.
Tutto stava procedendo per il meglio. L'uomo grasso era soddisfatto. Desiderava solo che gli passasse quello sgradevole senso di vuoto allo stomaco. E le vertigini.

La Strada delle Scimmie, la Strada del Tramonto, la Strada del Ricordo. Che strani nomi sceglie la gente! O li aveva inventati l'Ufficio del Turismo? Ma non importava, perché lui aveva imparato a memoria da tempo il percorso, e sapeva esattamente dove andare. Attraversò senza fretta il bazar, oltrepassando mucchi di spade, cesti di frutti verdi e arancioni, pile di grassi pesci argentei, cataste di abiti di cotone tinti in tutti i colori dell'arcobaleno, e più avanti, un gruppo di sorridenti uomini dalla pelle scura che percuotevano dei tamburi al cui ritmo danzava una fanciulla dalla pelle dorata. Poi vide giocolieri e mangiatori di fuoco, e un uomo che se ne stava tranquillamente seduto con un gorilla al guinzaglio.
Il caldo era eccessivo anche per i tropici, e così gli odori - spezie, kerosene, catrame, olio per friggere, concime, e i rumori, il chiacchierio di voci straniere, il cigolio di una ruota ad acqua, il mugolio del bestiame, l'acuto latrato dei cani, il tintinnio dei gioielli d'ottone.
E c'erano anche altri suoni non identificabili, e altre scene, non viste o non capite. Un uomo con la testa avvolta in una fascia nera stava eseguendo lentamente una profonda incisione nella coscia di un bambino con un coltello ricavato da una conchiglia, mentre una piccola folla osservava ridacchiando. Cinque uomini percuotevano solennemente coi pugni nudi una lastra di lamiera ondulata, col sangue che scorreva lungo le braccia. Un uomo con una pietra azzurra incastonata nel turbante, emetteva volute di fumo bianco.
Ma al di sopra di tutto rimaneva quel senso di vertigine come se ogni cosa pencolasse e cadesse lentamente verso sinistra, e il senso di vuoto allo stomaco, con l'impressione che una parte del suo corpo si fosse staccata da lui. Gli affari non divertono più quando non si sta bene: la settimana prossima sarebbe andato da un medico a Singapore. E intanto seguiva la Strada dei Ladri, la Strada delle Morti, la Strada del Perdono (accidenti quanto erano pretenziosi!) e poi giù per la Strada del Labirinto, la Strada del Desiderio, la Strada del Pesce, dell'Appagamento, delle Noci, dei Due Demoni, dei Cavalli, ancora pochi isolati e finalmente sarebbe arrivato alla casa di Ahlid.
Un mendicante lo tirò per la manica: «Una monetina, per pietà, perché io possa vivere ancora per un giorno.»
«Non do mai niente ai mendicanti.» «Proprio mai?»
«No. È una questione di principio.»
«Allora prendi questo» disse il mendicante, e gli cacciò in mano un fico secco.
«Perché me l'hai dato?» chiese l'uomo grasso.
«Per capriccio. Sono troppo povero per avere dei principi.»
L'uomo grasso riprese il cammino, stringendo in mano il fico. Non voleva gettarlo via finché il mendicante poteva vederlo. Adesso gli girava la testa e gli tremavano le gambe. S'imbatté nella baracchetta di un'indovina. Una vecchia gli bloccò il passo. «Ti predico l'avvenire, eccelso signore. Ascolta cosa ti riserba il futuro.»
«Non mi faccio mai predire il futuro» disse l'uomo grasso. «È una questione di principio.» Poi si ricordò del mendicante. «E inoltre non me lo posso permettere.»
«Ma tu hai in mano il prezzo» disse la donna. Gli prese il fico e lo fece entrare nella baracchetta. Agitò una brocca di bronzo e ne versò il contenuto sul banco. Uscirono una ventina di monete di diverse dimensioni, forme e colori. La vecchia le esaminò attentamente, poi guardò l'uomo grasso.
«Vedo un mutamento e un adattamento» disse. «Vedo resistenza, poi cessione, poi sconfitta, poi vittoria. Vedo compimento e un nuovo inizio.»
«Non potresti essere un po' più precisa?» chiese l'uomo grasso. Gli bruciavano la fronte e le guance. Aveva la gola così secca che non riusciva a deglutire.
«Certo che posso» disse la vecchia «ma non lo sarò perché la compassione è una virtù e tu sei un uomo attraente.»
Si voltò di scatto, allontanandosi. L'uomo grasso raccolse una monetina di rame battuto dal banco, e si allontanò a sua volta.
Via dell'Iniziazione, Via dell'Avorio.
Una donna lo fermò. Non era né giovane né vecchia. Aveva lineamenti marcati, occhi neri sottolineati dal "khol", labbra dipinte con l'ocra. «Mio caro» disse «mia luna piena, mio palmizio! Il prezzo è basso, il piacere indimenticabile.»
«No» disse l'uomo grasso.
«Pensa al piacere, mio beneamato, al piacere!»
E, per quanto strano gli potesse sembrare, l'uomo grasso ebbe la certezza che avrebbe goduto con quella donna di strada sporca e malata, più di quanto aveva goduto durante gli innumerevoli amplessi del passato. Un attacco di romanticismo! Ma non c'era nemmeno da pensarci, la sifilide dilagava da quelle parti, e poi non aveva tempo di fermarsi.
«Un'altra volta» disse.
«Ahimè, non ci sarà mai un'altra volta!»
«Chi lo sa?»
Lei lo fissò arditamente negli occhi. «Qualcuno lo sa.»
«Prendi questo per mio ricordo» disse l'uomo grasso mettendole in mano la moneta. «È stato saggio da parte tua pagare» disse lei. «Presto vedrai che cosa hai comprato.» L'uomo grasso si voltò e riprese automaticamente il cammino. Gli dolevano le giunture. Stava proprio male. Strada del Rasoio, Strada della Fine ed ecco che era arrivato alla casa del mercante Ahlid.

Capitolo LXXIII

L'uomo grasso batté il grosso pomo di ottone sulla porta della casa di Ahlid. Un servo lo fece entrare e lo accompagnò, dopo aver attraversato un cortile interno, in una stanza fresca, in penombra, dall'alto soffitto.
L'uomo grasso provò un grande sollievo nel sedersi sui morbidi cuscini di broccato sorseggiando tè di menta ghiacciato da un bicchiere d'argento appannato. Ma continuava a non sentirsi bene, e aveva ancora le vertigini. Gli seccava stare male. Era un grosso inconveniente.
Ahlid entrò nella stanza. Era un uomo calmo e snello sulla cinquantina. L'uomo grasso gli aveva salvato la vita all'epoca dei disordini di Mukhatail. Ahlid gliene era stato grato e, cosa ancor più importante, era un uomo degno di fiducia. Avevano combinato affari insieme ad Aden, Porto Sudan e Karachi. Non si erano più visti da quando, anni prima, Ahlid si era trasferito ad Arachnis.
Ahlid chiese all'uomo grasso notizie della sua salute, e ascoltò molto preoccupato la descrizione dei suoi mali.
«A quanto pare questo clima non fa per me» disse l'uomo grasso. «Ma non pensiamoci. Come state, amico mio? E vostra moglie, e la bambina?»
«lo, non c'è male» disse Ahlid. «Nonostante i tempi difficili mi guadagno abbastanza da vivere. Mia moglie è morta un anno fa per il morso di un serpente, nel bazar. Mia figlia sta bene. La vedrete più tardi.»
L'uomo grasso mormorò qualche parola di condoglianza.
Ahlid lo ringraziò e disse: «In questa città si impara a vivere a tu per tu con la Morte. La Morte è presente ovunque, al mondo, e a tempo debito si porta via tutti: ma nelle altre città è molto meno evidente. Altrove, la Morte fa il suo solito giro negli ospedali, fa una corsa sulle autostrade, gira per la città alla ricerca di chi ha bisogno di lei, e in genere si comporta come un onesto cittadino. Tanto per tenersi in forma, combina qualche sorpresa di tanto in tanto, ma in generale esegue il suo lavoro secondo le norme e non tenta di infrangere le speranze e le ragionevoli attese degli uomini seri e rispettabili.
«Ma qui ad Arachnis, la Morte si comporta in modo molto diverso. Forse risente del sole implacabile e della terra acquitrinosa, così si spiega il suo modo di agire lunatico, strano e capriccioso. Ma qualunque siano le cause, qui la Morte è ovunque e arriva inattesa, provando gusto a cogliere di sorpresa, a girare per tutti i quartieri della città, senza nemmeno rispettare le moschee e gli altri luoghi dove l'uomo pensa di essere relativamente al sicuro. Qui la Morte non è più un rispettabile cittadino. È un drammaturgo da due soldi».
«Vogliate scusarmi» disse l'uomo grasso. «Devo essermi appisolato. Il caldo... di cosa stavate parlando?»
«Mi avete chiesto di mia figlia» disse Ahlid. «Ha diciassette anni. Forse vi farebbe piacere vederla.» «Estasiato, veramente estasiato» mormorò l'uomo grasso.

Ahlid lo scortò attraverso corridoi bui, su per una rampa di scale, e poi lungo una galleria le cui strette finestre a feritoia guardavano in un patio con una fontana. Si fermarono davanti a una porta. Ahlid bussò, ed entrarono.
La stanza era vividamente illuminata. Il pavimento era di marmo nero a righe bianche. Le righe si incrociavano e tornavano a incrociarsi a intervalli irregolari come un groviglio di rami. Al centro sedeva una fanciulla dal viso severo, con gli occhi scuri, vestita di bianco, intenta a un ricamo. Il ricamo era mal eseguito, caotico.
«È docile» disse Ahlid.
La ragazza non sollevò lo sguardo. Si guardava la punta della lingua come se si stesse concentrando sulla sua forma. Il ricamo che la attraversava era davvero povero e confuso.

L'uomo grasso si fregò gli occhi. Si alzò a sedere con uno sforzo. Era di nuovo nel salone di Ahlid, sopra i cuscini di broccato. Ahlid stava scrivendo su un libro mastro. Davanti all'uomo grasso era posata una tazza di succo di frutta consumato a metà.
«Scusatemi» disse l'uomo grasso. «Non mi sento bene. Forse sarebbe meglio che parlassimo d'affari.»
«Come volete» disse Ahlid.
«Sono venuto qui» disse l'uomo grasso «per combinare, col vostro aiuto e a un prezzo reciprocamente conveniente, la... Mi è stato affidato un oggetto di scarso valore intrinseco ma indispensabile all'uomo che... Voglio spedire un certo pezzo di motore in un certo posto, e conto di potere... cioè che voi possiate farlo... Non riesco a esprimermi bene. Vorrei poter effettuare...»
«Amico mio» disse Ahlid «non vi pare giunto il momento di parlare seriamente?»
«Sì? Posso assicurarvi...»
«Non è venuto il momento di parlare del poco tempo che vi resta?» domandò Ahlid.
L'uomo grasso riuscì a sorridere.
«Certo, non mi sento bene. Ma nessuno può sapere...»
«Vi prego» disse Ahlid. «Amico mio, mio benefattore, sono dolente di dirvi che avete la peste.» «La peste? Non siate ridicolo. Ammetto di star poco bene. Mi farò visitare.»
«Ho già chiamato il mio medico» disse Ahlid. «Ma conosco bene i sintomi. Tutti, ad Arachnis, li conosciamo, perché la peste fa parte della nostra vita.» «È incredibile» disse l'uomo grasso in tono incredulo.
«Perché dovrei ingannarvi?» rispose Ahlid. «Ve lo dico perché ne sono sicuro. Dovete proprio sprecare il vostro tempo prezioso per contraddirmi?»
L'uomo grasso tacque a lungo. Poi disse con voce atona: «Sbarcando, ho capito di essere gravemente malato. Ahlid, quanto tempo mi resta?» «Tre settimane, un mese. Forse due.» «Non di più?» «Non di più.»
«Capisco» disse l'uomo grasso. «Be', in questo caso... C'è un ospedale, qui?» «Niente che sia degno di questo nome. Voi resterete qui nella mia casa.» «Neanche parlarne» disse l'uomo grasso. «Il rischio del contagio...»
«Ad Arachnis nessuno sfugge al contagio» disse Ahlid. «Ascoltate. Voi resterete qui per quel poco che vi rimane da vivere e poi morirete. Questa è casa vostra, lo sono la vostra famiglia.» L'uomo grasso ebbe un pallido sorriso e scosse la testa.
«Non capite» disse Ahlid. «La Morte fa parte della vita. Perciò non la si può rifiutare. E non resta che accettare quanto è impossibile rifiutare. Poiché siamo uomini, la nostra sottomissione dev'essere decisa quanto il nostro rifiuto. Siete stato fortunato ad avere la possibilità di prepararvi alla Morte e farlo qui, in una casa fresca e piacevole... la vostra casa. Non è brutto, credetemi, amico mio.»
«No, non lo è» ammise l'uomo grasso. «Ma per voi sarà deprimente.»
«La vostra Morte non mi deprimerà più di quanto non mi abbatterà la mia» disse Ahlid. «Voi ed io parleremo insieme nei prossimi giorni. Voi vi preparerete. E mi aiuterete.» «In che modo?»
«La mia accettazione della Morte è ancora molto imperfetta» disse Ahlid. «Grazie a voi, spero di imparare quello che è necessario fare: sottomettermi con decisione.» «E vostra figlia?»
«Il filo della sua vita è sottile. L'avrete certamente notato. Anche lei deve imparare.»
«Bene» disse l'uomo grasso. «È strano, e nello stesso tempo non lo è... Adesso sono meno sorpreso dall'imminenza della mia Morte che dal fatto di constatare che siete diventato un filosofo.»
Ahlid scosse la testa. «Sono solo un uomo qualunque, e ho paura. Ma sono un uomo. Devo affrontare quello che mi aspetta a testa alta.»
«Anch'io» disse l'uomo grasso. «Ci sono voluti molti anni perché prendessimo in considerazione ciò che è veramente importante.»
«Non è strano per niente» disse Ahlid. «Se tutti badassero solo alle cose importanti, chi preparerebbe il succo di frutta gelato?»
«Avete ragione» disse l'uomo grasso. «Ma ora vorrei sdraiarmi per un po'. Poi potremo parlare ancora.»
Ahlid suonò un campanello, «lo e il servo vi accompagneremo nella vostra stanza. Il dottore arriverà prima del vostro risveglio. Non può guarirvi, ma vi allevierà i dolori. Volete che mi occupi dell'affare a cui avete accennato?»
«No» disse l'uomo grasso. «Ormai non ha più importanza.»
«E allora non parliamone più. In una maniera o nell'altra le questioni d'affari finiscono sempre per risolversi da sole.»
Arrivò il servo e l'uomo grasso fu accompagnato in una camera bianca e fresca. Si accorse di essere felice. Era vero: sulla Terra non si poteva mai predire niente.

Capitolo LXXIV

Mishkin sedeva alla scrivania, ai piedi della montagna di vetro, laggiù dove finisce la foresta di Harmonia.
Stava gustando il caffè mattutino quanto il robot gli portò la posta.
Prima vide una circolare governativa che spiegava l'impossibilità di consegnare il Pezzo di Ricambio per Motore L-1223A. Erano elencati cinque motivi. Mishkin non si curò di leggerli. La circolare governativa era ciclostilata.
Poi c'era una lettera di zio Arnold:

Caro Tom, non t'immagineresti mai quello che ho fatto e i fili che ho tirato, ma non sono venuto a capo di niente: pare proprio che sia impossibile farti avere quel pezzo di ricambio. Ma non mi sono ancora arreso. (Tuo zio Arnold non si arrende mail). Forse non sai che il tuo secondo nipote, Irving Gluckman, fa il contabile in una consociata della Rand Corporation. Lo pregherò di domandare al suo principale se non è il caso di considerare il tuo problema come una questione d'Interesse Nazionale, il che, in un certo senso, è vero. Tutto questo richiederà del tempo, così, se ti è possibile tornare a casa in un altro modo, non sarebbe una cattiva idea. Su con la vita, figliolo, e tanti cari saluti al tuo robot.

Infine, c'era una lettera dell'Uomo dei Mille Travestimenti:

Caro Tom, ho tentato tutto quanto stava nelle mie possibilità, e anche qualcosa di più, per farti avere il pezzo di ricambio e toglierti da quella imbarazzante situazione di cui assumo tutta la responsabilità. Sono arrivato al punto di creare una nuova trama, con logica impeccabile e personaggi plausibili, al solo scopo di farti recapitare il pezzo di ricambio. Ma il mio nuovo protagonista ha preso la peste, perso l'interesse nella vita e rifiutato recisamente di portare a termine l'incarico per cui l'avevo creato. Ho cercato di indurre i suoi aiutanti a farlo, ma si sono innamorati e sono andati alle isole Seychelles a fabbricare gioielli e a nutrirsi di cibi organici. Perciò ho sprecato inutilmente un sacco di tempo e di parole, e mi dispiace moltissimo, ma quella era la mia ultima idea brillante e il dottore dice che adesso devo far riposare un po' il cervello.
Tom, perdonami, ho i nervi a pezzi, sono distrutto, e proprio non sono in grado di far altro per te. Non so dirti quanto mi dispiaccia che le cose siano andate così, specie se si tiene conto di quanto tu sei stato disponibile e paziente fin dal principio.
Invio a parte una scatola di tavolette di cioccolata alla mandorla di Hershey, uno stampo per tortilla e una copia manoscritta del mio ultimo libro intitolato "Come sopravvivere su un Pianeta Sconosciuto". A detta dei lettori imparziali è uno studio approfondito, anche se un po' pedante, di problemi assai simili al tuo e contiene molti suggerimenti pratici. Stammi bene, tieni alto il morale eccetera. Se salterà fuori qualcosa mi darò subito da fare, ma, sinceramente, non contarci. Con tutto il mio affetto.
L'Autore

Capitolo LXXV

Momento nero

Ah, la solitudine di tutto ciò! L'abbandono! E il dolore! Presto.
Presto, Watson, l'ago, la pillola, la pistola, i proiettili! Troppe stelle, troppi occhi! Disincantati. Ma prima mangia questo delizioso panino con formaggio fuso e gelatina.

Capitolo LXXVI

Trasformazione finale

«Tommy, smettila di giocare!»
«Non sto giocando, mamma, credimi. È tutto vero.»
«Sì, lo so. Ma adesso smetti di giocare e rientra in casa.»
«Non posso tornare a casa» disse Mishkin con un amaro sorriso. «Appunto questo è il problema. Ho bisogno di un pezzo di ricambio per l'astronave...»
«Ti ho detto di smettere di giocare. Metti via quella scopa e vieni a casa. Immediatamente!»
«Non è una scopa, è un'astronave. E poi il mio robot dice...»
«E porta anche quella vecchia radio. Vieni subito, il pranzo è pronto.»
«Proprio subito, mamma? Non posso giocare ancora un po'?»
«È quasi buio e devi ancora fare i compiti. Rientra subito.»
«Ma...»
«E non fare il muso.»
«Uffa! È davvero un'astronave ed è rotta.» «Va bene, è un'astronave rotta. Vieni sì o no?»
«Sì, mamma. Vengo subito.»

Capitolo LXXVII

Deformazioni finali

L'Uomo dei Mille Travestimenti si trasforma in Mishkin. Il robot si trasforma nello zio Arnold, che si trasforma nel robot, che si trasforma nell'Uomo dei Mille Travestimenti, che si trasforma in Mishkin, che si trasforma... si fondono, si combinano.
Breve intermezzo mentre le comparse tornano se stesse. Verrà eseguita musica delle sfere. Verranno serviti rinfreschi. Saranno proiettate visioni interiori mediante la Macchina delle Illusioni. È permesso fumare.

ULTIMO DOCUMENTO

Una fotografia del II battaglione del XXXII reggimento di fanteria, VII divisione, VIII armata. È una fotografia lunga, un rotolo, un souvenir. Srotolatela con cura. Come si somigliano tutte le facce! Ma guardate... Mishkin è nella quarta fila del fondo, terza faccia da sinistra. Ha un sorriso sciocco. Non è proprio niente di speciale.

FINE