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Utopia & Dystopia
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IL SANTUARIO DOMESTICO NEL CONCETTO CRISTIANO - Giuseppe Bruno

0 - Prefazione / I - Parere di amico / II - I fini del matrimonio / III - Il mirabile disegno di dio / IV - Giusto concetto di un'intima lotta / V - Le convenienze sociali / VI - La famiglia, sua necessità / VII - Unità e stabilità della famiglia / VIII - Soddisfazioni legittime, sante, peccaminose / IX - Il necessario non manca / X - Castigo di dio / XI - Alternativa indiscutibile: o continenza o confidenza / XII - Il celibato del clero / XIII - Difficoltà su difficoltà per chi ha poca volontà / XIV - Frutti dei disordini / XV - Educazione dei figli unici / XVI - Prospettive umane e prospettive divine / XVII - Ragionamenti troppo umani / XVIII - Unico rimedio / XIX - Malizia e responsabilità / XX - Pretesti, delitti e scandali / XXI - Compatire e perdonare non è approvare / XXII - Conclusione / XXIII - Confessioni invalide e sacrileghe / XXIV - Buona fede / XXV - Meglio diradare o intensificare la frequenza alla confessione? / XXVI - Rimedio radicale

Prefazione

Quando scrivevo questo mio lavoretto, non avrei mai pensato che gli toccasse l'onore di una seconda edizione, né tanto meno che il medesimo venisse diffuso per tutta Italia, ed attirasse al suo modesto autore tante e tali espressioni di encomio orali, scritte, e della stampa, quante in realtà ne sono venute.
Pur facendo una tara ai complimenti, frutto in gran parte della bontà e delicatezza di chi li ha fatti, voglio sperare non si tratti di pura adulazione, ma che in realtà il lavoro nella sua semplicità e nella sua forma di conversazione familiare abbia potuto fare un po' di bene come mi ero prefisso mettendomi a scrivere.
Le approvazioni e gli incoraggiamenti di molti confratelli ed i consigli che parecchi di loro hanno avuto la bontà di suggerirmi, e di cui li ringrazio sentitamente, mi hanno spinto a preparare varie aggiunte e correzioni per questa seconda edizione, che spero abbia a continuare e perfezionare quel po' di bene che può aver fatto la prima.
Ma... ogni medaglia ha il suo rovescio. Se questo libretto ha incontrato il favore di molti ben pensanti, ha pure suscitato delle polemiche, destato dei vespai. Basti dire che se n'è occupato non solo il settimanale socialista cuneese di allora «LOTTE NUOVE» ma lo stesso «DON BASILIO» (entrambi di più o meno felice memoria) e questi certamente non per incensare.
Ma lasciamo stare i morti e pensiamo a dare, colla presentazione di questa seconda edizione, una risposta ai vivi, cioè ai lettori che condividessero i pareri che hanno provocato i seguenti commenti:

1) È uno scandalo! È una vergogna! È una ingerenza indebita quella di un prete che venga a ficcare il naso in certe faccende, e scriva di argomenti così delicati!
R) Lo scandalo, fino a prova contraria, è procurare al prossimo occasione di rovina spirituale. Ora io non credo che cercare di conoscere e far conoscere l'opera di Dio (e il problema della conservazione e della propagazione della vita è opera di Dio per eccellenza) perché conoscendola la si possa più facilmente e coscientemente assecondare, sia un portare le anime a rovina. Così non credo che per un sacerdote sia un'ingerenza indebita l'occuparsi di quello che è il substrato di un sacramento, della osservanza o delle violazioni dei comandamenti della legge di Dio, di cui egli dev'essere maestro. Ma... già, si sa, gli scandalizzati sono coloro che sono stati toccati più sul vivo; e... comprensibile anche questo, l'asino toccato sulla piaga tira calci!

2) Altri non hanno fatto gli scandalizzati, no; ma per non sentirsi troppo vincolati dalle conseguenze, hanno detto a sé e ad altri: «L'autore di questo libro propone il programma massimo nel rispetto della legge di natura, ma poi... ciascuno fa come può e i preti si accontentano anche di un minimo!»
R) Chiariamo un equivoco: Chi ha scritto, e come lui ogni sacerdote, è contento ogni qual volta coi suoi consigli ottiene, se non la perfezione, almeno un miglioramento: è vero. Che poi il sottoscritto non si sia fatta la illusione di cambiare la faccia al mondo coi suoi scarabocchi è ancora una verità indiscutibile. Ma che chi legge possa da questo dedurre, per tacitare la sua coscienza, che quanto è l'insegnamento fondamentale del libro, sia puramente un ideale proposto come consiglio e non uno stretto obbligo di coscienza, sotto pena di peccato e di peccato grave, è un altro affare.

Nella trattazione dell'argomento ho voluto appoggiarmi appositamente più che sugli argomenti autoritativi, sulla base di ragionamenti semplici, se vogliamo, ma che mi sembrano esaurienti, proprio perché, sapendo di aver da fare oggi con un mondo che, sotto la bandiera della ragione, pretenderebbe scalzare qualunque autorità, sono convinto che, solo facendo vedere ragionevole quanto è disposto dalla legge, ci sia speranza di indurre all'osservanza della medesima coloro che hanno un minimo di buona volontà.
A chi ragiona come sopra vorrei dire: Vi sentite di mostrare false le ragioni che vi ho addotte, senza negare il Vangelo e la Chiesa, rimanendo, cioè come voglio supporre (che d'altronde io ho scritto per i cristiani, non per chi nega il cristianesimo), rimanendo, ripeto, cristiani? Per parte mia mi ritiro, senza per questo dirvi che voi abbiate ragione, perché immensamente più dei miei argomenti vale l'autorità della Chiesa. Non ve la sentite, perché in coscienza dovete convenire sulla verità delle asserzioni e sul valore delle prove? Siate logici! Non vi resta che concludere: «La legge è quella; e... non potendola negare, né ragionevolmente discutere, la debbo accettare qual è, e propormi di osservarla. Se poi un momento di debolezza mi ha portato o mi porterà alla violazione, invece di ostinarmi nel male e pretendere di giustificare il mio operato con cavilli (che naturalmente non reggono davanti a Dio), debbo onestamente riconoscere e condannare il mio torto e rimettermi, coll'aiuto di Dio, sulla buona strada».
Questo l'ideale che mi ha spinto a scrivere: non la condanna di chi su questo punto è fuori strada, ma l'istruzione e l'aiuto perché si possa correggere in tempo e salvare.
Benedica il Signore i miei ideali e li realizzi nella più larga misura possibile, per la Sua gloria ed il bene delle anime.

Una parola di presentazione

ai miei cari parrocchiani e a quanti si degneranno di leggermi.

Un problema tra i più scottanti dei giorni nostri, problema che assilla tante coscienze, che allontana molti dai Sacramenti, e che viceversa porta spesso alla profanazione dei medesimi è quello della vita intima coniugale in relazione col fine primario del matrimonio: la prole. È indiscutibile che i disordini in questo campo, oggettivamente parlando, sono all'ordine del giorno; soggettivamente Dio solo sa con quale frequenza si moltiplichino le colpe. La buona fede avrà, speriamo, la sua parte nell'attenuare la responsabilità della condotta di taluni; ma c'è molto a temere che spesso si tratti di una buona fede in gran parte artificiale, fittizia, fatta di ignoranza colpevole, in quanto non si vogliono aprire gli occhi per approfondire il problema e non essere così obbligati a prendere decisioni energiche che imporrebbero sacrifici.
L'esempio del Sommo Pontefice Pio XI, di venerata memoria, colla Sua Enciclica «Casti Connubii», e dello stesso Pio XI e del felicemente regnante Pio XII, coi loro discorsi agli sposi, dice chiaro la necessità di scuotere le coscienze, di far aprire gli occhi sull'abisso che l'umanità si va scavando colla profanazione del santuario domestico, profanazione su cui troppo forse si è taciuto colla conseguenza evidente che si è permesso al male di diffondersi fino al punto di sembrare ormai incurabile.
Dietro un sì augusto esempio e richiamo, gli Ecc.mi Vescovi collettivamente ed isolatamente presero provvedimenti, diedero istruzioni al clero in merito alla predicazione ed alla confessione; scrittori di polso ci diedero una fioritura di opere sulla santità e sui doveri del matrimonio... ma il male continua se pur non peggiora.
La Chiesa, per nulla affatto scoraggiata, conscia di essere «Ai trionfi avvezza» come ad esuberanza dimostrano le vittorie sul paganesimo, sui persecutori, sulle eresie di tutti i tempi e di tutti i luoghi, fidando sulle promesse del suo Fondatore che poté proclamare la sua vittoria sul mondo intero: «Ego vici mundum», «Io ho vinto il mondo»; memore del prezzo di riscatto di ciascun'anima: «Non siete stati redenti a prezzo d'oro o d'argento, ma dal sangue dell'Agnello immacolato, Cristo...», per cui ogni anima salvata segna per lei una reale e grande vittoria, continua imperterrita la sua santa battaglia, che, come quella di Cristo, non produce la morte, ma la vera vita dei vinti; e vuole che a questa battaglia prendano parte tutti coloro che le sono fedeli, in prima fila i suoi sacerdoti.
Questo il motivo del presente opuscolo, questo l'ideale che da un paio d'anni mi tormenta: dare il mio povero contributo alla bonifica morale della società odierna ed in particolare di quella porzione di gregge che la Provvidenza mi ha affidato. Nella fiducia di essere più efficace colla parola scritta che colla parlata, dopo matura riflessione e frequenti preghiere, ho deciso di prendere la penna e, dedicando le ultime ore della giornata, sacrificando anche un po' di riposo per non rubare il tempo alle occupazioni della vita di ministero, esporre, a modo mio, la dottrina della Chiesa sul delicato problema.
Ho cercato di parlar chiaro pur non scendendo al volgare: spero che questo opuscolo, se sarà riservato ai coniugati ed alla gioventù che si prepara al matrimonio, per cui l'ho scritto, non abbia a scandalizzare nessuno. Non ho certo la pretesa di aver fatto qualcosa di meglio di quanto già esistesse. Mio intento è stato non di fare un trattato scientifico, ma una conversazione pratica. Non ho quindi preso a confutare errori dottrinali (cosa superiore alle mie forze), ma a rispondere alle obiezioni ed alle difficoltà pratiche che si sentono ad ogni pie' sospinto; e nelle mie risposte non sono ricorso a citazioni di autori o di trattati, ma mi sono proposto di rispondere unicamente col cuore alla mano, in base ai principi più elementari della morale cristiana ed ai dettami della coscienza e della retta ragione.
Le risposte che così mi sono venute ed ho messo in carta, non per partito preso, ma come frutto di intima persuasione, mi sembrano sufficientemente convincenti per chiunque voglia essere sincero ed abbia buona volontà. Per questo mi cullo nella dolce speranza dì non aver sprecato tempo e denaro con questo mio lavoro.
Un pregio particolare intendo attribuire al presente opuscolo, pregio che non tutti i libri possono vantare: quello di rappresentare una conversazione cuore a cuore con ciascuno dei miei parrocchiani (per cui in particolare ho scritto), non perché ne abbiano più bisogno degli altri, ma perché essi sono i primi ad aver diritto al mio apostolato; ed ho scritto con quell'intento di amore paterno che sempre mi dettava gli articoli principali del Bollettino, che mi risultava seguito con simpatia.
Mi sono figurato un colloquio con un amico d'infanzia per avere ed ispirare la massima confidenza, immaginandomi in quest'amico ciascuno dei miei lettori. Gli ho messo a fianco ed ho fatto interloquire la moglie per farle proporre quelle difficoltà che sono più proprie della donna e per suggerire quegli ideali che interessano più da vicino le mamme.
Avrò ottenuto il mio scopo? Ripeto: lo spero. Ma la mia speranza è sopra tutto fondata sulla benedizione e sulla grazia di Dio. Per questo raccomando questo mio modesto lavoro alla preghiera dei buoni, delle Lampade Viventi, e soprattutto di coloro che da questa lettura avessero ottenuto un giovamento.
Va', caro libretto, scritto senza pretese, ma dettato da un cuore paterno, va' a dire una buona parola a tutti i miei parrocchiani, e... se puoi fare un po' di bene, passa pure i confini della parrocchia, va' magari in capo al mondo, e di' a coloro che ti leggeranno che innalzino una preghiera per chi ti ha scritto.

Capitolo I - Parere di amico

- Oh! Chi si vede! La tua visita, o dirò meglio, la vostra visita, mi è questa volta doppiamente cara: primo perché da tanto tempo non ci eravamo più visti, e poi perché questa volta ho l'onore (dopo tanto che me ne hai scritto) di conoscere la tua «Dolce metà». Benvenuti! Potremo oggi, a Dio piacendo, passare una giornata in fraterna compagnia!
- Grazie delle tue accoglienze, caro D. Giuseppe, grazie delle tue buone parole. Anch'io da tempo desideravo questo incontro; ma... a dirti il vero da questa primavera quasi quasi non mi sentivo più il coraggio di venirti a trovare, mentre d'altra parte ne provavo doppio bisogno perché a te, amico d'infanzia e sacerdote, vorrei proporre una questione che mi scotta terribilmente.
- Che misteri ci sono in aria, che un mio amico, tra i più intimi, non abbia più il coraggio di venire da me? E che questione avrai da propormi come ad amico e sacerdote?
- Volevo parlartene più tardi, lungo la giornata, quando ci fossimo trovati a quattrocchi. Ma, dal momento che... mi sono tradito, e involontariamente sono entrato in argomento, ti aprirò subito il mio cuore, sebbene sia presente mia moglie, che tuttavia ha piacere anche lei di sentire il tuo giudizio e... avrà pure lei da farti le sue difficoltà.
Ho detto che da questa primavera mi è venuto il dubbio se avevo ancora da continuare l'amicizia con te o troncarla; e questo non per colpa tua, ma per me, che non mi sento più degno di essere trattato così familiarmente, direi fraternamente da un sacerdote, mentre io... Figurati che non ho neppure più fatto Pasqua, e... non so se, e quando la farò di nuovo.
- Oh! Cosa mi vai combinando? Hai perso la fede? E sarà proprio Lei, signora, che è venuta a guastarmi il cuore dell'amico?
- Io sono tutta mortificata di dover subire una tale figura fin dal primo incontro col più caro amico di mio marito. Vedo però che Lei scherza, e voglio sperare che non mi abbia a giudicare un'eretica, come spero che il nostro primo incontro abbia a chiarire molte idee e rinsaldare l'amicizia di cui ci onora.
- Lo spero anch'io! Ma intanto si può sapere di che cosa si tratta?
- Te lo dico subito. Questa primavera sono andato per fare la Pasqua: tu lo sai che non solo non l'ho mai lasciata, ma anzi avevo l'abitudine di accostarmi ai Sacramenti alle feste principali. Vado da un confessore che... non so come chiamarlo, se intrigante, o scrupoloso, o giansenista, o che so io, e... gira che ti gira, mi viene ad interrogare su certi punti tra i più delicati di una famiglia, a curiosare di cose che, a mio parere, riguardano me e mia moglie e nessun altro, e bellamente mi rifiuta l'assoluzione. Puoi comprendere con quale stato d'animo sono tornato a casa! La domenica seguente ritento la prova da un altro confessore, e gli dico sinceramente la mia disavventura ed il mio disappunto; e anche questi, certo per non contraddire il confratello, mi dà torto e mi spedisce anche lui senza assolvermi. Parto di lì deciso: non faccio più Pasqua! Vedi, sono stato sincero: ti ho detto tutto: ora tienimi ancora come amico o non più, come ti pare.
Se mai però, prima di licenziarmi, dimmi tu una parola da amico: io spero che tu riuscirai a ridonarmi un po' di pace, che da quel giorno ho perduto.
- Mi rincresce che tu voglia credere più alla parola dell'amico che non a quella del sacerdote, quasi che il sacerdote, come tale, ti voglia ingannare e che parli senza convinzione. Ad ogni modo, tu questa volta parli con un amico che veramente ti ama e ti parla da amico, se vuoi, da fratello, e nello stesso tempo è sacerdote, e ti parla da ministro di Dio e non teme di avere da tradire né una parte né l'altra perché sicuro che la verità non si contraddice.
Ho ormai compreso tutto il tuo problema e, dacché ti conosco come uomo sincero e generoso, sono persuaso fin d'ora che dopo questa giornata ci lasceremo più amici di prima e tu tornerai a fare la Pasqua e smetterai quel po' di rancore che nutrì verso i due confessori che, a tuo giudizio, ti hanno fatto tanto torto.

Capitolo II - I fini del matrimonio

- Piacesse al cielo! Tu sai che da circa due anni mi sono sposato perché proprio avevo bisogno di una compagnia, e se non mi decidevo allora non mi sarei deciso mai più. Però comprenderai anche tu che nei momenti in cui viviamo... Ma mi sono sempre mantenuto fedele, vado a Messa, ecc... Mi pare insomma di aver sempre vissuto da buon cristiano, e ci andava proprio quel ficcanaso di un confessore che doveva venirmi a domandare se ho figli o no; se non sono venuti o non li ho voluti o che so io! Che cosa importa a lui se non ho famiglia?
- Al confessore come tale nulla importa se tu abbia o no famiglia; quello che gli importa per il suo ministero è se tu abbia o non abbia peccato, e, se c'è il peccato, che tu sia pentito ed abbia buona volontà di evitarlo per l'avvenire. Questo e non altro preme al confessore, perché egli sa di avere un giorno da rendere conto a Dio di tutte le anime che egli avrà avuto da dirigere, perché ricorda il severo monito del S. Padre Pio XI, nella sua Enciclica «Casti Connubii»: «Ammoniamo i sacerdoti che sono applicati ad ascoltare le confessioni... che non lascino errare i fedeli a sé affidati in punto tanto grave della legge di Dio... Che se qualche confessore o pastore di anime (che Dio noi permetta!) inducesse egli stesso in somiglianti errori i fedeli a sé commessi, o se non altro ve li confermasse, sia con approvarli, sia colpevolmente tacendo, sappia di dover rendere severo conto a Dio Giudice Supremo del tradito suo ufficio, e stimi a sé rivolte le parole di Cristo: Sono ciechi e guide di ciechi, e se il cieco al cieco fa da guida, l'uno e l'altro cadranno nella fossa».
- Ma che peccato! Se io cercassi altre donne... se sopprimessi una vita iniziata... se...! Ma se convivo onestamente con mia moglie!
- Dimmi un po', vivete come fratello e sorella?
- Tu scherzi! Scusami, ma non credo che tu viva nel mondo della luna! Per vivere così non avrei neppure pensato a sposarmi! E, se anche sentivo il bisogno di una compagnia, come dicevo poc'anzi, avrei risolto il problema diversamente, senza legarmi in modo irrevocabile.
- Hai perfettamente ragione: non vengo dal mondo della luna; ma ti posso dire che vivo su questa terra, e, per la missione che il Signore ha affidato al Sacerdozio, sono al corrente di quanto passa in questo povero mondo, anche se, grazie a Dio ed alla veramente divina prudenza della Chiesa, che ci impone il celibato, non ne sono all'esperienza diretta.
- Già, non sarebbe male che i preti provassero anche loro che cos'è la vita!
- Abbi pazienza, e, se lo desideri, risponderò anche a questa tua obiezione. Ora per non far delle confusioni, torniamo al nostro argomento e chiariamo subito un principio fondamentalissimo che illuminerà gran parte del problema. Tu mi dici che ti stimi in perfetta regola perché non tradisci la moglie (e io non ne voglio dubitare neppure lontanamente) e perché non hai mai soppresso una vita iniziata, ma intanto escludi positivamente la famiglia: qui sta l'errore. Dimmi secondo te, per qual fine sarebbe stato istituito il matrimonio?
- Beh!... certo, il matrimonio è per la prole; ma uno può benissimo sposarsi per avere una compagnia, per trovare nella donna un aiuto, un conforto, un affetto sincero ch'egli a sua volta sente il bisogno e il dovere di ricambiare, per... che so io, per evitare di fare la vita del vagabondo come fanno tanti...
- Giustissime tutte le tue ragioni: non resta che dare il dovuto valore a ciascuna e siamo a posto. Anche tu non hai potuto fare a meno di mettere in capo a tutte la prima e principalissima di queste ragioni, senza la quale il matrimonio non è più matrimonio, e contro la quale non si può far nulla senza violare la legge di natura, che è la prima legge di Dio.
Vedi, per servirmi di un paragone, uno può portare in tasca un orologio anche per far bella figura, perché di metallo nobile, perché di marca rara, può portarlo come ricordo di persona cara, ecc... ma se quest'orologio non segna le ore, non è più orologio, fallisce il suo scopo. Così, due sposi possono unirsi in matrimonio per mille e una ragione, ma se escludono positivamente la prima, il loro non è più matrimonio, (parlo naturalmente di matrimonio cristiano, di matrimonio sacramento, quale voglio credere sia pure nei tuoi ideali), ma un puro semplice concubinato.
- Mi pare che tu vada un po' forte! Secondo la tua affermazione, tutti coloro che contraggono matrimonio in età avanzata farebbero un matrimonio invalido. Eppure la Chiesa li benedice ugualmente.
- Attento alle parole: coloro che escludono positivamente ho detto, e non coloro che per natura non possono aver famiglia. Poiché questi implicitamente, seguendo la natura, si dimostrano disposti ad esser strumenti nelle mani di Dio per una nuova vita, e se questa non viene, non dipende dalla loro volontà; mentre al contrario i primi pretendono di dire, se non colle parole, almeno in pratica: su questo punto comandiamo noi e nessun altro: ecco la ribellione, ecco la malizia.
- E allora due che si sposino, supponiamo tra i quaranta ed i cinquant'anni, età in cui è ancora possibile la procreazione, ma nella quale farebbero ridere anche i polli se avessero ancora un bamboccio in braccio, senza poter neppure sperare nella possibilità di sistemarlo, se escludono l'idea della famiglia, fanno male?
- Senza dubbio, se quest'esclusione ha come mezzo la violazione della legge di natura. Anzi, non solo fanno peccato contraendo matrimonio con tale intendimento, ma si mettono a pericolo di fare un contratto invalido, perché ne escludono il fine primo e principalissimo. Ed è naturale: ti pare possibile che quel medesimo Dio che, a chi è fuori del matrimonio, proibisce sotto pena di peccato grave ogni soddisfazione dei sensi a questo riguardo, sia da soli, sia con altri (e notiamo che fuori del matrimonio si trovano precisamente i giovani di diciotto, venti, venticinque anni, nel bollore delle tentazioni, si trovano i fidanzati che ai bollori propri dell'età aggiungono un'altra terribile sorgente di lotta nell'amore che pur si debbono dimostrare e che evidentemente è di ben diversa natura dall'amore che può intercorrere tra fratello e sorella), ti pare possibile dicevo, che quel medesimo Dio abbia poi istituito un Sacramento per dire, e dall'altare, agli sposi: «Fin'ora ogni soddisfazione del genere era proibita, ma d'ora innanzi tutto sarà lecito: andate pure tranquilli, scapricciatevi a vostro talento, se volete figli, altrimenti sappiatevi regolare, avrete ugualmente la mia benedizione»? Non ti pare che una simile affermazione sarebbe una bestemmia contro la santità del Sacramento, contro la giustizia di Dio, che senza una ragione benedirebbe, in chi per l'età più avanzata è meno tentato, quello che proibisce a chi è più tormentato?
- Veramente questa riflessione non me l'ero mai fatta, ed è giusta.
Ma vedi, io non mi sono sposato col proposito di non aver mai famiglia, ed ho detto espressamente: «In questi tempi». Appena la vita tornerà normale, penseremo anche noi a qualche erede. Non dico tanti, ma uno o due...
- Insomma, tu vuoi farla un po' da padrone, ma devi ricordare che della natura e delle sue leggi uno solo è padrone: Dio.
Ragioniamo un poco spassionatamente: ammesso che sia lecito all'uomo violare una volta la legge della natura, perché non sarà lecito una seconda, una decima, sempre? Chi potrà dire autorevolmente ad un certo punto il «Basta»? Tu ora hai la difficoltà del momento (e lo sapevi già prima che i tempi erano brutti), domani potrai avere quella di una età, come dicevi sopra, in cui non è più desiderabile avere bambini, un altro accamperà la scusa della disoccupazione, un terzo della salute, un quarto dirà semplicemente che vuol godersi un po' la luna di miele, e poi che si sta troppo bene così, senza legami, ecc... e nessuno potrà mai obbiettargli una legge, perché l'interessato potrà sempre rispondere: la legge me la faccio io.
- Io non intendo di arrivare a questa conclusione, ma di prendere le cose con un certo criterio, quando cioè c'è una vera ragione che giustifichi la precauzione.
- Ma il guaio si è nello stabilirlo questo criterio! Ciascuno vuole avere per buono il suo, ossia nessuno. Come un torrente impetuoso, se trova rotta in un punto la diga, invece di scorrere verso i mulini, verso le officine o verso le lontane pianure che attendono il beneficio della forza motrice o dell'irrigazione, inonda la campagna circostante apportando danni e rovine, così le inclinazioni della natura umana, se non sono rette da una legge tassativa inviolabile, dilagano terribilmente nella più abbietta corruzione, come appunto dobbiamo deplorare oggi constatando la più sfacciata profanazione dello amore tra la gioventù e della santità del santuario domestico tra i coniugati.

Capitolo III - Il mirabile disegno di Dio

- E questa legge la volete stabilire voi preti che... senza offenderti, siete meno alla portata di pesarla, perché non vi trovate all'atto pratico.
- No, non noi preti, ma la natura, la sana ragione, la coscienza ce la dettano questa legge; dirò meglio: Dio stesso, autore della natura che con il sesto e nono comandamento ribadì e chiarì positivamente la sua volontà già espressa nella legge naturale e ne punì talvolta in modo terribile la violazione come ad esempio quando maledisse e punì colla morte Onan, da cui prende appunto nome il disordine di cui parliamo. Noi non ne siamo che i custodi, i maestri, i difensori.
- La natura? Non parlarmi di questa perché altrimenti ti dirò che è precisamente la natura quella che porta ed esige quanto voi condannate come peccato! Se nel mondo non ci fosse una certa convenienza sociale che faccia da freno... non so dove la natura porterebbe la povera umanità!
- Quanto sei in errore, caro mio! Dimmi, secondo te in che cosa consiste la natura umana? Tu dimentichi che se l'uomo da un lato partecipa alla natura del bruto in quanto ha un corpo con tutti gli appetiti animaleschi, e... diciamolo pure, su questo punto forse più pronunciati che nel bruto (perché il bruto ha segnati dall'istinto i suoi limiti), dall'altro è immensamente più nobile per il lume della ragione che deve imperare ai sensi ed alla materia. E qui sta appunto la bellezza dei disegni della Divina Provvidenza.
Rifletti un momento spassionatamente con me e vedrai con ammirazione la Divina Sapienza nell'Opera della creazione e della moltiplicazione della vita.
Dio creatore dell'universo, alla cui bontà, sapienza e potenza ogni creatura deve inchinarsi riverente come al proprio fattore, avrebbe potuto riservare esclusivamente a sé tutta l'opera creatrice e conservatrice d'ogni specie di esseri, e questo senza suo disturbo, poiché «Ipse dixit et facta sunt». Un semplice cenno della Sua volontà ha creato quanto non era, tanto più facilmente avrebbe potuto conservare e moltiplicare quanto già esisteva. Ma no! Volle chiamare alla partecipazione dell'Opera creatrice le Sue creature, e dare coll'onore anche l'attrattiva di una intensa soddisfazione. Onore e soddisfazione dati evidentemente per la creatura ragionevole, ma distribuiti anche nella natura inferiore, perché l'uomo, servendosi rettamente del dono dell'intelligenza, da questa imparasse a conoscere meglio i piani divini.
Esaminiamo: Nel regno minerale non abbiamo una vera e propria generazione, ma continue trasformazioni che avvengono per leggi fisiche non sempre conosciute ma invariabili.
Nel regno vegetale abbiamo già una vera riproduzione che avviene in base ad una legge fisica nella unione dei due sessi. Ma fin di qui noi abbiamo l'insegnamento che detta unione ha lo unico scopo di dare origine ad un nuovo essere della stessa specie.
Saliamo più in alto per i gradini della natura e noi troviamo che la riproduzione degli animali è diretta da un qualche cosa che sta tra la legge fisica e la volontà: l'istinto, in cui già si delinea l'attrattiva del senso, una certa passione, una certa soddisfazione nella ricerca vicendevole dei due sessi. Ma anche qui la ricerca è regolata nel modo più evidente al solo scopo voluto da Dio: la riproduzione. Difatti non è difficile osservare animali della stessa specie e di sesso diverso convivere, senza, diremo, disturbi passionali se non al momento opportuno per la riproduzione, onde d'ordinario ad ogni accoppiamento segue la generazione.
Saliamo più in alto ancora, ed avremo il re del creato: l'uomo. Come si risolverà per lui il problema della vita? Quell'onore, concesso alle creature inanimate ed irragionevoli, di una partecipazione alla divina opera creatrice, verrà negato all'uomo? No: fin dalla prima pagina della S. Scrittura è dichiarato il disegno di Dio: «Crescete e moltiplicatevi». Quindi non più creazione diretta ma anche qui partecipazione della creatura all'opera divina. E in questa partecipazione sarà anche l'uomo un semplice strumento coatto nelle mani di Dio e delle sue leggi? In altre parole, sarà la creatura umana senza merito, perché obbligata a fare materialmente quel che fa? Non lo possiamo credere. E allora? Il Signore, sapendo che colla partecipazione all'opera creatrice imponeva al suo capolavoro oneri non lievi di sacrifici, rinunzie e responsabilità, che l'avrebbero potuto distogliere dal corrispondere ai Suoi piani, e non volendo d'altra parte ricorrere alla costrizione, l'arricchì di due doni: da una parte una forte inclinazione (simile se vogliamo a quella dei bruti) di un sesso verso l'altro, ma forse più accentuata e violenta e certo più continua: dall'altra la ragione e la coscienza che regolino in modo meritorio questa attrattiva secondo la Sua volontà.
Visto poi che in conseguenza del peccato originale ragione e coscienza erano state indebolite ed ottenebrate, Dio intervenne ancora più direttamente a regolare queste attrattive coi due predetti comandamenti.

Capitolo IV - Giusto concetto di un'intima lotta

- A proposito di comandamenti, io credo che per chi è sposato, il sesto sia limitato alle relazioni extra-coniugali, ed il nono abbia ragione di esistere per evitare che il desiderio prepari la via all'azione. Fuori di lì...
- Ricorda l'interrogativo che ti ho proposto poc'anzi: ti par possibile che un sacramento sia stato istituito per... un'ingiustizia quale risulterebbe dalla legittimazione senza un fine di tutte le attrattive sessuali per i coniugati, di fronte alla proibizione assoluta di tutto per gli altri? Per poco che si ragioni si deve necessariamente ammettere che nel matrimonio è legittimo e santo tutto quello che è secondo natura: peccato tutto il resto.
- Comincio a vedere un po' chiaro in una cosa che mi sapeva un po' di contraddizione: che i preti predichino contro gli amoreggiamenti e poi li benedicano col matrimonio.
- L'apparente contraddizione tra la benedizione del matrimonio e la condanna dei peccati carnali ti sarà meglio chiarita da un paragone: Supponiamo che un padre dia a suo figlio una somma e gli dica: «La spenderai così e così». Se il figlio esegue gli ordini ricevuti fa bene o male? Merita biasimo o lode?
- Indiscutibilmente fa bene e merita lode.
- Supponi ora che il figlio spenda a suo capriccio il danaro ricevuto, dirai ancora che fa bene?
- No, senza dubbio.
- Applichiamo ora il paragone: quell'attrattiva prepotente di un sesso verso l'altro, che nasce dopo la pubertà e va crescendo fino alla maturità e che è fonte di tante energie, è un patrimonio dato da Dio colle leggi naturali, ma è un patrimonio che Dio affida non ciecamente, bensì per un fine preciso e santo. La creatura che spende queste energie secondo i disegni del Signore fa cosa buona. Chi al contrario ne usa secondo il proprio capriccio e profana detti disegni fa male. Ecco sfatata la pretesa contraddizione.
- Il paragone mi piace; e mi domando perché sia così raro incontrare una persona che abbia le idee abbastanza chiare su questo punto che pure è di importanza capitale e di interesse universale, come non so spiegarmi il perché di quell'intima lotta che d'ordinario agita le coscienze, specie giovanili: da una parte un'attrattiva prepotente d'un sesso verso l'altro, un desiderio di conoscere, di sperimentare certe sensazioni, di possedere e di darsi... dall'altra un ritegno, un rossore, un desiderio di nascondimento; una voce che grida: «No!», che rimprovera se si è ceduto alle lusinghe dell'attrattiva.
- Il fatto che pochi abbiano le idee chiare in proposito si spiega dall'estrema delicatezza dell'argomento, per cui è difficilissimo trovare il momento e le parole adatte per parlarne opportunamente prima che si sveglino le passioni. Quando poi queste si destano, è l'interessato che non sa a chi rivolgersi, a chi confidarsi, se pure non evita espressamente di sentirne parlare da chi lo potrebbe illuminare, per paura di veder troppo chiaro e di trovare nella luce un freno alle inclinazioni. Più tardi ancora sono le abitudini contratte che oscurano l'intelletto ed atrofizzano la coscienza.
- Mi dici delle verità che ora mi sembrano elementari, ma di cui non ho mai saputo rendermi ben conto prima d'ora.
- Queste le ragioni a cui possiamo arrivare colla nostra sola intelligenza.
La vera luce sul problema però la possiamo avere solo dalla fede, che ci fa risalire all'origine della vita. Fin dalla creazione Dio aveva stabilito di servirsi delle creature e di queste attrattive per la conservazione e la moltiplicazione della vita. Il «Crescete e moltiplicatevi» l'aveva detto ai nostri progenitori prima del peccato, ed il modo di questa moltiplicazione, era il medesimo. Se quegli infelici non si fossero ribellati, il comando del Signore si sarebbe eseguito con perfetto ordine e regolarità, senza lotte e senza turbamenti. Frutto del peccato originale furono, oltre a tutto il resto, l'oscuramento dell'intelligenza e l'insubordinazione delle passioni donde la lotta a cui accenni. Ce ne assicura la S. Scrittura stessa, la quale ci dice che Adamo ed Eva dopo la caduta, e solo allora, s'accorsero di essere nudi, e, presi dal rossore, sentirono il bisogno di coprirsi.
La loro ribellione a Dio aveva provocato la ribellione della natura contro loro stessi, e per dura eredità contro i loro figli.
- Ma allora se avviene un disordine, non è più imputabile all'individuo, ma alla natura.
- Adagio, caro mio, il peccato ha leso, non cambiato o distrutto la natura umana; ha creato una ribellione degli istinti contro la ragione e la volontà, ma non ha abolito il libero arbitrio. Ha reso difficile, non impossibile la resistenza ai moti disordinati. Le sue conseguenze diminuiranno più o meno la responsabilità, ma non l'aboliscono se l'individuo che agisce sotto l'impeto della passione non ha perso completamente il ben dell'intelletto.
- Bel servizio ci han reso i nostri primi genitori! Ma colla Redenzione, col ritornarci alla Grazia, non sarebbe stato conveniente che il Signore avesse riportate le cose a posto anche su questo punto?
- Chi sei tu che pretendi di dettare la legge al Signore? D'altronde colla Redenzione ci ha dato la fede alla cui luce il problema cambia molto di aspetto: basta che noi vogliamo vederlo a questa luce! Ci ha dato la grazia dei Sacramenti, sì che se per il peccato originale più dura è la lotta, maggiori sono i mezzi per vincerla e più grandi i meriti che ci possiamo acquistare.
Come vedi, fede e ragione si completano a vicenda e alla luce della fede e della ragione noi comprendiamo non solo il perché, ma anche la necessità di questa lotta tra l'attrattiva prepotente ed il forte ritegno che da tutti si sente.
- Ammetto lo stato di fatto, ma non riesco a comprenderne la necessità.
- Rifletti con me e vedrai che non ti sarà difficile riconoscerne anche la necessità (sempre tenendo conto dello stato attuale dell'uomo decaduto). In questa lotta l'attrattiva rappresenta l'invito con cui il Signore sollecita le creature ad accettare liberamente l'onore che Egli loro offre di cooperare con Lui all'opera creatrice; mentre il ritegno, il rossore che si prova nell'assecondarla malamente sono il freno voluto ancora da Lui e dalla natura per evitare le deviazioni.
Necessaria l'attrattiva: Di fatto rifletti: chi penserebbe a rallentare tutti gli affetti più cari coltivati fin dalla più tenera infanzia ed insostituibili, quali l'affetto per il papà, la mamma, i fratelli, le sorelle per posporli ad un affetto nuovo, nato per lo più d'improvviso, verso una persona fino a ieri sconosciuta o per lo meno estranea, affetto che deve diventare tanto forte fino a far immedesimare l'amante con la persona amata, come dice bene l'espressione «La dolce metà», e questo precisamente secondo i desideri di Dio che dice «Diverranno due in una sola carne, lasciando il padre e la madre»; chi penserebbe, chi si sentirebbe il coraggio di fare tutto questo se non ci fosse quest'attrattiva? Chi senza di questa inclinazione potente e prepotente si azzarderebbe a caricarsi di tutte le preoccupazioni, di tutti i sacrifici, di tutte le responsabilità che vanno unite alla missione di papà e di mamma?
- È vero, ma non potrebbe Dio infondere quest'attrattiva solo al momento opportuno per decidere un matrimonio, e nel matrimonio solo al momento propizio per la procreazione, senza tormentare così di continuo la creatura con le tentazioni?
- Certo che lo potrebbe e... praticamente lo fa, ma sai con chi? Coi bruti che non hanno ragione, che sono incapaci di farsi dei meriti! Vorresti anche tu essere ridotto allo stato di un animale o di un automa? E non è questo precisamente un atto di generosità del Signore che ricompensa anticipatamente i sacrifici che domanda coi bambini? E se i coniugati sentissero e potessero godere delle attrattive sessuali solo al momento propizio per la procreazione non potrebbero lamentarsi di troppa sproporzione tra i diritti e i doveri del loro stato? E non è forse questa attrattiva quella che cementa l'amore coniugale, che dà la forza di sopportarsi e compatirsi a vicenda nelle difficoltà e che serve mirabilmente a conservare e ristabilire la pace negli urti immancabili della vita comune?
- Se almeno la lotta fosse meno violenta!
- Rendere meno violente le tentazioni? Equivarrebbe a rallentare l'attrattiva al matrimonio, a renderla insufficiente a far decidere gli interessati ad affrontare gli ostacoli ed i sacrifici i quali vanno uniti allo stato coniugale.
- Ma allora, data la prepotenza delle tentazioni di questo genere, e la debolezza umana, dovrebbe anche il Signore avere le maniche più larghe!
- In che senso? Nell'approvare i disordini? Ma approvato una volta non c'è più ragione di proibire una seconda, una centesima, sempre! Nel perdonare? Non è forse Iddio il Dio delle misericordie fino all'eccesso, per cui la creatura finisce di abusare?
Ma, come abbiamo detto necessaria l'attrattiva, dobbiamo ammettere necessario un freno; che altrimenti... Immaginati, se puoi, a che cosa sarebbe ridotto in poco tempo il mondo, se si abolisse ogni ritegno a questo proposito, dal momento che, con tutto il rossore che detta a ciascuno la coscienza, c'è già tanta degradazione.
Così ancora è evidente la necessità che questo ritegno non sia fisico, ma morale, che altrimenti sarebbe abolito il libero arbitrio il quale è per l'uomo la sorgente di meriti.
- Debbo riconoscere che hai tutte le ragioni.
- A lumeggiare queste necessità mi pare possa essere espressivo un paragone. Come il mondo astronomico è retto dalle due forze centripeta e centrifuga, le quali si contrastano a vicenda, e col loro contrasto creano l'armonia dei cieli che narrano la gloria di Dio; così nel mondo degli uomini l'attrattiva del senso e del cuore ed il freno, imposto dalla legge di Dio e dettatoci dalla coscienza, dovrebbero guidare l'umanità a quella magnifica armonia di un puro amore che basterebbe a cambiare questo mondo di fango e di lacrime in un paradiso terrestre, se non fosse intervenuta la triste eredità dei nostri progenitori, il peccato originale, che offuscando le idee e perturbando gli appetiti e le inclinazioni, fa troppo spesso deviare la creatura dal retto sentiero.
In breve: non l'uso, ma l'abuso e la profanazione della natura è peccato e merita quindi condanna.

Capitolo V - Le convenienze sociali

- A regolare queste inclinazioni non basterebbero le convenienze sociali, senza tirare in ballo Dio e la coscienza?
- Non credo che questa tua domanda sia dettata dal cuore, ma colta sulle labbra di altri e proposta per averne uno schiarimento. Ad ogni modo la risposta non è difficile. Si vorrebbe dubitare da qualcuno che il ritegno che serve da freno alle passioni sia frutto di una pura o semplice convenienza sociale? Ma non senti una voce che si leva a protestare anche quando si commette un atto indegno nel nascondimento, da soli, anche davanti ad un semplice pensiero disonesto? Come potrebbe questa voce essere frutto di una convenienza sociale di fronte ad un atto, ad un pensiero che si sottrae completamente al controllo del pubblico? Dirò di più; anche negli atti pubblici o che hanno conseguenze pubbliche, la convenienza sociale molto spesso deforma e travisa la realtà delle cose, e a volte approva e favorisce quel che altre volte condanna. Eccotene una prova lampante: In una maternità illegittima, dove sta il male, il vero male, dico, il male morale? Nella maternità stessa o in quel che la precedette e la produsse?
- E c'è bisogno di dirlo? Nei precedenti!
- Benissimo! Or eccoti la convenienza sociale a che cosa ti porta quando due si frequentano troppo liberamente e un po' troppo spesso, che cosa dice la convenienza sociale moderna? Che sono giovani, che han bisogno di divertirsi, che in fin dei conti non sono tutti chiamati ad essere frati e suore, che ci si può divertire senza far del male ecc... Lo stesso dici del cinema, dei teatri e delle letture immorali. La convenienza sociale ammette tutto: tutto approva. Ma poni che a forza di scherzare sul ghiaccio succeda un capitombolo, e una ragazza riporti le conseguenze delle sue scappate: sarà allora che insorgerà la convenienza sociale a fare la scandalizzata, a fare la voce grossa, e... forse a suggerire...
Si tratta forse di una ragazza ingannata, violentata, caduta forse una sola volta e forse anche senza tutta la volontà e responsabilità: ma per quella, la convenienza sociale non ha più perdono: quella sarà bollata dagli scrupoli del mondo ipocrita; mentre l'infame ingannatore, il violentatore che può starsene nascosto dietro le quinte, quello sarà immacolato e porterà la testa alta, come porta la testa alta la donna di strada che nelle sue arti sa evitare le conseguenze delle malefatte! Bel freno questo ai disordini delle passioni!
- Hai ragione, ma quando due sono legittimamente sposati, si amano fedelmente, e non danno scandali, mi pare che...
- Quando due sono sposati, agli occhi del mondo sono perfettamente a posto, qualunque cosa facciano tra di loro, semplicemente perché il mondo non può controllare quanto si passa nell'intimità domestica, e perché il mondo ipocrita limita i suoi giudizi all'esteriorità delle cose. Ma credo vorrai ammettere con me (altrimenti dovresti rinunciare ad essere cristiano) che tutti un giorno dovremo presentarci a rendere conto del nostro operato al tribunale di Dio; che i giudizi di Dio son ben diversi da quelli degli uomini; e che Dio non prenderà come norma del suo giudizio le vedute mutabili del mondo, ma si atterrà al confronto tra la nostra condotta e la legge immutabile ed eterna dei suoi comandamenti.

Capitolo VI - La famiglia, sua necessità

- Il non voler figli nel matrimonio sarà male, ma credo sia sempre un male minore del concubinato anche se con figli!
- Il male degli uni non cura né sminuisce quello degli altri, per la medesima ragione che t'ho detto sopra: la misura del bene e del male non la dobbiamo desumere dal confronto colla condotta del prossimo, ma dalla conformità o difformità colla legge eterna di Dio, la quale, come condanna da una parte la profanazione della legge di natura, così dall'altra esige che anche il retto uso di quella legge sia riservato a chi è legato dal sacro vincolo di un regolare matrimonio.
- Ecco, qui mi affermi una cosa di cui io sono convinto, ma che un fautore del libero amore potrebbe tacciare di semplice e gratuita affermazione.
- Si capisce che nessuno vuole aver torto, e quindi tutti cercano di elevare a sistema la propria condotta. Osserva però che il fautore del libero amore, non parla e non può parlare come tale di matrimonio sacramento; e tu che vuoi essere cristiano devi vederlo sotto questo aspetto. Ma anche a parte il sacramento e la rivelazione quando non si voglia chiudere gli occhi per negare la luce del sole, non è difficile provare anche al semplice lume di ragione che la famiglia è essa pure di diritto naturale e divino.
- Ti sarò grato se mi vorrai fornire gli argomenti su cui io possa poggiare quella che è già la mia intima convinzione.
- Abbiamo detto poc'anzi che l'attrattiva dei due sessi è data allo scopo principale della procreazione; questa a sua volta impone gli oneri dell'allevamento e dell'educazione. Ora, se, materialmente parlando, si può avere la procreazione dall'unione libera, da questa non ci possiamo più attendere l'adempimento dei pesi che ne derivano.
- A questi, si obietta, può provvedere la società, lo stato.
- Lo so che si è già, non solo prospettata, ma pure sperimentata anche questa soluzione. Ma con quali risultati, ce lo dimostra la Russia. L'uomo non è più individuo, ma numero, privo di diritti e di personalità; la società cessa di essere tale per divenire una mandria.
Se poi questa soluzione sia proprio l'ideale, lo lascio dire a quegli infelici che mai non hanno avuto la consolazione di una carezza paterna o materna: lo lascio dire a qualunque mamma che ancor possa essere degna del nome, anche a quelle che hanno accolto con dispetto l'annunciarsi di una creaturina, ma che, da quando l'hanno avuta tra le braccia, non la cederebbero più per tutto l'oro del mondo.
Ti pare infatti un bell'ideale per una donna quello di sopportare quanto una maternità importa di sofferenze fisiche e morali, fin che il bambino comincia a sorridere, a balbettare le prime parole, a dare i primi segni di intelligenza e di affetto, per vederselo portar via, senza che più non possa avere su di lui alcuna autorità, alcun diritto? Sarà essa spinta da questo distacco a ricominciare da capo la storia dei suoi dolori che non avranno il conforto di alcun segno di riconoscenza, di nessun ricambio di affetti?
E credi forse che gli uomini sarebbero spinti all'industria, alla fatica, ai sacrifici dal solo pensiero di accumulare un gruzzolo (che d'altronde il comunismo non lascerebbe in loro proprietà) senza la prospettiva che il loro lavoro, le loro fatiche abbiano uno scopo più nobile, come quello di prepararsi un nido, di provvedere il necessario alla famiglia, di rendere felici i loro figli, che essi considerano come la continuazione di se stessi?
E per il bambino, l'adolescente od il giovane, dove si potrà trovare chi supplisca il cuore di un padre e più ancora quello di una madre?
Puoi credere che nutrici, istitutrici, educatori prezzolati, sarebbero in grado di amare i bambini come devono essere amati? Che quelle e questi sarebbero in grado di educare il cuore, di formare i caratteri?
- Convengo con te in tutto quel che mi dici degli affetti di famiglia, dello stimolo al lavoro ecc...; ma in fatto di educazione mi pare che la pratica ti dia torto. Eccoti infatti gli orfanotrofi e i collegi a cui ricorrono precisamente le famiglie che non si credono in grado di adempiere a questo compito. perché non si potrebbe generalizzare quel che ora avviene in casi particolari?
- Rifletti prima di tutto: a quale età si mandano i figli in collegio? E poi nota una particolarità: da chi sono tenuti quegli orfanotrofi e collegi a cui le famiglie affidano i loro figlioli? Il novanta per cento (per non fare una percentuale più elevata) da persone religiose.
Questo ti dice che nel delicato compito dell'educazione, la famiglia può essere aiutata e talvolta surrogata solo da chi, non per denaro, ma per una santa missione si dedica alla cura della gioventù. Ora, questi non si trovano a iosa, e quelli che si trovano non intendono affatto soppiantare le famiglie, ma semplicemente aiutarle, e di supplirle quando queste si trovino nell'impossibilità di adempiere da sole alla loro missione. Non avrai mai sentito un vero educatore propugnare l'idea di abolire le famiglie per avere più libero il campo. Questa iniziativa è solo sempre venuta da chi nei bambini non vede altro che un peso, un imbarazzo, un legame alla propria libertà malintesa.
- Ora che me lo dici, vedo che hai tutte le ragioni.
- La famiglia inoltre è necessaria non solo per il bene dei bambini, ma anche per quello degli adulti. Tutti ad esempio si ha bisogno di una persona a cui confidare, da cui ricevere una parola di conforto, con cui condividere gioie e dolori: chi più adatto a questo compito di un compagno o di una compagna a cui si è legati per tutta la vita?
E quando poi, col passare degli anni, gli acciacchi dell'età si fanno sentire con mille indisposizioni della salute, e si diventa incapaci, non dico a guadagnarsi il pane, ma a servirsi di quello guadagnato, se si sarà distrutta la famiglia, dove si troverà chi si prenda cura dei vecchi e degli ammalati? La carità cristiana ha fondato tante opere di beneficenza per venire incontro alle miserie di chi è abbandonato. Ma se anche ora dette opere sono affatto insufficienti, che sarebbe, se tutti i vecchi, tutti gli ammalati fossero senza famiglia? E nota che le vocazioni a quello stato che ha per programma il sacrificio e l'immolazione per il bene altrui fioriscono precisamente nelle famiglie profondamente cristiane, mentre vengono a mancare del tutto dove della famiglia si è perso il giusto concetto.
E non c'è da meravigliarsi: il benessere è frutto dell'ordine e della benedizione di Dio, e non vi può essere ordine né benedizione dove si calpestano le disposizioni del Creatore, il quale appunto ha fondato la famiglia.
- Io sono contento di aver fondata una casa, ma ti posso dire che non vedo come e quale parte abbia avuto Dio in questa fondazione. Ho incontrato mia moglie, abbiamo sentito il bisogno di amarci a vicenda, ci siamo sposati; anche ora ci amiamo sinceramente e spero non abbia mai a spuntare il giorno in cui mi abbia a pentire del passo fatto: tutto frutto della nostra volontà.
- Non vorrai però negare l'intervento divino. È vero, voi vi siete incontrati, amati, sposati, ma chi vi ha fatti incontrare, chi ha acceso la fiamma dell'amore nei vostri cuori, chi sopra tutto l'ha consacrata questa fiamma è Dio, il quale però ne ha segnato i confini ed ha stabilito le leggi che regolano l'istituto familiare. E se le creature, abusando del dono della libertà, pretendono di far senza e contro quelle leggi, creano la propria infelicità ed il disordine nel mondo.
- Hai accennato all'infelicità degli sposi: qui ti volevo. Tu attribuisci l'infelicità alla violazione della legge, mentre gli interessati l'attribuiscono all'intransigenza della legge stessa!
Quanti nel mondo imprecano a volte contro la legge che li tiene uniti, per farsi disperare a vicenda! E... quante volte l'uomo sarebbe tentato di porre sulla tomba della moglie una di queste epigrafi: «Oh! Come ben mia moglie qui giace per la sua e per la mia pace!» oppure «Qui giace Margherita - compagna di mia vita - O Ciel che l'hai rapita, - non rendermela più!»
- Quasi che il torto sia tutto e sempre della donna!
- Io parlo da uomo; tu, se mai, cercati anche qualche arguzia che sia a difesa della donna. Quel che intendo non è di offendere né te né chicchessia, e nemmanco di farmi difensore del libero amore assoluto, tutt'altro! Ma di dire che l'intransigenza della Chiesa in fatto di matrimonio è talvolta esagerata; e se non il libero amore, la possibilità del divorzio non mi pare del tutto irragionevole.

Capitolo VII - Unità e stabilità della famiglia

- Nota che questa intransigenza non è della Chiesa ma di Dio; e quindi va' adagio a tacciare di esagerazione! Basta aprire la S. Scrittura per convincersene. Fin dalle prime pagine risulta chiaro: Dio ha creato un uomo a cui ha dato compagna una donna, non due né tre, e non viceversa ed ha subito pronunziato la sentenza in merito alla stabilità ed all'unità della famiglia così fondata: «L'uomo lascerà il padre e la madre per unirsi alla sua donna e saranno due in un solo corpo».
- Ma più tardi ha permesso la poligamia e il divorzio!
- Sì, ma, come disse Gesù nel Vangelo, per la durezza di cuore del popolo ebreo è stata fatta questa concessione, non come regola, ma come un minor male, tollerato fin che non fosse possibile abolirlo. Ed Egli colla Sua autorità l'ha senz'altro revocata affermando solennemente «Quel che Dio ha congiunto, l'uomo non lo deve separare». E San Paolo, divinamente inspirato, ribadisce espressamente l'insegnamento evangelico.
- Non discutiamo il Vangelo e S. Paolo! Ma ammetterai anche tu che certi coniugi starebbero mille volte meglio separati: si eviterebbero tanti scandali, tante risse, tanti delitti. E quindi a me pare che la legge del divorzio che è in vigore in molti paesi può essere talvolta provvidenziale.
- Che qualche volta sia provvidenziale la separazione, lo ammetto, e lo ammette anche la Chiesa. Ma il divorzio, ossia la separazione con facoltà di passare ad altre nozze, non mai.
- Ma scusami! Se due nell'irriflessione giovanile, hanno fatto un passo sbagliato, non vi potranno mai più rimediare? Saranno condannati a vivere una vita d'inferno anche su questa terra?
- Piuttosto saranno così condannati a fare un po' di purgatorio per non andare a finire nell'inferno, che l'adulterio loro meriterebbe, per l'altra vita. Se due hanno fatto un passo imprudente in gioventù, applichino a sé il proverbio: «Chi è causa del suo mal pianga se stesso». Se avessero preso il problema del loro avvenire colla serietà che si merita, il novantanove per cento non si troverebbero in tale imbroglio. Se poi c'è qualche sfortunato, a cui non si possa imputare a colpa la dolorosa situazione, nella quale si trova, l'unico consiglio che gli si possa suggerire è quello di fare di necessità virtù; ma non è possibile aprire per lui una porta che poi si presterebbe a tutti gli abusi. Non bisogna dimenticare che la legge deve tutelare il bene comune prima di quello privato. Gli inconvenienti che deriverebbero alla società dalla concessione del divorzio giustificano in pieno la rigidità della legge, che può talvolta creare qualche vittima. D'altronde non è la Chiesa ma, come ho detto, è Gesù Cristo che ha pronunziata la sentenza: «Ciò che Dio ha congiunto, l'uomo non lo deve separare».
- Presto fatto per voi: con una sentenza scritturale turate la bocca a tutti; ma chi si deve godere i pasticci sono gli interessati.
- In altre parole quelli che li hanno fatti! Quanto poi al turare la bocca è cosa naturale. Se tu fossi papà, non esigeresti che i tuoi ordini fossero fedelmente eseguiti? E tu sei uomo, mortale e fallibile! E vorresti negare a Dio l'autorità di stabilire leggi tassative? D'altronde Egli ci domanda non una sottomissione cieca, assurda ma ragionevole e quanto! Pensa infatti agli inconvenienti che produce il divorzio, sotto l'apparenza di un benevolo compatimento! Prima di tutto, posta la rescindibilità del contratto matrimoniale, resta abolita ogni serietà (e ce n'è già tanto poca!) nella preparazione.
E anche quando il matrimonio è contratto seriamente, quanti pericoli di scissione si possono presentare in seguito, che diverrebbero insanabili se gli interessati potessero nutrire la speranza di una liberazione mentre con un po' di pazienza e di buona volontà tutto si sistema!
- Oh! Ma io intendo parlare solo dei casi più gravi!
- Tutti i legislatori che hanno approvata tale legge intendevano solo i casi più gravi. Ma sta il fatto che il numero dei divorzi va spaventosamente aumentando ogni anno. Il che significa che i casi si fanno gravi quando e quanto si vuole, là ove si è perso il giusto concetto della vita.
È evidente che il giovane che sta per decidere il problema del suo avvenire si preparerà tanto più seriamente quanto più difficile gli si presenterà la speranza di disfare un passo sbagliato; mentre al contrario, se vede che uno sbaglio non è umanamente irreparabile, si abbandonerà al capriccio del momento (e la gioventù ne ha tanti!). Se poi, passata la luna di miele, comincia qualche bisticcio, che d'ordinario si va aggravando col tempo, se un'altra persona più avvenente, più ricca, viene ad attraversargli la strada... la tentazione comincia ad aprirsi il sentiero. Non c'è il caso grave? Lo si cerca, lo si crea! Ci vuol tanto poco a lanciare una calunnia contro la controparte, interpretare in male una parola o un'azione per farla diventare il seme di una discordia, od aggravare quella già esistente ed elevarla all'importanza di una questione di stato! D'altra parte eccoti una diffidenza continua che può far nascere ad ogni momento il dubbio di uno contro l'altro: chissà se la controparte un bel momento non mi giochi un brutto tiro! Sotto questo incubo perché non vigilare? E dalla vigilanza ecco il sospetto, la gelosia, la tentazione di provvedere ai propri interessi cominciando forse da qualche sotterfugio in fatto di finanza, assecondando in un secondo tempo un affetto, una simpatia... cose tutte che daranno all'altra parte occasione o di far peggio, se il male c'era già in realtà, o di incamminarsi davvero per una falsa strada, a titolo di ripicca, se prima si trattava di un sospetto infondato. E così si spiega come i casi dapprima rari si fanno più frequenti; il cattivo esempio dei primi divorziati a sua volta toglie ogni ritegno, e la stabilità della famiglia viene scalzata dalle radici.
- Ma tu non pensi che ci sono i tribunali incaricati di mettere un freno agli abusi.
- Lo so benissimo ma so pure, come ti ripeto, che di fatto il numero dei divorzi va aumentando continuamente; ti prego di seguirmi nel mio ragionamento. Io non so precisamente in che anno sia stata approvata la legge del divorzio in Francia. La prima statistica che ho avuto sotto le mani risale al 1885 (che suppongo segni l'inizio dell'applicazione della legge). Ragionando a fil di logica, se si ricorresse al divorzio solo nei casi più gravi ed ineluttabili, come dici tu, o se i tribunali riuscissero a stroncare tutti gli abusi in che anno ti pare si sarebbe dovuto toccare il culmine nel numero dei divorzi?
- Evidentemente nel primo, o nel secondo, in cui si sarebbero liberati tutti i malcontenti precedenti per lasciar poi agli anni susseguenti il contingente normale dei casi disgraziati. Per servirmi di un paragone: se si apre dopo parecchio tempo una vasca in cui entra un filo d'acqua, il canale d'uscita sarà in un primo tempo ripieno fino all'esaurimento della riserva, e poi non ne uscirà più di quanto ne entra per quel filo.
- Ottimamente, questa volta mi fai tu da maestro: il paragone quadra a pennello ma serve magnificamente a darti torto. Vedi, nel 1885 i divorzi in Francia furono 4.213; nel 1930, dopo meno di cinquantanni, 18.409. E dire che il 1930 lo possiamo considerare un anno normale. Mi spiace di non aver sottomano statistiche del dopoguerra, ma son sicurissimo che le cifre sono salite molto, ma molto più in alto.
Eccoti un'altra statistica dettagliata ed eloquente: riguarda gli Stati Uniti d'America: nel 1900 divorzi 5.575; nel 1910 divorzi 83.045; nel 1920 divorzi 170.505; nel 1930 divorzi 191.590; nel 1940 divorzi 264.000; nel 1946 divorzi 620.000.
Ti pare che di fronte a queste statistiche si possa ancora sostenere la tesi del divorzio?
- Hai ragione: tocco con mano che i pretesti dei divorzisti di fronte ai fatti si dimostrano per quel che sono.
- Finalmente, che questa unità e stabilità della famiglia sia un'esigenza della natura, non meno che la famiglia stessa, ce lo provano le caratteristiche di questo genere di amore tanto nel suo inizio quanto nel corso della vita.
Esamina il tuo passato, interroga la tua coscienza, guardati d'attorno: tutto ti dice che fin dal fidanzamento il cuore umano esige l'esclusività. Un giovane o una fanciulla si trovano forse al bivio perplessi tra due partiti: non c'è ancora un vincolo legale che interdica un altro affetto, eppure il pretendente o la pretendente già vantano dei diritti esclusivi. Questo tanto più ed a ragione lo si esige dopo il gran passo. Se tu sorprendessi la moglie a dar segni troppo liberi di affetto ad un altro uomo te ne adonteresti.
- Indiscutibilmente, e con ragione!
- Se lontano dalla moglie l'avvenenza o la sfacciataggine di un'altra donna mettesse a pericolo la tua virtù, il solo pensiero della moglie, il solo dubbio che essa ti potesse vedere, che potesse venirne a conoscenza, ti servirebbe da freno.
- Senza dubbio!
- Come l'esclusività, così la stabilità è un requisito indispensabile del sincero amore, soprattutto di questo genere di amore. Tu vedi che, sia pure imprudentemente, sia pure ipocritamente, ma infallibilmente due, che cominciano a parlare di amore, parlano di eternità, di indefettibilità, ecc...
In poche parole, solo il desiderio brutale di varietà di avventure amorose e passionali, e quindi inconfessabili, può far nascere in cuore il pensiero di abolire la famiglia colle sue prerogative essenziali dell'unicità e della stabilità. Violare le pareti del santuario domestico è spalancare le porte a mille disordini, è degradare l'uomo e soprattutto la donna, mettendoli alla pari, anzi al di sotto delle bestie; equivale a dichiarare la guerra più spietata al bambino che cessa di essere un dono di Dio, la gioia e la speranza dei genitori per diventare un ingombro inutile, anzi un peso insopportabile e odioso; equivale a negare del tutto la divina disposizione del creato, a rigettare con questo la fede.

Capitolo VIII - Soddisfazioni legittime, sante, peccaminose

- Coi tuoi ragionamenti mi hai chiariti degli interrogativi importanti, e mi hai confermato nell'idea, che già tenevo per ferma, della necessità del vincolo familiare e della sua unicità e stabilità. Ma a proposito del problema più difficile, quello che ci ha messi in argomento, ho ancora una difficoltà che mi pare importante: so di aver letto o aver sentito dire che i teologi ammettono che tra i fini del matrimonio c'è precisamente anche quello di dare un onesto rimedio alle attrattive sessuali, e quindi non solo quello della procreazione.
- Siamo pienamente d'accordo che tra i fini del matrimonio ci sia anche questo, ma come abbiamo già detto, mettiamolo a suo posto: fine secondario non primario; fine inteso di «Preferenza dalla creatura e solo secondariamente dal Creatore. Si rispetti il primo e sarà lecito il secondo.
Mi spiego: nei disegni di Dio la soddisfazione dei sensi non è fine ma mezzo: attrattiva alla formazione delle famiglie, compenso alle famiglie già formate per i tanti sacrifici che devono incontrare un papà ed una mamma nell'adempimento dei loro doveri, e vincolo di unione tra i due coniugi, che serve a cementare e garantire quella stabilità dell'amore coniugale, che abbiamo detto indispensabile al buon andamento d'una famiglia. Un paragone: in un contratto di lavoro c'è il fine cercato dal datore di lavoro e quello cercato dal lavoratore stesso. Il primo vuole il lavoro eseguito, ed il suo desiderio è onesto se il lavoro voluto è moralmente buono e se pensa a retribuire convenientemente il lavoratore. Il secondo a sua volta pensa soprattutto alla paga; e giustamente, se esegue il lavoro con coscienza. Ma se invece ricorre alle frodi scroccando la paga senza lavorare, o lavorando male, non è più in regola con la coscienza e perde il diritto alla mercede.
Dal rispetto vicendevole dei relativi diritti e doveri nasce l'ordine e la concordia. L'applicazione è semplice: Dio chiama, come abbiamo detto, le creature a cooperare con Lui nell'opera creatrice, e non misura il compenso: premio saranno le benedizioni su questa terra, sarà soprattutto l'eternità; caparra ne è la soddisfazione dei sensi e del cuore, l'amore e la riconoscenza dei figli, ecc... Ma se la creatura si rifiuta di corrispondere ai fini voluti da Dio e s'appropria della caparra violando la legge di natura, perde il diritto alle ricompense e dovrà anche render conto di quanto si è ingiustamente appropriata.
- Ma allora non esiste questo secondo fine: tutto si riduce alla procreazione e nulla più.
- No, caro mio, esiste e come! Se ci fosse unicamente il fine primario, si dovrebbe concludere che dal primo momento in cui si annunzia la futura nascita di un bambino, i genitori dovrebbero astenersi dall'uso dei diritti coniugali; che ogni qual volta sia provato che i rapporti non abbiano da avere l'effetto naturale come negli sterili, nei vecchi, la vita intima del matrimonio sarebbe proibita ed invece no.
- Posto il tuo paragone del contratto di lavoro, queste categorie non cadrebbero nel numero degli sfruttatori?
- No, perché essi, seguendo la natura, non fanno alcun male, usano semplicemente di un diritto inerente allo stato coniugale, lasciano sempre Dio padrone dell'opera sua, a differenza di chi colla frode dice: voglio comandar io. A costoro, se mai, Dio regala, per così dire, le soddisfazioni, gli altri se le prendono di loro arbitrio.
- Ma senti: Dio ha dato all'uomo oltre che gli istinti animaleschi anche la ragione. Ora, se l'uomo si serve della ragione per farsi furbo ed evitare i pesi che ritiene insopportabili fa forse male?
- In questo caso l'uomo non si serve ma abusa della ragione, come abusa delle sue forze, della sua intelligenza, delle sue capacità il brigante, il filibustiere, il truffatore. Pretenderesti di giustificare simile uso dei doni di Dio?
- No, senza dubbio.
- Fin qui ci siamo fermati a quanto è legittimo, ma il cristiano deve mirare più in alto, mirare al santo, al meritorio.
- Scusi, reverendo, se questa volta interrompo io la conversazione: le confesso sinceramente di non avere mai udita una discussione del genere così serena ed edificante. D'ordinario o si tace su certe cose o, qualora se ne parli, subito si cade in trivialità che danno un tuffo al cuore e fanno arrossire.
Non avrei mai pensato che si potesse parlare in materia così delicata con tanta serenità d'animo; tanto meno poi mi sarei aspettato di sentir parlare di opera santa in queste cose. Che una sposa possa santificarsi e farsi dei meriti colla pazienza, coi dolori e coi sacrifici che impone la maternità lo sapevo, ma che proprio anche colle gioie stesse del matrimonio... Me ne vorrebbe insegnare il segreto?
- Il segreto è semplicissimo: sta nella retta intenzione e nella riconoscenza. E mi spiego: mangiare, bere, dormire sono azioni che appartengono alla natura umana, né più né meno di queste inclinazioni, in quanto l'uomo partecipa alla natura animale. Eppure S. Paolo non dubita di dire: «Sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate altra cosa simile, fate tutto a gloria di Dio». Chi mangia per golosità, pecca più o meno gravemente, a seconda dell'abuso che fa dei doni di Dio; chi mangia per appetito fa cosa in sé legittima; chi finalmente mangia per aver le forze necessarie a compiere bene il suo dovere e con riconoscenza al Signore, che gli dà appetito e cibo, mentre nulla perde dal lato della natura, molto guadagna per la vita soprannaturale. Lo stesso diciamo per l'uso delle soddisfazioni sessuali: se si cercano fuori del matrimonio, o nel matrimonio ma in modo contrario a natura, si pecca e gravemente; se si cercano nel legittimo vincolo del matrimonio e secondo natura, ma con eccesso nel modo e nel limite, si pecca venialmente come se si mangia troppo avidamente; un uso regolato è cosa legittima; se all'uso regolato si aggiunge positivamente una retta intenzione come ad esempio di farsi strumenti volontari nelle mani di Dio nell'opera creatrice, o anche, se questa intenzione non è possibile, quando si agisce non tanto per l'intento di cercare la propria soddisfazione, ma per quello più delicato di fare cosa grata alla controparte, di consolidare l'unione familiare, tanto più se l'intenzione è più nobile ancora, come sarebbe quella di dare la dimostrazione palpabile del perdono di un'offesa, oppure di un santo apostolato, per distogliere la controparte da un pericolo di peccato, o per avere un giusto ascendente sul cuore del medesimo, per indurlo a qualche atto di virtù, ecc... e si usa di queste legittime soddisfazioni con spirito di riconoscenza al Signore che le santifica, ripeto che queste stesse soddisfazioni diventano sorgente di merito.
- Tu voli, caro mio! Dalla situazione imbarazzante di uno a cui è stata rifiutata l'assoluzione, sei arrivato nientemeno che a parlare di santità, e... vorrei dire a convincermi. Ma ti confesso che, per ora almeno, io mi accontenterei di quel minimo che mi permetta di vivere in pace. Dimmi dunque: fin dove posso e debbo arrivare colle mie deboli forze?
- Ripeterò ancora una volta: al rispetto della natura: poiché tutto quello che è conforme a natura e quindi tutte le dimostrazioni di affetto coniugale, baci, carezze, ecc... che non si oppongono ai fini voluti da Dio e non costituiscono direttamente grave pericolo di incontinenza, e quelle soddisfazioni che sono in stretto rapporto colla procreazione, o almeno non vi si oppongono direttamente, sono legittime; e senza tanto sforzo, possono, ripetiamo di nuovo, essere santificate. Se, pur rimanendo sostanzialmente nei limiti della natura, si eccede alquanto nella frequenza o nell'intenzione o nel modo, ci sarà il peccato veniale.
Al contrario tutto quello che di soddisfazioni sessuali è volontariamente (nota la parola volontariamente) cercato fuori del legittimo vincolo del matrimonio, o che nel vincolo stesso è voluto direttamente (anche qui nota la parola) in qualsiasi modo contrario al fine principale, e, quindi, per parlarci chiaro: le soddisfazioni cercate o provocate volontariamente a sé o alla controparte fuori dell'unione, le unioni innaturali o maliziosamente incomplete, l'uso di qualunque pratica o mezzo direttamente indirizzato a privare la unione del suo effetto naturale, sono peccato e peccato grave.

Capitolo IX - Il necessario non manca

- Per carità! Se si avesse da tener conto della tua regola, il mondo sarebbe un asilo d'infanzia!
- Se mai, meglio un asilo che un campo di battaglia, come è attualmente!
- E non sarebbe peggio se il mondo fosse più popolato, dal momento che la guerra è precisamente una lotta per la vita? Aumentando le bocche, aumenterebbe la miseria e la fame e quindi la sorgente di lotte!
- Così si dice, ma così non è. Quel Dio che ha promesso: «Cercate prima il Regno di Dio e la Sua giustizia e tutto il resto vi sarà dato in sopra più» ha sempre dimostrato, tanto per l'individuo quanto per la società, che il necessario non lo lascia mancare (nota però: il necessario, non le ricchezze che non sono indispensabili e sono spesso sorgente di rovina). Per quel che riguarda l'umanità intera, ne abbiamo la prova lampante nel fatto che la crisi che si soffriva prima della guerra, non era dovuta alla mancanza, ma precisamente alla sovrabbondanza di merci, tant'è vero che erano più preoccupati il produttore e il venditore di trovare acquirenti e consumatori che non questi di trovare la merce (Son passati pochi anni dal termine della guerra e il fenomeno si è già rinnovato in pieno).
E pare proprio che la Provvidenza abbia voluto rispondere coi fatti alle preoccupazioni di Malthus, facendo sentire maggiormente la sovrabbondanza di viveri in proporzioni all'aumento degli abitanti del globo.
La lotta quindi di nazioni e di classi, non è affatto dovuta alla insufficienza del necessario, ma alla avidità umana: ed è in parte causata dal capitalismo ingordo, che invece di ricordare il dovere di dare la giusta mercede agli operai e praticare le massime evangeliche: «Amerai il tuo prossimo come te stesso», e «Quel che avanza datelo ai poveri» ed altre simili, cerca di sfruttare il debole, il povero, non solo per conservare, ma per aumentare ingiustamente ed esosamente le sue ricchezze; ed in parte dal comunismo di certo proletariato che, dimentico anch'esso del Vangelo, il quale in vista del premio eterno proclama: «Beati i poveri, beati coloro che soffrono», più che insofferente delle ristrettezze proprie, invidioso dell'abbondanza altrui, vuole, non aspirare onestamente col lavoro, coll'industria e coll'economia al proprio miglioramento, ma invertire disordinatamente le parti colla violenza. Ricordati che le lotte si sono iniziate fin dai nostri primi fratelli (Caino ed Abele), non perché avessero allora la preoccupazione che mancasse lo spazio ed il pane, ma precisamente per conseguenza di invidia. Avviene in grande per gli adulti quel che avviene nel piccolo tra i bambini; sono forse un gruppo che si divertono insieme allegramente, ma se uno viene ad avere un dolce, un frutto, un giocattolo più degli altri, la pace è finita.
- Sia, ma non mi vorrai negare che oggi almeno la roba manca in realtà (Si ricordi che il libro fu scritto durante la seconda guerra mondiale, in periodo di stretto razionamento) e che viviamo in tempi così tristi da far svanire ogni attrattiva ed ogni ideale di aumentare il numero dei componenti le famiglie e quindi...

Capitolo X - Castigo di Dio

- Che si viva in tempi tristissimi, è pur troppo indiscutibile, ed è ammissibile il desiderio di non arricchire le famiglie di nuovi elementi: ma nemmanco qui ti posso dare ragione nella conclusione che tu vuoi dedurre col tuo «Quindi». Per poco che si abbia di fede, non è difficile riconoscere nella tristezza dei tempi attuali oltre che la malizia degli uomini, il castigo di Dio. Castigo per tutti i peccati, ma castigo in particolare per la profanazione sfacciata che si fa alla natura. La Sacra Scrittura, parlandoci del diluvio universale, ha avuto cura di darcene la ragione col ripetere più volte «Quia caro est» - perché l'uomo era solo più carne.
Se ci guardiamo d'attorno, che cosa dobbiamo constatare al giorno d'oggi se non che il mondo è ridotto ad un carnaio?
Gli amorazzi spudorati della gioventù, la moda indecente, specie delle donne, la profanazione su così vasta scala del santuario domestico... che cosa dicono se non il trionfo del corpo, della carne sullo spirito?
Non c'è quindi ragione di temere che questo stato di cose sia appunto frutto del castigo di Dio? E se è castigo, sarà proprio continuando nei disordini che si attirerà il perdono e le benedizioni? Non sarà forse giusto e conveniente meritarli colla rinuncia e colla penitenza?
- Ma dimmi, oggi come oggi non sarebbe un tentar Dio, non sarebbe un delitto mettere della gente al mondo a tribolare, quando si prevede che mancherà il necessario?
- È delitto oggi più che mai mettere al mondo dei bambini illegittimi, o legittimati con matrimonio forzato (ma sembra che per questi non abbiano da esistere le difficoltà, poiché mi pare che siano oggi più di prima nella scala ascendente). Sarà anche conveniente ridurre le nascite dei legittimi per via di virtuosa continenza, e siamo d'accordo; ma ridurle od evitarle col disordine, ripeto, non è certo il segreto per attirare la benedizione di Dio: è, vorrei dire, doppio peccato: uno contro natura, l'altro contro la fiducia in Dio, quasi che a Lui non sia possibile provveder, non dico il lusso, il superfluo (che non ha mai promesso) ma il necessario.
- I suoi argomenti sono buoni, non lo discuto, ma... Lei deve investirsi della situazione di una sposa. Quando si ha, oltre la prospettiva di non trovare domani il necessario per un nascituro, anche quella di vedersi portar via il marito, con tutti i pericoli, con tutte le incognite della guerra...
- Comprendo e compatisco tutte le ansietà di tante spose e tutte le preoccupazioni dei relativi mariti (ansietà e preoccupazioni che spesso sono imposte dal bene comune o da un bene avvenire), ma questi argomenti hanno purtroppo sempre il difetto di fare i conti troppo terra terra, come se Dio non ci fosse o non si curasse di noi. Ma io mi permetto di farle una domanda: se domani ci fosse una creaturina per via, frutto di una illimitata confidenza in Dio non potrebbe essere quella il parafulmine che tenga lontane le disgrazie? Viceversa, non potrebbe la profanazione del santuario domestico stancare la misericordia di Dio e provocarne la giustizia e fare pronunciare la sentenza: «Non volete finirla voi coi disordini, la finisco io»?
E se..., Dio non voglia, venisse una morte improvvisa, mi dica un po', le pare che questa condotta sarebbe una buona preparazione al gran passo?
D'altronde, parliamoci chiaro! Nessuno obbliga gli sposi ad avere oggi dei bambini. Già l'ho accennato fin sul principio con la domanda: se vivete come fratello e sorella; ed ho già più volte lasciato intravedere il concetto dell'unico mezzo legittimo: quello della rinunzia. Sopportata con spirito di penitenza, sarebbe un bel mezzo di espiazione ed una sorgente di grandi meriti.

Capitolo XI - Alternativa indiscutibile: o continenza o confidenza

- Fai presto a dire: rinunzia, continenza! Ma allora...: a che serve sposarsi?
- Siamo sempre lì, nell'errore fondamentale, quasi che fine primo o quasi unico del matrimonio sia la soddisfazione dei sensi nei rapporti coniugali, mentre non si deve dimenticare che questa non è se non fine secondario e mezzo al fine primario. D'altronde, siamo sinceri, anche nella continenza, il matrimonio ha le sue grandi utilità e soddisfazioni. Una semplice domanda può bastare a convincertene: Se il Signore vi proponesse la scelta tra queste due soluzioni: o vi amate cristianamente o vi separo (e quanti mezzi ha nelle Sue mani per separare due sposi: malattie, morte...) quale scegliereste?
- E c'è da dubitare? Solo due che non andassero d'accordo potrebbero essere titubanti!
- Ed io concludo: perché dunque non fare per amore, per spirito di penitenza e con merito quel che Dio potrebbe imporre per forza e come castigo? Vi pare ragionevole provocare il castigo e poi bestemmiare (come si fa da tanti ai giorni nostri) contro la Provvidenza e la bontà del Signore?
- È inutile: bisognerebbe che anche voi preti foste sposati; e allora, sono sicuro che non esitereste a cambiare tono.
- Si vede che l'hai col celibato del clero, perché non ne conosci tutta la bellezza e l'utilità religiosa e sociale; e non sarà tempo perso che ti faccia presenti alcune delle principali ragioni che hanno indotta la Chiesa a formulare questa legge e ad attenervisi con rigidità inesorabile. Siccome però questo non ha diretta rapporto coll'argomento che stiamo trattando, prima di aprire la parentesi, rispondiamo a quella che è la tua difficoltà. Dimmi, chi ha costituito la legge di natura e quindi quella della procreazione, Dio o i preti?
- Come mi hai dimostrato, è Dio.
- Dunque, perché te la prendi coi preti?
- Ma ci vuole un po' di buon senso per applicarla: voi siete troppo rigidi!
- Senti, per allentare l'applicazione di una legge, si può ricorrere alla dispensa, oppure alla interpretazione più benigna nei casi dubbi. Ma per dispensare bisogna avere un'autorità almeno pari a quella di chi ha stabilita la legge, o almeno avere avuto l'autorizzazione. Ora, non esiste autorità pari a Dio, né, fino a prova contraria, Dio ha mai dato l'autorità ai suoi sacerdoti né a chicchessia sulle leggi che regolano la natura; ma a quegli stessi Apostoli, a cui ha dato la facoltà di perdonare le trasgressioni, ha detto: «Insegnate a fare tutto quello che io vi ho comandato». La dispensa la Chiesa la può dare sulle leggi ecclesiastiche, non sulle leggi naturali-divine, e tanto meno su quelle che proibiscono di fare il male, di fare opera contraria alla natura.
D'altra parte qui non c'è dubbio di sorta nell'interpretazione della legge: tutto quello che è conforme a natura entra nei piani voluti da Dio e quindi è giusto, onesto e santo; quello che al contrario perverte la natura stessa è male, e sarà sempre male, perché se lo ammettessimo una volta come legittimo, non ci sarebbe più ragione di condannarlo una seconda, una centesima, una ennesima volta.

Capitolo XII - Il celibato del Clero

Ed ora veniamo alla parentesi che tu hai più volte domandato ed io ti ho promesso nei confronti del celibato del clero.
Colla frase: bisognerebbe che foste anche voi sposati, intendi forse dire: «Vorrei vedere se foste alla prova come vi regolereste!...». Non è vero?
- Non voglio discutere, né mettere in dubbio la vostra virtù, ma...
- Ma praticamente ne dubiti un poco, e ti pare che il nostro insegnamento non sia abbastanza ragionevole perché non poggiato sull'esempio personale. Ebbene, ascoltami. Quel che tu per delicatezza dici non mettere in dubbio io te lo ammetto come possibilissimo: il Sacerdote è anche lui figlio d'Adamo ed è fragile e soggetto al peccato come un altro, e potrebbe senza dubbio, se si trovasse alla dura prova, cadere. Ma se anche, supposto (per ipotesi che si avvererà mai) che venisse abolito il celibato del clero, e un qualche sacerdote sposato venisse meno al proprio dovere, non verrebbe affatto menomato il rigore della legge. Mi torna qui a proposito la risposta che il Manzoni pone sulle labbra del Cardinale Federico quando Don Abbondio gli obietta: «Vossignoria illustrissima parla bene, ma bisogna essere nei panni di un povero prete, ed essersi trovato al punto..., a cui il Cardinale: Pur troppo! Tale è la misera e terribile nostra condizione. Dobbiamo esigere rigorosamente dagli altri quello che Dio sa se noi saremmo pronti a dare: dobbiamo giudicare, correggere, riprendere; e Dio sa quel che faremmo noi nel caso stesso... Ma, guai se io dovessi prendere la mia debolezza per misura del dovere altrui, per norma del mio insegnamento!»
La tua difficoltà ed il tuo dubbio d'altronde sono già stati prevenuti da S. Paolo; il quale dice precisamente che Dio ha scelti i suoi sacerdoti tra gli uomini appunto perché, vedendosi circondati di infermità, e dovendo domandare essi stessi perdono dei loro peccati, sappiano compatire (ma attento: dal compatire all'approvare c'è un abisso di differenza) coloro che sbagliano.
- Non c'è che dire, debbo darti ragione anche su questo punto. Ora però, dal momento che l'hai promesso, se non ti spiace, esponi un po' le famose ragioni per cui la Chiesa esige così rigorosamente il celibato del clero.
A me pare che ci sarebbero tante ragioni che militerebbero a favore del matrimonio: così ad esempio non ci sarebbe quella scarsità di clero che così spesso si deve deplorare; ci sarebbe il buon esempio di quelle famiglie che in ogni parrocchia potrebbero costituire un prototipo; si eviterebbe l'inconveniente delle «Perpetue padrone»; si eviterebbero anche tante dicerie sul conto di certi sacerdoti... anche in merito al nostro argomento la parola di un sacerdote sposato e padre avrebbe un tutt'altro valore.
- Quante cose belle tu vedresti nel matrimonio del clero! E non nego che qualche utilità se ne potrebbe pure sperare; ma quanto più gravi sarebbero gli inconvenienti! Ora, non potendo evitarli tutti, giacché la perfezione non è di questo mondo, è meglio evitare i maggiori, che non è difficile esporre e che, senza bisogno di supporli, si riscontrano ad esempio nella Chiesa greca. 1) Il sacerdote che avesse moglie e famiglia, sarebbe terribilmente tentato e talvolta moralmente forzato di trascurare il ministero che deve svolgere a favore della grande famiglia della parrocchia per occuparsi esclusivamente o almeno principalmente della ristretta famiglia del sangue. 2) Se è vero che tanti di più abbraccerebbero lo stato ecclesiastico, è pur vero che i più darebbero molto minor rendimento effettivo, sia per la ragione esposta, sia perché entrerebbero a farne parte tanti attratti non da vera vocazione, ma dal semplice ideale di una presunta vita comoda e onorata, che non imporrebbe tanti sacrifici. 3) Già troppo si grida, sia pure ingiustamente, contro la bottega dei preti; che cosa avverrebbe se il sacerdote, oltre che a sé, avesse da provvedere ad una famiglia? Si dice e si ripete che il clero nuota nell'abbondanza, ma nessuno sa o vuol credere che gli otto decimi dei parroci italiani di oggi (e di qui si può giudicare delle altre categorie di sacerdoti) sono «Congruati» ossia hanno come reddito fisso (costituito parte dal beneficio parrocchiale e parte dal così detto «Supplemento di congrua», che il Governo dà per una parziale restituzione dei beni della Chiesa incamerati nel secolo scorso, la somma favolosa compresa tra le 3.000 e 4.000 lire annue, ossia poco più di quanto un modesto impiegato riceve in un mese (Si era nel 1944. Oggi, Settembre 1951 la congrua è di L. 120.000 annue uguali a 10.000 mensili 34 volte l'anteguerra, mentre il costo della vita è oltre 50 volte. Di qui si vede che le condizioni del clero non sono affatto migliorate). A questo aggiungiamo pure l'offerta che riceve per la S. Messa (tenendo conto che per quasi un centinaio di giorni all'anno il parroco non può ricevere o ritenere retribuzioni per la S. Messa), aggiungiamo anche i proventi per funerali, matrimoni, ecc... (che nelle parrocchie piccole sono minimi e nelle grandi devono contribuire al trattamento di uno o più vice parroci) e poi facciamo i conti se un sacerdote sarebbe in grado di mantenere una famiglia senza essere costretto a moltiplicare le tariffe dei servizi retribuiti e quindi... far aumentare enormemente le critiche contro la «Bottega».
- E le elemosine che si fanno in chiesa?
- Di queste, caro mio, non va neppure un centesimo in tasca al parroco, ma sono destinate alla manutenzione della chiesa, degli arredi, alle provviste di cera, apparati, alle spese di predicazione e di feste (Anche le elemosine d'altronde, come pure le tariffe dei servizi retribuiti, nei confronti del costo della vita, arrivano sì e no alla metà di quanto richiederebbe la proporzione degli aumenti) ecc... Tornando a quanto stavo dicendo, aggiungi che il sacerdote, anche nella sua povertà, è considerato ed è realmente, un'autorità tra le maggiori, almeno nei centri secondari. La sua posizione richiederebbe quindi (e nei centri maggiori più ancora) un certo decoro nel vestito, nell'educazione, nel dare una posizione ai figli, e allora... 4) Il buon esempio che tu attenderesti dalle famiglie dei sacerdoti avrebbe un risultato molto misero, se pure non negativo. Poiché, se anche il sacerdote padre riuscisse a fare dei suoi figli altrettanti S. Luigi o S. Agnese, il mondo direbbe semplicemente: «È naturale che sia così, si capisce, ci vorrebbe altro, ecc...». Se al contrario ci fosse una anche minima macchia, quella sarebbe messa in risalto ed avrebbe più peso di dieci virtù. 5) Tolto il problema delle «Perpetue padrone», verrebbe quello delle mogli, colla differenza che una persona di servizio la si può allontanare, la moglie no. 6) Per quel che riguarda il problema che stiamo trattando non si avrebbe nulla di meglio. Difatti: o il sacerdote avrebbe una numerosa famiglia, che praticamente lo assorbirebbe al completo, sottraendolo alla cura delle anime, e che richiederebbe un mucchio di soldi, cogli inconvenienti già sopra accennati, e allora proteste... Oppure avrebbe una famiglia ridotta, e, sia che questo avvenisse per fatto di natura, sia per virtuosa continenza, il mondo non ci crederebbe e griderebbe allo scandalo e ne trarrebbe conferma per le sue pratiche immorali.
Si potrebbe aggiungere negli inconvenienti il pericolo di mille disturbi ad una seria formazione dei giovani chierici, che, mentre devono prepararsi all'apostolato, dovrebbero pure pensare a cercarsi una compagna di vita, gli inconvenienti che potrebbero venire dalle discordie e dalle gelosie di famiglie, dal nepotismo, ecc... Ma mi pare che gli argomenti esposti siano più che sufficienti per fare impallidire e soffocare i tuoi, e per fare tributare il plauso più cordiale a quella Chiesa che non permette ai suoi ministri di farsi una famiglia propria, perché possano formarsi una famiglia spirituale nel ministero.

Capitolo XIII - Difficoltà su difficoltà per chi ha poca volontà

- Non c'è che dire, debbo cedere le armi anche qui; ma chiudiamo la parentesi che davvero non fu inutile, e torniamo al nostro argomento.
A fil di logica vedo che mi metti nel sacco; non mi sento in grado di confutare le tue ragioni, ma le difficoltà che mi si ergono davanti continuano ad avere il loro valore, e..., dirò sinceramente, a spaventarmi più di prima, poiché prima potevo illudermi in una certa tranquillità di coscienza, che ora non mi è più possibile.
- Non le puoi confutare queste ragioni perché rispondono a verità, e da chi ha senno non si può negare la luce del sole. Le difficoltà permangono, perché ci sono in realtà. Non dobbiamo dimenticare che siamo su questa terra non per goderci la vita, ma per meritarci colla virtù la vita eterna. Ce l'ha detto chiaramente il Signore: «Il regno dei cieli richiede violenza e solo coloro che sanno farsela questa violenza vi arrivano». Sarebbe troppo comodo avere il paradiso in questa terra e nell'altra vita! Il tuo spavento ha però un rimedio efficace in una fede più profondamente vissuta.
- Presto detto! Vita di fede!
Ma figurati che due si sposino tra i venti e i venticinque anni: se debbono seguire le tue norme, quale nidiata di figli vengono ad avere! Fa spavento il solo pensarci! Altro che provvedere il necessario: vitto, vestito, posizione!
- Perdonami, ma anche poco fa, quando ti accennavo alla vita di fede come rimedio, credevo ancora che ne avessi di più! Tu hai dimenticato quel bel passo del S. Vangelo, in cui il Signore dice: «Non preoccupatevi di quello che mangerete o vestirete... Guardate gli uccelli dell'aria, non seminano, non raccolgono e il vostro Padre celeste li nutre... Guardate i fiori del campo, non filano e non tessono, eppure sono vestiti più splendidamente di Salomone... E voi non siete da più di quelli?»
- Belle parole, ma in pratica tocca ai genitori sgobbare, sacrificarsi per provvedere!
- Vorresti dunque mettere in dubbio la fedeltà del Signore alle sue promesse? Non credi al Vangelo?
- Non voglio discutere il Vangelo, ma i fatti sono fatti, e alle volte non so proprio come conciliarli colle promesse evangeliche.
- Non sai come conciliare i fatti colle promesse del Vangelo, perché parti da un punto di vista sbagliato. Invece di chinare tu la fronte ai disegni di Dio, pretenderesti che Dio si piegasse Lui alla tua volontà ed ai tuoi capricci.
- Ma a che servono dunque le divine promesse?
- Senti, facciamo ancora un passo avanti nella lettura del Vangelo e vi troveremo la risposta alla tua difficoltà. Il Signore chiude il suo argomento con queste parole: «Cercate dunque prima il regno di Dio e la Sua giustizia e tutto il resto vi sarà dato in più». Troviamo quindi la promessa legata ad una condizione. Il Signore in tanto è tenuto a mantenere la promessa in quanto si avvera da parte nostra la condizione di «Cercare il regno di Dio e la sua giustizia», ossia in quanto noi osserviamo la sua santa legge.
- Ma allora dove se ne va la proverbiale bontà e misericordia di Dio?
- Tiene perfettamente il suo posto! Forse che un papà od una mamma cessano di essere buoni quando per castigo privano un figlio di qualche divertimento, di qualche dolce, o se anche lo mandano qualche volta a letto senza cena?
- Ma almeno i buoni dovrebbero essere prosperati; ed invece... spesso stanno peggio degli altri!
- Prima di tutto Dio solo sa chi meriti davvero il titolo di «Buono» perché Lui solo legge nei cuori che spesso sono dei «Sepolcri imbiancati». E poi non dimenticare che il Signore non ha promesso a nessuno il paradiso in terra né le ricchezze, né il superfluo, ma il necessario.
- Il guaio si è che tra il necessario ed il superfluo non c'è mai un taglio così netto come si vorrebbe; e uno dice necessario quello che un altro chiamerebbe superfluo.
- Precisamente qui sta l'errore di molti. Necessario è quello che è indispensabile al raggiungimento di un fine. Ora fine di ciascuno e di tutti è la salvezza eterna mediante l'adempimento dei propri doveri. Dunque è veramente necessario (e questo il Signore non lo nega e non lo può negare a nessuno che osservi la Sua legge) quello solo che è indispensabile alla conservazione della vita in grado tale che ciascuno possa adempiere al suo compito. Precisati così i termini della promessa divina nella sua sostanza e nella condizione, nessuno potrà mai addurre prove che mettano in dubbio la fedeltà del Signore.
- Eppure leggiamo nella vita di tanti santi che sembrarono talvolta anch'essi abbandonati.
- Sembrarono, ma non lo furono. Si tratta di prove a cui il Signore sottopone talvolta i suoi fedeli. Di queste prove ne troviamo persino nel Vangelo. Ricorda ad esempio la tempesta del mare: Gesù dormiva mentre i discepoli quasi si vedevano già in bocca ai pesci. E Gesù ad assicurarli: «Uomini di poca fede, perché avete dubitato?» Eccoti ancora le moltiplicazioni dei pani nel deserto: sono fatte solo a favore di chi segue il Signore fino a dimenticare tutto. Di fatto solo quando umanamente non è più possibile provvedere, e quella dei seguaci del Maestro può sembrare una imprudenza, Egli provvede con un miracolo.
- Può essere vero tutto questo, ma è pur vero che se non si sgobba...
- E vorresti tu dimenticare la sentenza pronunziata contro il primo uomo peccatore: «Mangerai il pane che ti sarai guadagnato col sudore della fronte»? Ma chi ti fornisce la forza e la salute per sgobbare? Chi ti dà la intelligenza perché il tuo lavoro riesca bene, sì da fruttarti un onesto guadagno? A te stesso chi provvede il necessario? Non pensi che il pane che mangi avrebbe potuto esserti negato dalle siccità, dalle tempeste devastatrici, da incendi, ecc...? Vedi che se non prossimamente, almeno remotamente, tutto risale a Colui che unico può provvedere e che quindi merita tutta la fiducia che ti domanda?
- Certo, se si ragiona così...
- E come vorresti ragionare diversamente se vuoi essere cristiano? E poi per tornare al numero dei figli nessuno impone agli sposi di averne un determinato numero; né due, né quattro, né dieci. La morale cristiana, in tutto coerente ai suoi principi, lascia la libertà agli sposi; volete le soddisfazioni che offre la vita intima del matrimonio? Seguite fedelmente la natura e Dio vi benedice. Non vi sentite di abbracciare i pesi inerenti alla paternità e maternità? Sappiate anche rinunciare a quelle soddisfazioni che, ripetiamolo ancora una volta, e forse non sarà la ultima, sono date come stimolo e come compenso e non come fine primario del matrimonio.
- Ma costa!...
- Non costa forse ai giovani ed ai fidanzati conservarsi puri? Eppure è un dovere, che, da chi ha senno, non si discute neppure!
- Presto detto: rinunziare! Quando si è soli, fuori dell'occasione, la cosa sembra facile, ma quando si è all'atto pratico, mentre si è giovani...
- Con quest'inciso: «Mentre si è giovani...» hai detto una grande verità. Mira anche qui lo splendido disegno della Divina Provvidenza nelle leggi di natura. Se quando si è giovani non ci fosse il sangue che bolle e crea una poesia nella vita, ripetiamolo, non ci sarebbe chi si deciderebbe a formare una famiglia. Ma quando si è giovani ed il sangue bolle nelle vene, e la vita tende a comunicarsi e moltiplicarsi, c'è anche la prospettiva di una lunga carriera che permetta la speranza di vedere arrivare i rampolli a maturità, c'è la forza e la gagliardia fisica che permette ai genitori di provvedere con facilità ai bisogni dei figli. Col passare degli anni, se si sa essere uomini e non si vuole essere bruti, i bollori vanno via via calmandosi in misura proporzionata alla diminuzione delle forze fisiche. Di modo che, se non c'è più tutto il coraggio che esigerebbe la prospettiva di nuove vite, non è anche più così gravosa la rinuncia alle attrattive dei sensi, mentre sentimenti ed affetti più elevati e spirituali continuano a cementare l'unione dei cuori tra i coniugi che con ogni figlio si sono creati un nuovo anello, che li vincola molto più saldamente del simbolico anello nuziale.
- Dunque, arrivati a trent'anni o giù di lì, quando già si hanno due, tre, quattro figli, non c'è via di mezzo: o mirare decisamente alla dozzina, o vivere da monaci. Per chi vive in campagna, dove il vitto, il vestito, l'educazione, la posizione da dare ai figli sono problemi facili a risolversi e dove il marmocchio a sette od otto anni è in grado di guadagnarsi il pane, il tuo rigore è ammissibile, ma in città le cose stanno ben diversamente!
- Sono con te: l'urbanesimo con tutte le altre piaghe presenta anche delle difficoltà non disprezzabili a questo proposito. La tua enumerazione delle difficoltà non è una cosa nuova per me, e con quelle ne conosco anche altre: conosco la lotta che si va facendo contro la famiglia a base di sarcasmi e di sogghigni lanciati all'indirizzo delle famiglie numerose, conosco la lotta fatta a base di rifiuti quando si tratta di affittare un alloggio, conosco le difficoltà che incontrano i genitori di fronte ai cinematografi, ai divertimenti e a tutte le attrattive della vita cittadina, che sempre costano un mucchio di soldi e spesso sono la negazione di ogni educazione cristiana.
- Meno male che una volta tanto mi dai ragione!
- Non sono qui per discutere per principio preso, ma per studiare la verità, felice di riconoscerla dove si trova. Nota però che anche di fronte a tutte queste difficoltà, non si può fare a meno di dire: la legge è legge, «Dura lex, sed lex», poiché siamo sempre al principio: se si ammette l'eccezione, la è finita; si rompe ogni diga e non ci sarà più una norma che contenga l'impeto delle passioni. Non si deve però dimenticare che abbiamo anche qui la legge del compenso: se in campagna ci sono tante difficoltà di meno nell'allevare una famiglia e quindi minori sacrifici, sotto un altro aspetto, la vita di città, con tutti gli agi, con tutte le comodità delle invenzioni moderne, è resa più gaia ed attraente sotto altri riguardi, tant'è vero che, messi nell'alternativa di una scelta tra la vita di città e quella di campagna, troviamo molto più facilmente chi dalla campagna si inurba, che viceversa. La vita, ovunque vissuta, impone le sue rinunce ed i suoi sacrifici.
Il paradiso non è per questa terra; e chi dei piaceri di questo mondo vuole farsi un paradiso, si mette a rischio di mille amare disillusioni in questa vita per dannarsi nell'altra.
- Come già ha detto mio marito, finora non è che noi non volessimo affatto dei figli, ma si sarebbe voluto aspettare un po' di tempo e questo per varie ragioni: dal momento che non abbiamo goduta la vita in passato, si pensava a goderci in pace i primi anni del matrimonio, mentre sarebbe passato questo tempo burrascoso e noi ci si sarebbe messo qualcosa da parte per così affrontare più tardi con maggior facilità il problema della famiglia.

Capitolo XIV - Frutti dei disordini

- Tutti bei conti, ma tutti senza l'oste, o meglio senza Dio. E, fin che si continua a ragionare senza o contro gli insegnamenti della fede, nulla da meravigliarsi se Dio castiga. Riflettiamo un momento: e se il Signore continuerà nei castighi che ci sta mandando, perché gli uomini continuano nei peccati? Passa il tempo ma non la burrasca. E se il Signore dicesse: «Avete voluto vivere egoisticamente senza figli da giovani, ve ne siete resi indegni e non ne avrete mai? O... se ne avrete non li potrete allevare, od anche se allevati, vi si ribelleranno e vi daranno dei seri grattacapi»?
- Speriamo che no! Dio non è così vendicativo!
- Magnifica questa! Che la creatura si creda in diritto di violare a suo piacere la legge di Dio, e poi beffarsi di Lui invocando a propria difesa precisamente la Sua bontà o che pretenda di interdirgli a questo titolo l'uso dei mezzi che Egli ha per salvaguardare le sue leggi! Essere buono non vuole dire essere «Bonomo»! E quante volte l'esperienza ha confermato che non si tratta di una semplice induzione, ma di un vero castigo di Dio!
Quanti nella loro tarda età vorrebbero aver figli ad assisterli e debbono battersi il petto e dire il «Mea culpa»; quanti si cullavano in sogni beati sull'unico figlio, e Dio se l'è preso con una morte immatura, per un malore improvviso, o permettendo fosse vittima di una guerra!
Quanti ancora, arrivati ad una certa età, preferirebbero essere soli piuttosto che vedersi gli ultimi giorni di vita amareggiati dalle più nere ingratitudini del figlio unico o della coppia che si aiuta a vicenda o si emula a dilapidare i risparmi dei genitori con litigi o disordini innominabili, insultando e oltraggiando i genitori stessi, dimostrando coi fatti quali siano i frutti di una cattiva educazione!

Capitolo XV - Educazione dei figli unici

- A proposito di educazione, sarà molto più facile provvedere ad uno o a due che non a tanti. Ecco una ragione di più che milita a favore delle famiglie piccole.
- Così pare che sia, e così dovrebbe essere; ma così non è in realtà. L'esperienza insegna che una forte percentuale dei figli discoli, dei fannulloni, di quelli che poi pesano sulla famiglia e sulla società è costituita precisamente dai figli unici o quasi unici. I genitori potrebbero, è vero, e dovrebbero per quell'unico o per quei pochi usare, diciamo così, una cura intensiva per tutto quello che riguarda la formazione.
E invece che accade? Per un amore disordinato della loro creatura, quei genitori che non amano, come si dovrebbe amare, in Dio e per Dio, perché non amano Dio stesso (altrimenti ne rispetterebbero di più le leggi) fanno della loro creatura un idolo. Non c'è giocattolo, non c'è dolce, non c'è capriccio che il bambino desideri senza che facciano l'impossibile per soddisfarlo, dimenticando che il figlio trattato così costa di più anche finanziariamente di quanto potrebbero costare parecchi assieme. Intanto il marmocchio diventa padrone, despota della casa; vuole quel che vuole ed ottiene quello che desidera non solo mentre è bambino innocente, ma anche e tanto più quando sarà grandicello. Né lo studio né il lavoro saranno il suo lato forte.
Si capisce, guai a rovinarsi la salute! Ma se non sarà promosso, se i padroni lo licenzieranno per scarso rendimento, la colpa sarà sempre dell'ingiustizia dei professori e dei principali. Non abituato a dividere il pane, la frutta ed i dolci con i fratelli, crescerà egoista e crudele... Tutto un insieme di cose insomma che apre la via alla fannullaggine, all'amore dei divertimenti, ad ogni vizio, che non manca di avere un buon alleato nell'ozio, che forma spesso dell'infelice reuccio della casa uno scioperato, se non un delinquente... Questo nell'adolescenza, ma lo Spirito Santo ci avverte che «L'adolescente secondo la via intrapresa in gioventù continuerà nella maturità».
- Hai ragione: nel tuo ragionamento trovo il motivo che mi sono cercato tante volte per spiegarmi il duro contrasto che si nota tra il magnifico spettacolo che presentano le ormai poche famiglie patriarcali, in cui i numerosi figli convivono anche dopo il matrimonio formando delle vere tribù, ove i vecchi genitori sono dei piccoli re, senza il cui consenso non si prende decisione di sorta, ed al cui cenno tutti stanno sottomessi, e lo spettacolo tanto doloroso ed ormai troppo frequente di quei figli unici o quasi unici, i quali sposandosi non possono più rimanere in casa a tener compagnia ed assistere i vecchi genitori che, se non hanno risorse che loro permettano il lusso di una donna di servizio, devono finire i loro giorni in un ricovero.
- Aggiungi pure, se vuoi essere obiettivo, che non c'è bisogno di aspettare l'ora del matrimonio per constatare quest'abbandono. Buona parte della gioventù moderna, composta appunto di figli unici o quasi, a sedici, diciotto anni vuole emanciparsi. I genitori nei confronti dei figli sono degli antiquati, che non comprendono nulla, quindi neppure da consultare nemmanco nelle decisioni più importanti. E se pensano di opporre qualche difficoltà, è la ribellione aperta che decide il contrasto.
Quanti genitori, se volessero fare un po' di esame di coscienza spassionato dovrebbero confessare: «Abbiamo voluto fare di nostra testa, senza e contro Dio ed il Signore permette che i nostri figli ci ricambino facendo senza di noi e contro di noi!»

Capitolo XVI - Prospettive umane e prospettive divine

(specie per le mamme)

- Davvero, reverendo, che non ha tutti i torti! Ma... capirà per una mamma che abbia da allevare una serie di bambini il problema è grave! Da quando i disturbi di una prima maternità cominciano ad annunziare i dolori che si debbono soffrire nel parto, possiamo dire che la sua vita è tramontata.
Verranno presto le notti insonni, i disturbi e le pene che una mamma prova ogni volta che il pupo piange... E intanto addio passeggiate, addio cinematografi, addio ogni sorta di divertimenti; e questo non per un anno, due, tre, ma si può dire per sempre. Poiché presto alle preoccupazioni per il primo si aggiungerà la prospettiva di un secondo, e poi quando il primo incomincerà a far disperare colle birichinate, il secondo coi capricci, il terzo colle lacrime, e così via... e ancora che non intervengano delle malattie! E poi tutti i fastidi e le preoccupazioni e responsabilità dell'educazione... Creda, che quella di una mamma la quale voglia essere fedele alle regole da Lei propugnate non è la prospettiva più rosea, dirò senz'altro è quella di una martire. Se le giovani, che si sdilinquiscono nel desiderio di trovare un fidanzato che ne domandi la mano, prevedessero tutta questa serie di guai che le attende nel matrimonio, neppur più una penserebbe a sposarsi!
- Purtroppo una decisione del genere non è pesata come si dovrebbe! Se io potessi avere tante farfalline che si chiamano fidanzate perché hanno un bellimbusto che fa loro la corte, se potessi avere tutti i giovani che pensano a formare una famiglia, se potessi avere tutta la gioventù d'ambo i sessi così a quattrocchi come ho oggi voi, per parlare loro cuore a cuore, come faccio con voi, quante cose avrei da dire loro! E... credo che qualcuno prenderebbe il problema più sul serio!
Ma torniamo ai coniugati. Lei, signora, ci ha descritto a colori molto foschi la vita di una mamma cristiana, ce l'ha presentata sotto la figura di una vittima; e... vista così, la maternità non ha certo nulla di attraente. Ma da questa sua descrizione dimostra precisamente di non conoscere che cosa voglia dire essere madre.
Che la paternità e più ancora la maternità abbiano le loro croci, richiedano dei sacrifici, nessuno lo nega, e io credo che appunto a questi alludesse S. Paolo quando, consigliando la verginità, a proposito di chi preferisce la vita di matrimonio, diceva anche chiaro: «Tribulationem carnis habebunt huiusmodi - chi si sposa avrà le sue tribolazioni»; ma non è vero che lo stato coniugale non abbia altro che croci.
- Certamente più croci che gioie!
- Quando io vedo una mamma che si stringe al seno il suo bambino, e finge di volerlo mangiare, e la vedo passare le ore a trastullarlo ed a guidarlo nei primi passi, io credo che in cuor suo quella mamma goda immensamente di più che una sposa non mamma al cinematografo più attraente. Quando mi incontro con una sposa non mamma annoiata di tutto, sempre irritata con tutto e con tutti, mentre agli occhi del mondo nulla le manca, e la confronto con una mamma circondata da una corona di marmocchi che da una parte la fan disperare ma dall'altra formano il suo orgoglio, io sono sicuro che non sia la prima quella che abbia scelta la parte migliore. Quando poi mi incontro con dei poveri vecchi (anche se ricchi di denaro) abbandonati alla più squallida solitudine, od obbligati a ritirarsi in un Istituto di cronici perché non han figli o l'unico figlio o figlia, seguendo l'esempio dei genitori, non vuole intralci o seccature di bimbi e quindi tanto meno di vecchi (che, come si dice, sono due volte bambini, senza averne le attrattive), mi pare di leggere sulla loro fronte la condanna dell'egoismo che li ha guidati in gioventù.
- Certo se si riflette a tutto questo, si cambia criterio nel giudicare!
- Ma non è tutto, mia buona signora, fin'ora ci siamo fermati a criteri puramente umani. Ma per chi ha fede, per chi vuol viverla la sua fede, ci sono degli ideali ben più nobili, che fanno, non dico dimenticare, ma quasi desiderare i sacrifici della maternità. Mi dica un po', se le si proponesse la maternità di un grande personaggio, di un bimbo che dovesse diventare famoso nella storia, non è vero che direbbe subito il suo sì?
- Indubbiamente! Ma il guaio si è che la prospettiva è ben diversa: ci sono novantanove probabilità su cento che il mio bambino diverrebbe né più né meno che un semplice operaio come lo siamo noi e allora... per mettere della gente a tribolare al mondo...
- Vero, verissimo, se giudichiamo semplicemente colle vedute umane, ma io l'ho invitata a guardare coll'occhio della fede, alla luce del Vangelo. Ci crede lei al Vangelo?
- Prego, per chi mi prende?
- Non se l'abbia a male, era solo per citarle due detti evangelici che sprizzano una folgorante luce al riguardo. Nel Vangelo Gesù ha detto precisamente: «Tutto quello che avrete fatto al più piccolo dei miei, io lo ritengo come fatto a me» e «Chi accoglie un piccolo in nome mio, accoglie me stesso».
Ad ogni mamma cristiana in certo qual modo viene proposta, e in ogni maternità, non la maternità di un grande personaggio ma di Gesù stesso che si immedesima coi piccoli. Con questa promessa pare che il Signore abbia voluto sublimare la missione materna fino a metterla a fianco della divina maternità di Maria. E non le pare che per una mamma cristiana che si abitui a giudicare coll'occhio della fede e vedere così Gesù nelle sue creature, soprattutto il periodo della gravidanza e dell'allattamento, ma anche tutto il resto della sua vita di mamma a questa luce si possa quasi trasformare in una continua comunione spirituale?
- Davvero che la fede apre alla mente umana dei panorami splendidi!
- Non è ancor tutto, signora, io voglio ancora ricordarle un'altra promessa evangelica che apre una immensa ed inesauribile sorgente di meriti ai genitori, soprattutto alle mamme che sono fedeli ai loro doveri. Lei mi ha ricordato tutte le ansie, tutte le rinunzie, tutti i sacrifici che si devono sopportare nell'adempimento del dovere di mamma, per farne tema di scoraggiamento. Ora io prendo quegli stessi motivi per farne argomento entusiasmante. perché suo marito è tanto legato al lavoro? Perché sa di essere ben retribuito, e la pena più grande che proverrebbe sarebbe quella di vedersi licenziato. È tanto bello far festa, ma l'ideale del guadagno fa anche desiderare il sacrificio del lavoro. Altrettanto fa lei per i suoi impegni e farebbe tanto di più se sapesse di poter ogni sera accantonare un bigliettone da mille. Eppure quand'anche ne avesse ammucchiato centinaia e migliaia, io potrei sempre chiudere il conto con una domanda sconcertante: «Che serve tutto questo se l'anima...».
Viceversa eccole la prospettiva di un guadagno immenso: «Neppure un bicchiere d'acqua dato ad un povero in mio nome rimarrà senza ricompensa». E chi più povero di un bambino che sta per venire al mondo, o nato da poco? E che cos'è un bicchiere d'acqua in confronto d'una goccia di sangue o di latte che una mamma dà senza riserve alla sua creaturina? E ha mai contato lei quanto una mamma dà effettivamente al suo bimbo dal concepimento allo svezzamento, per parlare proprio solo di quanto dà di suo? Ha mai contato quanto fa un papà per la sua sposa che gli darà l'onore della paternità e poi per il figlio e per... i figli? Ma se un bicchiere d'acqua avrà la sua ricompensa e ricompensa eterna, si immagina lei con quanta fiducia si potranno presentare al tribunale di Dio gli sposi, che, fedeli al loro dovere, potranno dire: «Non un bicchiere d'acqua noi abbiamo dato, ma parte di noi stessi, ma sacrifici di anni interi per questa corona di figli»?
- Non sai, caro D. Giuseppe, che il tuo dire mi entusiasma? Ma dimmi, in base ai tuoi conti, un figlio solo è sufficiente a preparare un bel capitale per l'eternità! Dunque, per chi è un po' onesto e non ha aspirazioni tanto alte, uno basta.
- La tua modestia sa di tono canzonatorio o di pigrizia, ma non mi spaventa, perché la verità ha una logica inesorabile. Sicuro, un figlio solo basta per preparare un bel patrimonio spirituale ai genitori! Ma nei guadagni materiali si dice forse basta? Il mendicante in un primo tempo non domanda che un pane ed una minestra da sfamarsi ogni giorno, ma se ci arriva, presto desidera il vino e la pietanza, poi la frutta e i dolci, ecc...
Se arriva ad una certa agiatezza, vorrebbe aver casa ed un edificio suo, poi una macchina con qualche milioncino, poi tenderebbe al miliardo.
È inutile: l'uomo è fatto per l'infinito, ed anche nella perfezione e nei meriti, il Signore ci ha additata un'altezza che non raggiungeremo mai: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli!» tanto per dirci che nella via del bene non si fa mai troppo.
Ma... ammettiamo pure che uno basti: tutto sta che dopo quell'uno non si faccia «Patatrac» con una vita di peccato. Quanti sono arrivati da poveri ad essere milionari, per ricadere nella miseria con un fallimento! E quanti di più, da uno stato di perfezione cadendo nel peccato, perdono tutti i meriti che si erano acquistati! Dio non ha mai imposto ad alcuna coppia di sposi: «Voi dovete avere due o tre o quattro o dieci di famiglia». Quello che esige, ripetiamolo fino alla noia, è che si rispettino le leggi di natura. Se dopo il primo figlio gli sposi vogliono vivere in continenza, pienamente liberi di farlo; ma se al contrario pretendono di sfruttare la natura cogliendone i vantaggi e rifiutandone i pesi, cadono nella colpa, che come ogni colpa grave, fa loro perdere tutti i meriti acquistati in precedenza, ed impedisce loro di farsene dei nuovi per tutto il tempo che persistono nelle pratiche peccaminose, quando pure non attira anche in questa vita i fulmini della divina giustizia, su quella casa che, invece di essere un santuario, diventa un luogo di peccato.

Capitolo XVII - Ragionamenti troppo umani

- Ormai sono convinto delle tue ragioni; ma spero che non mi vorrai rifiutare una risposta a qualche difficoltà che si sente ed a cui alle volte non è facile rispondere.
- Sentiamo.
- Eccone una ad esempio: la tua teoria della natura è tanto bella, ma in pratica diventa ingiusta. Supponiamo: un ricco non ha difficoltà a seguire la natura e godersi la vita; se vengono i figli, c'è di che far fronte alle spese; per il lavoro di pulizia e di educazione c'è la servitù, le balie e le istitutrici ecc... Per il povero diavolo invece non c'è altra prospettiva che o dividere fra tanti il pane già misurato o..., giovane ancora, dover rinunciare alle soddisfazioni del matrimonio, (che, se non altro, gli tempererebbero la durezza della vita) e considerarsi, per così dire, vedovo, ma con moglie e figli a carico.
- La tua difficoltà ha, non lo nego, una forte parvenza di vero, ma in fondo viene in gran parte smentita dai fatti. L'esperienza della vita dimostra che temono meno la famiglia i così detti «Poveri diavoli» che non i signori. Non c'è di fatto bisogno di grandi statistiche per provare che sono molto più frequenti le famiglie numerose nel basso popolo che non tra i signori. Il come e il perché lasciamolo giudicare a Dio; non discutiamo se questo avvenga per virtù o per maggior malizia da una parte o dalla altra: stiamo alla realtà. La stessa esperienza pure dimostra che quando papà e mamma sono proprio sani moralmente, anche le famiglie numerose dei poveri operai d'ordinario arrivano a sistemarsi discretamente ed a migliorare la propria condizione, ed a questo miglioramento contribuiscono assai i figli che, fatti grandicelli, apportano il loro contributo di lavoro e di guadagno. Ed è naturale: i figli di operai, di contadini, cominciano a fruttare molto presto, mentre quelli dei professionisti, si può dire che, nella maggioranza, di aiuti non ne danno mai, ed alla famiglia costano molto di più. Lo squilibrio lo si deve per lo più al voler fare il passo più lungo della gamba: quando si pretende che il figlio e soprattutto la figlia dell'operaio vadano vestiti, frequentino i divertimenti, i ritrovi alla pari dei figli dei milionari: quando in casa si vuol tenere un regime di vita superiore alla propria condizione, ecc... Si capisce che allora manca il necessario, e si è tentati di calpestare la natura! Ma tanto fa male il povero che profana la santità del matrimonio per vivere una vita superiore al suo stato, quanto il ricco che la profana per il timore di dividere il suo patrimonio.
- Senti quest'altra: due che si siano sposati piuttosto giovani, giunti all'età di 40-45 anni, mentre, sono ancora nel pieno della vita, hanno ormai i primi figli sui venti anni od anche più e forse a loro volta papà e mamma. Se avessero ancora dei bambini provocherebbero perfino uno scandalo.
- Uno scandalo facendo il proprio dovere? Proprio tra i cristiani dovrà regnare questo concetto dello scandalo!? Forse che la paternità e la maternità siano un delitto? O che giunti all'età di vent'anni i figli non sappiano quali siano i diritti dei coniugi e le conseguenze che possono venire dall'esercizio di tali diritti? Questo è precisamente frutto della mentalità del mondo, di quel mondo che fu riprovato da Gesù come l'antitesi dei suoi insegnamenti.
- Tu non pensi alle discordie che un neonato può portare in una famiglia quando i primi figli sono ormai adulti.
- So bene che i figli spesso vogliono comandare anche in queste cose più delicate e personali dei genitori, quali la procreazione o un eventuale secondo matrimonio; e pretendono di negare ai genitori quella libertà che esigono per sé. Il motivo di tali pretese è più che evidente e per nulla onorifico per chi le mantiene: egoismo e nulla più che egoismo. E nove volte su dieci i figli che ardiscono di imporre la loro volontà ai genitori e impostare scenate se viene un fratellino sono i figli unici o quasi tali per l'egoismo dei genitori i quali cominciano fin da questa terra a dare per permissione di Dio la proverbiale retribuzione: «Per quae peccat quis, per haec et torquetur» frase che in buon italiano vuol dire che ciascuno sarà punito collo stesso strumento che gli ha servito per il peccato.
Ammesso anche che qualche figlio snaturato tratti in questo modo i genitori che non lo meritano, non vorrai certo asserire che abbiano torto i genitori, o pretendere che questi debbano arrendersi alle esigenze capricciose ed interessate dei figli calpestando la legge di Dio e rinunziando ai propri diritti.
Ad ogni buon conto, non posso in simili casi che dire a chi non se la sente di far valere le sue ragioni davanti ai figli che non resta loro altra via all'infuori della continenza.
- Continenza! Bella parola in teoria, ma in pratica...!
- Domanda un po' a codesti genitori se la ammetterebbero per buona questa ragione sulle labbra dei loro figli ventenni!
- Certo, per poco di coscienza che si abbia... Ma questi non sono sposati!
- Forse che per il solo fatto di non essere sposati il sangue non bolla nelle vene dei giovani, ad esempio dei fidanzati, più che nelle persone mature?
- Comprendo, ma fuori del matrimonio... non è lecito mai!
- Eccoci da capo! Il matrimonio, un sacramento sarà stato istituito per dire dall'altare: d'ora innanzi divertitevi pure a vostro talento?! Sono questi ragionamenti umani, ma troppo umani, in cui non entra affatto il minimo raggio di fede, e tuttavia sono fatti da gente che vuol essere stimata cristiana!

Capitolo XVIII - Unico rimedio

- Sei proprio inesorabile!
- Non io, ma la logica.
La legge è dura non me lo nascondo, specialmente ai tempi in cui viviamo. Ma la Provvidenza, almeno così giudico io, è venuta incontro a chi ha buona volontà con recenti scoperte mediche che hanno aperta la via alla continenza detta periodica.
- E questa continenza in che consiste propriamente?
- Consiste nel privarsi dell'uso dei diritti coniugali in certi determinati tempi in cui, secondo le dette scoperte, sarebbe più probabile una concezione, limitando detto uso (sempre fatto in modo naturale) ai tempi in cui una gravidanza sarebbe almeno improbabile, per non dire impossibile.
- E quali sarebbero questi periodi?
- La risposta a questa tua domanda è più di competenza di un sanitario, che di un sacerdote. Rivolgiti dunque ad un medico di coscienza, oppure a qualche libro (Tra i vari libri in materia ne cito qualcuno senza pretendere di darne l'elenco completo e senza pronunziarmi sul valore di ciascuno: «Matrimonio e Fecondità» del Prof. Peterman edito dalla «Grafica Bellinzona»; «Nuove questioni matrimoniali» del P. Boschi S. J. edito da Marietti, Torino; «GIO-FE-STER» tabella pratica stampata a Roma, Tipografia Ostiense).
- Posto che il fine del matrimonio sia la procreazione, non è questo un meschino sotterfugio, non è un burlarsi della legge?
- No, caro, questa volta sei tu che corri troppo per passare da un eccesso all'altro. Tieni conto che per la moralità di questa pratica è condizione assoluta il rispetto della legge di natura: o continenza o abbandono nelle mani di Dio, colla disposizione di accettare le conseguenze che possono sopravvenire sia per un turbamento di natura sia per uno sbaglio di computo nei periodi. Aggiungi che per giustificarla appieno bisogna che ci sia una causa proporzionata come sarebbe il distanziamento delle nascite, la salute, difficoltà gravi di famiglia, ecc... Ricorda infine quanto già abbiamo detto, che oltre il fine primario del matrimonio, la fede non ha difficoltà ad ammettere i secondari tra cui c'è appunto il dare onesto rimedio alle attrattive del senso. Su queste basi indiscusse noi possiamo ragionare così: ci sono dei periodi in cui il retto uso del matrimonio sia proibito?
- Io non credo, salvo casi eccezionali di salute o simili.
- Ed hai ragione. Dunque gli sposi che seguono fedelmente la natura in qualunque tempo non fanno altro che usare di un loro diritto: se in certi tempi non vengono le conseguenze non è colpa loro: è la natura che così provvede: si rientra nel caso di due sterili od avanzati d'età. Il fatto di sapere che con tutta probabilità la loro azione rimarrà senza conseguenze non costituisce una colpa né li priva dei loro diritti come non costituisce colpa l'uso dei diritti coniugali durante una gravidanza. Viceversa chi mai potrebbe dire che ci sian dei periodi in cui gli sposi siano obbligati ad usare dei loro diritti?
- Ho pure sentito parlare di doveri a questo riguardo!
- Sicuro! Dovere per ciascuna parte di soddisfare alle giuste esigenze dell'altra; ed abbiamo nientemeno che S. Paolo che non dubita di chiamare questo dovere col nome di «Debito». Ma quando di mutuo accordo si è disposti a rinunciare, c'è sempre la massima libertà, sia per un determinato tempo, sia anche per tutta la vita, purché ci sia il mutuo accordo, ed a condizione che se una parte non si sente di mantenere la rinunzia rinasca il dovere nell'altra (che non sia legittimamente impedita o scusata) di accontentarla.
- Allora con questa teoria ammetteresti anche tu che ci si potrebbe sposare, godersi la vita, tirare così tranquillamente avanti senza scrupoli di coscienza, e senza i grattacapi della famiglia!
- Teoricamente sì; e tu ti meravigli di questa conseguenza, tu che vorresti legittima la pratica di evitare le conseguenze dell'intimità coniugale violando le leggi di natura?
- Mi meraviglio piuttosto che colla tua teoria vieni ad ammettere quello che condannavi prima: l'esclusione della prole.
- Io non mi contraddico affatto. Io non ho inteso di condannare per principio l'esclusione o la limitazione della prole come tale, ma la violazione della legge di natura. Ora questa teoria, per principio, la rispetta detta legge e quindi chi praticasse scrupolosamente (nota però la condizione: praticare scrupolosamente, con rispetto non solo alla legge di natura ma anche ai diritti del coniuge) questa continenza anche fin da principio del matrimonio, potrebbe essere incolpato, se mai, di pusillanimità, di egoismo, di mancanza di confidenza in Dio, non mai di violazione della legge di natura o di peccato contro il sesto comandamento. Ho detto in teoria perché in pratica non saprei se si possa dare il caso. Ad ogni modo l'effetto dei due diversi sistemi è, se si vuole, il medesimo, ma ben diverso il mezzo: uno illegittimo perché contrario alla natura; l'altro, per questo lato, legittimo (ripetiamo che può riuscire colpevole per altro lato, per i fini che lo suggeriscono) perché nulla ha in sé di immorale, e lascia sempre Dio e la natura al posto di comando.
- Vorresti dire che in fondo questa teoria non dà una garanzia di riuscita quindi...
- Anche questo supera la mia competenza. Io so che esiste questa dottrina: che professionisti di vaglia la propugnano e che da statistiche che si sono fatte si avrebbero risultati favorevoli "in teoria" perché in pratica non saprei, posso anche aggiungere che conosco personalmente parecchie coppie di sposi che se ne servono e sono contente. Io per conto mio mi propongo il problema solo dal lato morale perché, ripeto, per la parte scientifica non sono in grado di pronunziare un giudizio.
Per la parte morale, fondato sulle ragioni addotte, sul parere di buoni teologi e sull'affermazione esplicita che troviamo nell'Enciclica «Casti Connubii»: «Ne si può dire che operino contro l'ordine di natura quei coniugi, che usano del loro diritto nel modo debito e naturale, anche se per cause naturali, sia di tempo, sia di altre difettose circostanze, non ne possa nascere una nuova vita», posso dirvi con tranquillità che questa è una pratica lecita, mentre della contraria si deve senza dubbio affermare l'opposto.

Capitolo XIX - Malizia e responsabilità

- Ma dica un po', reverendo, è proprio colpa grave questa violazione?
- Indubbiamente: risulta dalla Sacra Scrittura che ci ricorda Onan maledetto da Dio e punito colla morte perché con questa pratica «Faceva cosa detestabile». Risulta dall'insegnamento costante della Chiesa e dei suoi dottori. Basti ricordare l'affermazione solenne della «Casti Connubii»: «Qualsivoglia uso del matrimonio, in cui per la umana malizia l'atto sia destituito della sua naturale virtù procreatrice, va contro la legge di Dio e della natura e coloro che osino commettere tali azioni, si rendono rei di colpa grave».
Risulta dal buon senso stesso per l'importanza del fine che hanno i rapporti coniugali, fine che, non solo viene frustrato in pieno ogni volta che se ne abusa, ma che viene minacciato alle sue stesse radici. Ammesso infatti che questa pratica fosse lecita o non oltrepassasse i limiti del peccato veniale, qualunque benché minimo inconveniente spingerebbe le creature alla violazione della legge, che perderebbe, colle sanzioni, ogni suo valore. La malizia poi risulta evidente quando si riflette che, come ho già accennato, con questa pratica, se non colla parola, almeno coi fatti si arroga il diritto di dire: «Signore, su questo punto non sei Tu che comandi, ma comando io alla vita e alla sua fonte». D'altronde, negata la gravità di quest'abuso si tornerebbe all'irragionevolezza della legittimazione, o quasi, di azioni giustamente da tutti ritenute colpa grave fuori del matrimonio, e questa legittimazione fatta mediante un sacramento, senza alcun motivo plausibile.
- Ma allora il mondo è tutto in stato di peccato mortale, anche quelli che frequentano la Chiesa ed i Sacramenti!
- Che nel mondo vi sia tanta corruzione, che il santuario domestico sia spaventosamente profanato è pur troppo una dolorosa realtà; come pur troppo è una dolorosa realtà che non manchino anche tra i sedicenti cattolici praticanti e ferventi coloro che zoppicano da questa parte, e pretendono di unire i loro disordini colla Confessione e colla Comunione frequente. Ma la affermazione: tutti, è troppo generale. Ci sono nel mondo molti che non hanno famiglia o l'hanno ridotta per fatto di natura; ce ne sono anche, grazie a Dio, di quelli che hanno pochi figli volontariamente, non per vizio ma per virtuosa continenza, altri perché errano in buona fede, e ci sono anche delle coppie in cui una parte sola è colpevole.
Quel che sia in realtà dei singoli casi non sta a noi a giudicarlo. Noi, facendo a mo' d'esempio una percentuale, possiamo dire: forse nella massa il 75% è fuori regola; dei singoli però, fino a prova contraria, per carità cristiana, possiamo e dobbiamo pensare che appartengono piuttosto al 25% che sarebbe in regola: ciascuno poi penserà ad aggiustare la sua partita con Dio.
- Ma se la gran maggioranza agisce così, vuol dire che...
- Vuol dire semplicemente che s'avvera quanto ha predetto lo Spirito Santo «Nemo est qui recogitet corde» = «Non c'è nessuno che rifletta sul serio a quello che fa». E altrove: «Omnes declinaverunt.. non est qui faciat bonum, non est usque ad unum» = «Tutti hanno deviato, non c'è più chi agisca rettamente, non ce n'è neppur più uno». Ma che con questo? Forse che per questa constatazione il Signore ha abolito la sua legge? Niente affatto! Gesù stesso ha insistito: «Passeranno cielo e terra, ma non cadrà neppur un apice della legge». E quando ci presenteremo al Suo tribunale, non ci servirà la scusa di aver seguito l'esempio della maggioranza, ma ci salveremo solo se avremo conformato la vita alla sua legge.
D'altronde anche la ragione ti assicura che la pratica dei più non è sufficiente per abrogare una legge naturale. Pensa: quanti sono nel mondo che possono asserire di non aver mai detto una bugia? Eppure anche se tutti, chi più chi meno, hanno mentito, nessuno mai si è sognato di dire che ormai la bugia non sia più un male; male che sarà più o meno grave, a seconda dell'entità della materia, ma che continua ad essere male come se si trattasse di un caso unico.
- Ha detto che può essere una parte sola colpevole, ma qui si tratta di azione in due.
- È vero, ma è pur vero che ci sono, anche nell'unione dei corpi, due volontà distinte: «Erunt duo in carne una - saranno due in un solo corpo». Queste due volontà possono essere d'accordo sia nel bene sia nel male, e allora sarà merito o demerito da ambe le parti; oppure una determinata al male e l'altra vittima della cattiva volontà della controparte, e allora la responsabilità sarà divisa in proporzione alla partecipazione più o meno diretta e volontaria a quello che può essere il disordine.
- Ha detto poc'anzi che esiste un preciso dovere per una parte di soddisfare ai desideri dell'altra: nell'adempimento di un dovere non credo possa esistere peccato. Quindi una donna che per conto suo non cerchi mai, ma semplicemente corrisponda ai desideri del marito, non sarebbe in colpa.
- Adagio, mia brava signora, la conseguenza che vuol tirare, è troppo larga, perché parte da un principio non del tutto esatto. Se ricorda bene, abbiamo detto che una parte è obbligata a rispondere alle giuste esigenze, non a qualunque esigenza o capriccio dell'altra. E perché queste esigenze siano giuste, è necessario che prima di tutto siano conformi e non contrarie alla natura. Perciò una donna che sappia positivamente che il marito più che usare abuserà dei suoi pretesi diritti, che quindi domanda quel che non ha diritto di ottenere, e facilmente, senza resistenza alcuna e tanto peggio se volentieri, asseconda la cattiva pratica è pienamente responsabile del male che si commette e quindi colpevole.
- Dovrebbe dunque rifiutarsi?
- Dovrebbe esigere, per quanto è possibile, o la continenza o l'uso regolare.
- Quando una donna in cuor suo più non desidera altri bambini, e preferisce la continenza, potrebbe scegliere ed imporre al marito questa soluzione?
- Potrebbe suggerire, raccomandare al marito la continenza sia continua, sia periodica, ma imporla con un rifiuto, per il solo fatto che non desidera una nuova maternità, no: poiché col matrimonio ha scelto uno stato che ha precisamente come scopo primario la maternità, ed ha col sì sacramentale ceduti i suoi diritti al marito anche e soprattutto in ordine a questo, e sarebbe responsabile di tutto il male che potrebbe derivare dal suo rifiuto.
- E se il marito volesse abusare ad ogni costo, quale condotta dovrebbe tenere la moglie?
- Abbiamo anche qui l'autorevole parola del Papa nella nominata Enciclica: «Ben sa altresì la S. Chiesa che non di rado uno dei coniugi soffre piuttosto il peccato che esserne la causa, quando, per ragioni veramente gravi, permette la perversione dell'ordine dovuto; alla quale pure non consente e di cui quindi non è colpevole, purché memore, anche in tal caso, delle leggi della carità non trascuri di dissuadere il coniuge dal peccato ed allontanarlo da esso!» In altre parole, ricordando la sua dignità di compagna dell'uomo e non di semplice oggetto da trastullo, e nello stesso tempo tenendo presente la sua missione di angelo della famiglia, dovrebbe usare tutto lo zelo possibile per impedire ogni abuso, e questo, sia per non cadere essa stessa in peccato, sia per il vero amore cristiano, per cui una santa sposa deve cercare il vero bene del compagno di vita e non essere strumento di rovina. Si immagini il rimpianto che proverebbe un cuore di donna, degna del nome, se dovesse un giorno al tribunale di Dio fare questa constatazione: mio marito è dannato per questo peccato, ed io, pur non favorendo direttamente il disordine, non ho fatto il possibile per impedirlo, anzi ne sono stata strumento colla mia debolezza!
- Sarebbe davvero una pena! Ma, a sentir dire, quando si ha da fare con certi caratteri...!
- Purtroppo molte povere spose sono vittime della brutalità dei mariti che non conoscono altra ragione che la soddisfazione degli istinti animaleschi. Ma ad onor del vero, quando la donna sa amare cristianamente, quante vittorie sa pur riportare! Se non si ha da fare con un bruto (e questo caso una brava sposa l'avrebbe già dovuto evitare col non allacciare neppur relazioni di fidanzamento e di matrimonio con un tipo del genere, poiché durante il periodo di preparazione si può discernere benissimo l'indole dell'uomo, specie su questo punto); quando una sposa sa essere ferma nei suoi diritti e remissiva ad un tempo; quando cioè può dire a testa alta al marito: «Vedi che, in quanto mi è possibile, faccio del mio meglio per renderti felice: colla più scrupolosa fedeltà, coll'ordine e la pulizia della casa, con un premuroso sincero affetto che mi porta a studiare e prevenire i tuoi legittimi desideri; e se, su questo punto, ti debbo contrariare, lo faccio non per cattiva volontà, ma per quello stesso spirito di dovere che mi porta a fare quanto sopra»; se l'uomo non è un bruto, ripeto, potrà lì per lì fare un po' di broncio, ma in fondo in fondo le darà ragione, si correggerà egli stesso, e sarà felice di avere una donna simile. Ce lo assicura S. Paolo: «Viene santificato il marito infedele dalla moglie fedele».
- Certo un bell'ideale il suo, ma bisognerebbe essere...
- Bisognerebbe essere quel che si deve essere, o almeno si deve cercare di divenire. È vero o non è vero che siamo creati per l'eternità felice? Che dobbiamo tendere alla salvezza dell'anima per la via tracciataci dal Salvatore «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli»? Che questo sia un ideale che costa sacrifici non lo discutiamo: in Paradiso non si va in carrozza!
- Ma se ci fosse pericolo di discordie o timore di infedeltà?
- Distinguiamo bene tra discordia e discordia e tra timore e timore. Se si tratta di pericolo vero e non fittizio, di discordie gravi e non passeggere, se si tratta di timori fondati e non immaginari, ad evitare mali maggiori, la moglie potrà cedere senza colpa ad una condizione: che sempre, in qualunque momento, possa dire sinceramente davanti a Dio: «Signore, tu mi leggi nel cuore, tu vedi la mia condizione, tu sai, che il male non lo voglio io, ma lo subisco per evitare mali maggiori, mentre io sarei disposta anche a costo di gravi sacrifici alla continenza od all'abbandono completo nelle Tue mani». Quando una donna possa parlare così può stare tranquilla in coscienza ed andare anche alla Comunione; anzi le consiglierei di frequentarla per potere più fervorosamente domandare la grazia al Signore di mantenersi sempre forte ed essere compresa ed imitata dal marito, che deve continuamente ammonire.

Capitolo XX - Pretesti, delitti e scandali

- Dal momento che sono entrata io in questione, prendendo il posto al marito, mi permetto ancora un'altra domanda: Da mie amiche ho sentito dire che qualcuna usa attenzione per ordine del medico. Almeno quelle saranno scusate!
- Farei volentieri conoscenza col medico che avesse tanta autorità di dispensare dall'osservanza della legge di Dio o da dare ordini contrari! Ma qui si tratta evidentemente di un equivoco. Il medico, anche il più retto e scrupoloso, può talvolta dire ad una coppia di sposi: per il bene della famiglia converrà regolarvi in modo da non provocare una maternità; e dando questo consiglio, suggerito dalla condizione di salute degli interessati e dalla sua scienza, non pecca perché gli sposi cristiani debbono interpretarlo nel senso che è bene si astengono dai rapporti, se non altro con la continenza periodica.
Forse che il medico per la salute non impone altri sacrifici? Quanti ad esempio sono proibiti dai medici dell'uso del vino, del mangiare carne e uova, ecc... E come se ne osservano le prescrizioni!
Ma se il medico si arrogasse il diritto di dare altri consigli, che praticamente fossero contrari alla morale, quei consigli non sarebbero più da medico, ma da persona scandalosa; non più il frutto di scienza, ma di propaganda diabolica e sarebbe proprio il caso di diffidare di lui, come di una persona senza coscienza.
- Ma se una maternità mettesse in pericolo la vita, dato che la teoria della continenza periodica non dà tutta la garanzia...
- Prima di tutto non esageriamo nei pericoli. Quante mamme han sentito pronunciare la sentenza: «Un'altra maternità sarebbe fatale», ed invece tutto è andato bene!
Di queste potrei citare parecchi casi, dei quali due recenti di mia conoscenza. Persone di coscienza, che si sono ribellate energicamente alla proposta di commettere il delitto di liberarsi, proposta suggerita sotto il pretesto che tuttavia non avrebbero portato a termine la gravidanza, e con rischio della vita. A fatti compiuti, dopo una felice maternità, potevano dire: «Sto meglio adesso di prima».
Un'osservazione la invito a fare spassionatamente: si guardi d'attorno, e non le sarà difficile constatare che, fatta proporzione, è molto più facile trovare in piena floridezza di salute mamme di numerosa famiglia, che non spose non mamme o con famiglia maliziosamente limitata. È la legge del taglione che si manifesta palesemente: tante donne non vogliono più essere mamme calpestando la natura e questa si ribella con una serie di malanni per cui le colpevoli hanno spesso, come dice un nostro proverbio piemontese «Sette dolori ed una sfitta».
- Vero anche questo, ma non mi vorrà negare che alle volte si tratta di vero ed imminente pericolo.
- D'accordo, ma in tal caso l'unica conseguenza cristiana sarebbe per parte del marito se proprio ama la moglie, non metterne a repentaglio la vita sottostando al sacrificio della continenza che dovrebbe tuttavia praticare, se il Signore lo punisse in caso contrario, nella vedovanza; e per la moglie non abbastanza compresa dal marito, nel caso di grave pericolo di vita, potrebbe essere legittimo un rifiuto perché le esigenze del marito non sarebbero più ragionevoli. Ma se non potesse o non volesse rifiutarsi, non rimarrebbe altra soluzione che tollerare senza approvare il disordine o abbandonarsi eroicamente alle disposizioni della Provvidenza ricordando che la sua vita è nelle mani di Dio più che in quelle dei medici e che in ogni caso il dovere esige talvolta anche l'eroismo. Guai a noi se bastasse per la sentinella che deve dare l'allarme, il dire: «C'è troppo pericolo!» Guai se il sacerdote ed il medico di fronte al pericolo di un contagio o di una valanga si rifiutassero di andare ad assistere chi ha bisogno dell'opera loro!
Dovrebbe ricordare che è meglio sacrificare la vita compiendo il proprio dovere piuttosto che attirare i castighi di Dio e forse dannarsi per essere venuta meno al medesimo.
- Ancora un caso: una mia amica, trovandosi incinta per la terza volta, ha subito tale persecuzione da parte della suocera e della mamma, che, per amore della pace, ha dovuto liberarsi della sua condizione e dire: adesso basta con le gravidanze.
- Ha fatto malissimo: avrebbe dovuto ricordare le parole del Signore: «Beati coloro che soffrono persecuzione per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli». Ma hanno certo fatto molto più male la mamma e la suocera.
Sembra impossibile, ma è una dolorosa realtà e pur troppo non infrequente, che proprio quelle che dovrebbero essere le maestre di virtù si fanno pietra di scandalo verso le figlie e le nuore. E forse fin dal pranzo di nozze, se anche non già nel tempo del fidanzamento si prendono la briga di suggerire: «Fatevi furbi! Prima di caricarvi dei fastidi di una famiglia, sappiatevi godere la vita». E se spunta un secondo o un terzo rampollo, specie se a breve distanza, non arrossiscono di consigliare anche l'aborto; e, come nel suo caso specifico, arrivano anche fin alla costrizione, senza pensare che con questi diabolici consigli si caricano la coscienza di tutti i peccati che faranno gli sposi, e, se si tratta di aborto, a cui contribuiscono così direttamente, possono incorrere anche nella scomunica che la Chiesa ha dovuto stabilire a difesa degli innocenti che hanno diritto alla vita.
- Una scomunica! Nientemeno! Ma allora... quale pena dovrebbe infliggere la Chiesa a tutti coloro che uccidono bambini o adulti? E invece per questi nulla!
- A punire questi delitti, sì da costituire un freno che ne impedisca la moltiplicazione pensa la pubblica opinione e la legge civile a cui raramente sfuggono i colpevoli. La Chiesa invece pensa a colpire nell'intimo della coscienza coloro che commettono il medesimo delitto di omicidio protetti dalla fiducia di farla franca.
- E vorresti mettere alla pari un aborto con l'omicidio o con l'infanticidio?
- Precisamente; l'aborto volontario è un vero e proprio omicidio aggravato dal fatto che si priva del S. Battesimo la creaturina a cui viene troncata la vita, e dall'abuso dell'impunità con cui si spera di commettere il delitto. Si aggiunga l'atroce crudeltà risultante dal fatto che a commettere tale delitto è d'ordinario la madre, che se non altro acconsente, o il padre o i famigliari che impongono.
- Ma... si tratta di un essere che non c'è ancora! Che almeno è incosciente, che può compromettere la salute di una madre, scombussolando tutti i piani di una famiglia!
- Se non ci fosse, non potrebbe essere l'oggetto di una guerra così spietata. Il fatto che non sia cosciente, nulla toglie alla gravità del delitto, se pure non l'aumenta perché la vittima non può né difendersi né essere difesa. D'altronde anche un neonato è incosciente, ma tutto il mondo rabbrividisce di fronte ad ogni infanticidio e giustamente lo condanna.
Gli inconvenienti che può portare colla sua venuta un bambino, non sono un motivo sufficiente per condannarlo a morte senza sua colpa. Che se bastassero questi pretesti per giustificare l'omicidio, il mondo nuoterebbe nel sangue. La vita iniziata col concepimento non può essere soggetta alla volontà di altri che a quella di Dio che ne è il vero, principale autore; e la maggiore o minor responsabilità di chi la tronca non è misurata dai giorni o dagli anni di chi ne è vittima, ma dalla ferocia e dall'egoismo di chi tale delitto commette.
- Ma... se a suggerire ed a praticare l'aborto sono spesso persone che praticano la religione, anime pie!
- Purtroppo fa sanguinare il cuore il pensiero che questi consigli vengono non di rado anche da persone che si professano buone cristiane e forse uniscono la Comunione frequente o quotidiana a questa, che possiamo chiamare senza sottintesi scuola scandalosa e diabolica. Infelici! Che dimenticano la terribile minaccia del mitissimo Salvatore, il quale, mentre ha avuto sempre parole di conforto ed incoraggiamento anche verso i più grandi peccatori pentiti, ha avuto parole di fuoco per chi spinge gli altri al peccato: «Guai a chi dà scandalo! Sarebbe meglio per lui che si appendesse una pietra al collo e si precipitasse in fondo al mare!»
- E queste mamme, queste suocere sarebbero colpevoli di peccato grave?
- Indubbiamente! Come restano colpevoli di peccato grave tutti coloro che con consigli o pressioni influiscono effettivamente o tentano di influire sulla volontà altrui, sì da portarli a commettere peccati gravi, tanto più quando si tratta non di uno, ma di una serie, come d'ordinario avviene nel caso nostro della profanazione del matrimonio.

Capitolo XXI - Compatire e perdonare non è approvare

- Caro D. Giuseppe, ti ringrazio delle belle istruzioni che ci hai dato, dei bei consigli che veramente rispondono alle esigenze della coscienza, pur avendo un riguardo alle debolezze umane, ma ciò non ostante mi permetto di dirti ancora una cosa: speriamo che il Signore abbia le maniche più larghe di voi preti, che se avrà da giudicare il mondo a fil di logica, come ragioni tu, non so chi si possa salvare!
- Vedi, tu mi fai un po' di confusione fra compatire e perdonare ed approvare. Che Dio sia buono, immensamente buono e misericordioso, e quindi disposto a compatire le debolezze dell'umana natura e perdonare le mancanze, è la consolante dottrina fondamentale della Chiesa cattolica, dirò meglio del Vangelo. Ma che colla Sua bontà poi intenda approvare il disordine, è un'altra faccenda. Approvare la violazione delle leggi da Lui stabilite equivarrebbe negare se stesso, la Sua sapienza, la Sua giustizia.
Non offenderti, ma questo tuo modo di argomentare, dopo aver riconosciute tutte le buone ragioni che militano a difesa della legge di natura equivale a dire o che Dio non è più buono, ma bonomo ed incapace di difendere le sue leggi, oppure a burlarsi della Sua bontà col sottintendere: facciamone pure più di Bertoldo, tanto Dio è così buono che sempre ci perdona...! Tu ben intendi che il perdono dev'essere premio ad un sincero pentimento, non mai incoraggiamento al male. Non dobbiamo dimenticare che in Dio misericordia e giustizia confinano, e dove cessa la misericordia incomincia la giustizia che naturalmente sarà tanto più rigida quanto più longanime e generosa sarà stata la misericordia: e non sappiamo quando avvenga questo terribile passaggio perché ignoriamo il momento di nostra morte.

Capitolo XXII - Conclusione

- E allora?
- E allora non resta che tirare le conseguenze ed applicarle alla vita. Riconoscere che le attrattive del senso non sono fine a se stesse, ma mezzo ad un nobilissimo fine: la cooperazione con Dio nell'opera della conservazione e propagazione della vita. Onde tutto quello che nei limiti di un legittimo matrimonio è secondo natura, è onesto e benedetto da Dio, mentre tutto quello che vi si oppone è peccato in proporzione dell'opposizione al disegno di Dio; e della intenzione di chi lo compie. E quindi la vera interpretazione dell'insegnamento della Chiesa e del contegno dei confessori non è precisamente una propaganda demografica irragionevole (come la si vuol credere dai nemici della Religione per screditarla ed allontanare i fedeli); ma consiste nella difesa dei principi morali della legge di natura. Insegnamento questo che possiamo sintetizzare in questa affermazione: «Né Dio né la Chiesa hanno mai imposto a nessuna coppia di sposi due o quattro o dieci bambini, ma lasciano loro l'unica scelta ragionevole: volete le soddisfazioni? Seguite fedelmente la natura; non ne volete i pesi? Sappiate anche rinunziare alle soddisfazioni che ne sono il compenso». A ben comprendere la dottrina della Chiesa è poi necessario non dimenticare mai che Essa, non solo ci presenta una legge ragionevole benché dura, ma ne tempera anche la durezza prospettandoci le promesse della fede che, tutti i sacrifici necessari agli sposi per l'adempimento del loro dovere tutti sono contati da Dio, tutti si convertono in sorgente di grandi meriti, e coi Sacramenti e la preghiera ci somministra le forze che da soli non avremmo. Mentre al contrario tutte le scuse, tutti i pretesti a cui abitualmente si ricorre per giustificare una condotta irregolare, in ultima analisi si riducono sempre in un egoismo più o meno sfacciato, e nella mancanza di volontà di privarsi dei diletti sessuali (questo s'intende per chi non può dire coscienziosamente di essere solo vittima della brutalità altrui).
Da questi principi la conseguenza di propositi generosi per l'avvenire e di un rimedio energico per il passato con una sincera confessione, se necessario anche generale.

Capitolo XIII - Confessioni invalide e sacrileghe

- Pensare a fare una Confessione, per farsi mandar via senza assoluzione come è capitato a me!
- No, caro, a te come a chicchessia non è stata rifiutata l'assoluzione perché c'è stato il disordine, ma perché in quel momento non avrai dimostrato di aver due condizioni essenziali per il valore della Confessione: il pentimento ed il proponimento. Per questo ti dicevo che dopo la nostra discussione avresti cambiato giudizio sul conto dei due confessori di cui ti lagnavi. Giacché non sono stati loro che abbiano voluto rifiutarti l'assoluzione, ma tu non eri, o almeno a loro non sembravi, in grado di riceverla.
- perché mai i confessori da cui mi ero confessato altre volte me l'hanno sempre data? Perché mai non la rifiutano a tanti altri che io so positivamente che si regolano né più né meno di quanto abbia fatto io fino ad ora?
- Che tu abbia ricevuta altre volte l'assoluzione, che tanti altri nelle tue condizioni la ricevano materialmente dal confessore è un conto, ma che tutte queste assoluzioni siano poi valide davanti a Dio è un altro. Anzi, ti avverto subito che c'è tanto pericolo che le assoluzioni ricevute così siano altrettanti nuovi peccati di sacrilegio.
- Che sacrilegio! Se vado a confessarmi e il confessore mi dice di andare in pace, che colpa ne ho io?
- Tu dimentichi che il confessore è un semplice rappresentante di Dio e in tanto ha valore l'opera sua di rappresentante in quanto si pongono le condizioni apposte dal Principale al Rappresentante, e tra queste sono assolutamente indispensabili le tre seguenti: 1) sincero ed umile riconoscimento del male fatto, che si esterna coll'accusa schietta del medesimo al confessore; 2) cordiale pentimento; 3) fermo proposito di evitarlo per l'avvenire.
- Scusi, reverendo, fino a riconoscere in cuore il male fatto, sono d'accordo: ma dirlo ad un uomo, specialmente poi quando questo male riguarda certe cose... è un osso duro, e alle volte, con tutta la buona volontà, non si sa come dire e si passa sotto silenzio.
- Che sia un osso duro, nessuno lo discute. Ma che sia una difficoltà insuperabile, non è vero.
Se bastasse confessare il delitto per essere dimessi dal carcere e vedersi ritornare la fedina penale pulita... Quanto al come dichiarare la mancanza, basta dire: non sempre si sono adempiuti con coscienza i doveri coniugali, o una frase simile, e poi rispondere sinceramente alle domande che il confessore crederà opportuno rivolgere.
- Io so di mie amiche che non solo tacciono, se il confessore non le interroga, ma sono anche abili a sviare le domande col dire ad esempio che del male non ne hanno mai fatto (sottintendendo positivamente che non hanno mai provocato aborti, tanto per non dire una bugia al confessore), ecc...
- Creda, signora, che tutte queste sue amiche col cercare d'ingannare il confessore, ingannano se stesse. Col non accusare il male, se non sono interrogate, si mettono a positivo pericolo di commettere tanti sacrilegi, poiché tacciono volontariamente uno o più peccati che devono essere accusati per la validità della Confessione. Non sarà fuori di luogo ricordare qui che il compito dell'esame di coscienza spetta al penitente non al confessore, il quale colle domande intende non di supplire, ma di aiutare il penitente. Quelle poi che si credono tanto furbe collo sviare le domande del confessore vedranno davanti al tribunale di Dio a che avrà servito la loro furbizia. Possono ingannare il confessore, ma Dio lo inganneranno? Pensa questa gente che invece di alzarsi dal confessionale col perdono si alza con un peccato di più? Pensano soprattutto al pericolo che va unito ad una prima Confessione mal fatta?
- Quale pericolo?
- Quello di una terribile catena di sacrilegi.
Poniamo che manchi una prima volta il coraggio di accusare un peccato grave: quello rimane, si aggiunge un sacrilegio nella Confessione, poi con tutta probabilità un altro, più altri colla Comunione o colle Comunioni che di solito seguono la Confessione. Dopo si riprenderà la vita di prima tanto più che l'occasione è prossima e continua, e manca la buona volontà. Un'altra volta, quando si dovranno accusare col peccato di prima tutte queste appendici, ci sarà il coraggio? Se non c'è una seconda, ci sarà una terza, una quarta... quando le cose si saranno terribilmente complicate? Quando il male sarà non più un caso isolato ma una abitudine inveterata? E andare avanti così forse fino alla morte...! Se la immagina lei un'anima nel letto d'agonia col ricordo di una simile catena di sacrilegi? Non le pare che quella furbizia non sia affatto invidiabile?
- Ma se si dice tutto, c'è pericolo che il confessore non dia l'assoluzione!
- Se c'è il pentimento ed il proponimento l'assoluzione è assicurata. Se mancano quelli al contrario, si ricevessero anche mille assoluzioni sarebbero non solo invalide, ma altrettanti sacrilegi.
- Ma non predicate voi che il Signore ha detto: «Coloro ai quali rimetterete i peccati saranno rimessi, ecc...»? Che cosa costa al confessore rimetterli e che cosa ne ha in tasca quando ha rifiutato l'assoluzione? Non ottiene altro che allontanare quelli che avrebbero ancora la volontà di frequentare la Chiesa e i Sacramenti.
- Questo allontanamento, per quanto increscioso, è provvidenziale. Non vi pare provvidenziale allontanare un malato da un rimedio che, per una complicazione della malattia, in quel momento per lui sarebbe veleno?
Al confessore nulla costa dire materialmente: «Io ti assolvo» e nulla guadagna quando deve rimandare un penitente senza assoluzione, anzi soffre terribilmente in cuor suo quando è obbligato a questo rifiuto, ma credimi, lo fa per il bene del penitente stesso. Tanto, rifletti, che valore potrebbe avere l'assoluzione del confessore quando non fosse confermata da Dio?
- Ma chi ti dice che Dio non la conferma?
- Il buon senso! Figurati: se uno ti desse uno schiaffo e poi ipocritamente ti domandasse perdono, mentre tu gli potessi leggere in cuore che va studiando il modo di dartene un altro, lo perdoneresti?
- Io no! Anzi, non so se mi terrei dal dargli una buona lezione per strappargli la maschera dell'ipocrisia!
- Benissimo! È quello che ti volevo dire: quando uno sa di aver fatto una o più azioni che non possono piacere a Dio e vuole (nota la parola: vuole, non teme, ma vuole) continuare per la stessa strada, è impossibile che Dio perdoni; e quindi l'assoluzione data dal confessore in tal caso è del tutto invalida, anzi, per la profanazione del Sacramento, diventa, come già detto, sacrilega. Come se un impiegato, supponiamo ai passaporti, rilasciasse un documento d'importanza privo di una condizione essenzialissima al documento stesso, non solo rilascerebbe un documento invalido, ma se venisse provata la frode, sarebbe rigorosamente punito chi tale frode ha usato, sia che la mala fede si trovi nel richiedente sia nell'impiegato.
Vedi dunque, che i confessori, di cui ti lagnavi tutt'altro che il tuo danno, hanno fatto il tuo vantaggio.
- Ma intanto se non mi confidavo con te che mi hai ragionato un poco, io minacciavo di diventare un «Barbet».
- E se quei confessori ti avessero dato una assoluzione invalida, tu non solo avresti continuato, ma ti saresti confermato nella tua falsa strada. Non avresti avuto tutta quella tempesta che ti ha portato a questo sfogo, ma che insieme ti ha portato alla luce della verità.

Capitolo XXIV - Buona fede

- Ma se io ero tranquillo, e tranquillamente avrei continuato la mia strada in buona fede, e, se il primo non mi avesse interrogato con tanta insistenza, non me ne sarei mai confessato!
- Per la stima che ho di te e per l'affetto che per te nutro, voglio sperare che ci fosse davvero la buona fede: ma ti pare che la buona fede nell'errore sia proprio la posizione migliore per un uomo che si stimi?... E poi... sei proprio sicuro della completa buona fede, tale che ti potesse scusare da ogni colpa? O non sarebbe stata la tua una buona fede un po' artificiosa, fatta di lotte contro la coscienza? Vedi, nella S. Scrittura c'è descritta una categoria di persone che non sono a posto con Dio ed è composta di quelli che non vollero conoscere (a fondo la verità) per poter dire di operar bene. Ma le illusioni cadranno colla vita ed al tribunale di Dio i pretesti non avranno valore, e l'ignoranza volontaria sarà essa stessa una colpa.
Perdona se m'azzardo a farti una domanda a cui però non attendo risposta fatta a me, perché troppo delicata, ma ti invito a rispondere coscienziosamente a te stesso. Anche prima di questa nostra discussione, che forse ha servito ad illuminarti meglio, e prima ancora di quelle confessioni, non hai mai avuto alcun dubbio in merito? Ti pare che ti saresti presentato tranquillo al tribunale di Dio così?
- Hai ragione...
- Basta, non andiamo più avanti. Il resto lo dirai al confessore. Quello che mi preme non è di conoscere i segreti della tua coscienza, ma di farli conoscere a te stesso: e di creare nell'anima tua questa persuasione che la Confessione è né più né meno che un vero e proprio tribunale di Dio, colla sola differenza che questo è di misericordia ed amministrato dal rappresentante di Dio; l'altro sarà di stretta giustizia, presieduto dal Divino Giudice in persona ed irrevocabile. Chi si sforza di conoscersi quale è in verità, e condanna le proprie mancanze e le accusa sinceramente al ministro di Dio e propone sul serio di emendarsi, col Sacramento della Penitenza ottiene il perdono di tutto; chi al contrario si illude di ingannare il confessore, cerca di ingannare se stesso, è un povero infelice simile a chi, oberato di debiti, per non avere dei grattacapi, ne nasconde il registro, fugge l'incontro coi creditori e tira avanti spensieratamente fino al fallimento; simile ad un ammalato che, colpito da malattia seria, ma guaribile ancora, non ci vuol pensare per non sottomettersi alle cure, e si condanna a sicura morte: si mette cioè in pericolo di aprire gli occhi in merito al suo doloroso stato d'animo davanti al giudizio finale, quando non ci sarà più tempo a rimediare.
- Prima di morire... quando si sarà vecchi e non ci sarà più la preoccupazione delle conseguenze che si temono ora...: una buona confessione metterà tutto a posto!
- Magnifico rimedio per accarezzare le passioni in gioventù, ma non meno magnifica trovata per provocare la divina giustizia col burlarsi della bontà e misericordia di Dio. Bella devozione quella che riserva al Creatore e Datore di ogni bene i rifiuti della vita, gli ultimi giorni di quella vita che minuto per minuto è dono Suo! Bella prova di amor filiale si darà allora quando si potrà dire: «O mio dolce e buon Gesù non ti posso offender più». Ma, a parte l'ingratitudine non sarebbe questa una temerarietà? Chi ci assicura, non dico la vecchiaia, ma il domani, l'ora che sta per venire? E se la morte sopraggiunge improvvisa? E se anche si arriva alla più tarda vecchiaia, chi ci assicura che Dio, che sarà stato tanto disprezzato per tanto tempo, darà allora la grazia di una buona Confessione? I rimorsi disprezzati per tanto tempo si risveglieranno allora, quando la coscienza avrà fatto il callo alla colpa? Dirò di più: ammettiamo pure che una anima arrivi a confessare sinceramente tutto prima del termine della vita: chi ti garantisce che colla sincerità dell'accusa ci sia poi anche il cambiamento di volontà, sì da poter dire altrettanto sinceramente: «Se avessi da ricominciare la vita, vorrei decisamente mettermi d'impegno a fare il mio dovere» come naturalmente esigono il dolore e il proponimento? Vedi quindi, ripetiamolo ancora una volta, che quei confessori, colla scossa che ti hanno data mediante il loro rifiuto dell'assoluzione, non solo avevano tutte le ragioni, ma pensavano al tuo vero bene. Figurati infatti un momento al tribunale di Dio dopo tante assoluzioni come le avresti volute tu (e come purtroppo le vogliono molti cristiani all'acqua di rose) e poi sappimi dire che cosa penseresti di quei confessori che per non contrariare i penitenti impartissero assoluzioni così alla leggera. Quali sentimenti proveresti nei loro riguardi?
- Davvero che non si potrebbero chiamare se non traditori di Dio, delle anime e del loro ministero! Ma allora... quanti, se si ha da giudicare dalla vita che si vive, quanti saranno i confessori che si meritano questa accusa! Se, ripeto, una gran parte dell'umanità odierna si regola così od anche peggio, ed è così raro il caso che si senta dire che sia stata rifiutata l'assoluzione!
- Ecco che di nuovo passi da un eccesso all'altro: prima ti lamentavi quasi ti si fosse stato fatto un gran torto ed ora vorresti che si rifiutasse l'assoluzione ad ogni pie sospinto.
- Eppure, se si ha da applicare la teoria alla pratica... credo che i casi dovrebbero essere molto più frequenti.
- Che siano più frequenti i casi di penitenti che non si meritano l'assoluzione sono con te. Ma che siano tanto frequenti i casi di confessori i quali tradiscono così alla leggera il loro ministero, non lo credo. Rifletti infatti: l) non tutti coloro che si sentono rifiutare l'assoluzione ne fanno la fiera, perché si tratta di cosa umiliante che d'ordinario si tiene ben celata; 2) purtroppo tanti si illudono di farla franca o col tacere o anche negando la colpa, oppure col promettere a fior di labbra, tanto per strappare un'assoluzione, che il confessore non può rifiutare, perché, non potendo leggere nelle coscienze, deve attenersi a quanto il penitente dichiara (ma che varrà quanto varrà, come ti ho detto sopra); 3) molti si confessano e promettono seriamente e poi all'atto pratico ricadono per la debolezza che è insita nella povera natura umana. E..., data la deplorevole frequenza di queste miserie, per un principio di carità cristiana voglio sperare quest'ultimo il caso più frequente (quantunque ci sia tanto da temere che i casi di confessioni veramente sacrileghe, per mancanza di sincerità o di pentimento e di proposito, specialmente in tema di vita coniugale, come in quello degli amoreggiamenti disordinati, siano molto frequenti). Ma, come vedi, qui si tratta di responsabilità dei penitenti, non dei confessori.

Capitolo XXV - Meglio diradare o intensificare la frequenza alla confessione?

- Io credo che a queste confessioni sacrileghe contribuisca assai l'insistenza che si fa ai giorni nostri sulla frequenza ai Sacramenti; e quindi sarebbe meglio diradarle un po' limitandosi solo a Pasqua o poco più. Si farebbero le cose più sul serio e si eviterebbero tanti sacrilegi.
- Sei sempre quello dei rimedi radicali, ma anche esagerati!
Perché non dici: visto che qualcuno per aver mangiato si è fatta un'indigestione, converrà mangiare solo più una volta al giorno, o meno ancora? Perché non dici: dato che qualcuno si ubriaca, bisogna abolire il vino? Di tutto si può abusare, ma guai se dovessimo rigettare tutto quello di cui qualcuno ha abusato! Certo, se tutti si confessassero una volta sola all'anno, ci sarebbero molti sacrilegi di meno, ma ci sarebbero molte altre colpe di più, e molte opere buone e conversioni di meno, e quindi meno anime che si salverebbero. L'asserzione che, facendo solo la Pasqua, si farebbero le cose più sul serio, è del tutto falsa; giacché l'esperienza prova eloquentemente con quanta freddezza ed incomprensione si adempia al precetto pasquale da chi si limita a quello.
La soluzione giusta del problema è questa: chi non ha buona volontà, sia che manchi il coraggio di confessare tutte le miserie conosciute, sia che manchi la forza d'animo di mettere fine ad una pratica disordinata, deve assolutamente astenersi anche dal fare la Pasqua; perché con una Confessione e una Comunione mal fatta non adempie al precetto ed aggiunge alle altre colpe un sacrilegio nella Confessione ed un altro nella Comunione. Naturalmente prima di prendere una tale decisione (di non fare neppure più Pasqua), chi vuol conservare anche un minimo di senso cristiano, dovrebbe proporsi la domanda: e se il Signore mi dicesse: non la vuoi finir tu coi disordini, la finisco io, forse anche con la morte improvvisa?
- Dio ce ne liberi!
- Viceversa chi cade non per ostinazione, ma per debolezza, e vuole davvero emendarsi, non può trovare rimedio migliore al suo male che nella Confessione frequente.
- Per fare così una commedia di alternative tra peccati e Confessioni, Confessioni e peccati.
- Ricorda che io parlo di chi è debole, ma ha la buona volontà! Ed ora sta a vedere che una massaia, la quale lava ogni settimana la biancheria, farà una commedia con quei di famiglia che tornano a sporcare e lei a lavare! Naturalmente quando veste di pulito i suoi marmocchi, sa in antecedenza che tornano ad insudiciarsi; ciò non toglie che, pur raccomandando l'attenzione, e sorvegliando, e, se necessario, passando qualche lezioncina che faccia bruciare la pelle a chi va a ravvoltolarsi volontariamente nel fango, ritorni a lavare quanto è stato di nuovo insudiciato. Così il Signore, pur rinnovando col perdono la raccomandazione «Va e non voler più peccare», conoscendo la debolezza umana, è sempre pronto a perdonare chi è veramente pentito. Così a S. Pietro, il quale gli domandava se doveva perdonare fino a sette volte, rispose: «Non fino a sette volte, ma settanta volte sette». Ossia sempre, naturalmente a chi dimostra buona volontà. Non volersi rialzare dopo la caduta, perdersi di coraggio per le ricadute, diffidare del perdono e della misericordia di Dio, sarebbero mali peggiori della caduta stessa.
- Allora è fuori strada anche una mia amica che, abituata a fare la Comunione quotidiana, mentre era nella gioventù femminile di A. C., l'ha ora quasi completamente abbandonata, ma, si vede proprio, con tanto rincrescimento. Un giorno in cui le domandavo il perché di questo cambiamento, si è messa addirittura a piangere confidandomi le sue preoccupazioni in merito e le sue lotte intime, fatte di rimorsi e di scoraggiamento.
- Dica a quella sua amica, buona signora, che si esamini bene, ed esponga ben chiara la sua situazione al confessore. Forse essa è una delle tante vittime delle passioni e dell'incomprensione del marito. Le ricordi che se lei in cuor suo abitualmente può dire (come abbiamo ricordato un momento fa): «Signore, Tu vedi che la mia volontà è per l'adempimento completo del dovere, ma non sempre posso fare quello che voglio, e debbo tollerare il disordine per evitare un male maggiore», può stare tranquilla e frequentare i Sacramenti (perché la colpa non è sua) e così pregare più fervorosamente per la conversione del marito. Se invece deve riconoscere che la sua debolezza la coinvolge nella colpa, che però dopo detesta e da cui vuole sul serio liberarsi, come dà a credere la sua melanconia ed i suoi rimpianti, le dica ugualmente di frequentare i Sacramenti, facendo naturalmente precedere alla Comunione una buona Confessione, ogni qualvolta il cuore non sia più in pace.
- Quando un momento fa insisteva nell'asserire il disordine e la sua gravità, mi dicevo in cuor mio: «Ha ragione, ma come ha le maniche strette! Ora invece comprendo che non solo ha ragione ma che pur nella logica fermezza sui principi non è senza cuore».
- Non dimentichi, mia buona signora, che il sacerdote è il rappresentante di Dio, il quale è non solo giustizia ma anche misericordia infinita. Torniamo al nostro argomento. Dica a quella sua amica che guai a lei se, lasciandosi vincere dallo scoraggiamento, pronuncia la parola: è inutile. Se caduta in una colpa, non la detesta e non si rialza subito, cadrà presto in una seconda, in una terza, ecc... Se le prime volte ha ceduto le armi dopo qualche resistenza, qualche richiamo al marito a fare il suo dovere, non andrà a lungo che abbandonerà ogni resistenza e si farà spontaneamente connivente al disordine, ci farà il callo, e più non si distinguerà dalla maggioranza, se non nel suo interno, dal verme roditore del rimorso che, volere o no, si farà maggiormente sentire, quale frutto della più accurata formazione.
Ancora una volta ripeto: non c'è altro rimedio più efficace della Confessione frequente e ben fatta. Un peccato una volta commesso, non si cancella né diminuisce di gravità col passare del tempo o con lo sforzarsi di dimenticarlo, né tanto meno col moltiplicarsi: solo gli uomini fanno l'abitudine e perdono la stima ed il timore delle cose frequenti, e, per pensare al presente che continuamente si succede, dimenticano il passato: non così avviene presso Dio.
Se non c'è il coraggio di confessare un peccato quando è solo, ed è ancora oggetto di una forte tempesta, che Dio suscita nell'anima col rimorso, questo coraggio ci sarà tanto meno quando sarà seguito da una serie e quando il rimorso sarà stato messo a tacere. Se non c'è la forza di un proponimento energico dopo una prima caduta, senza una grazia particolare, ci sarà tanto meno la probabilità di poterla avere dopo un'abitudine inveterata.
- Sì, ma nella vita coniugale, coll'occasione prossima, con tutti i pericoli che può costituire la diversità di carattere e di vedute, è raro e difficile che ci sia una prima colpa non seguita da altre.
- Comprendo, ma se dopo una prima, l'anima si rialza, con una buona Confessione, se ne succederà un'altra, quella sarà di nuovo la prima, se quell'anima continua nella ginnastica di pentimento e di seri proponimenti, non avrà inizio quella terribile catena che produce l'abitudine. Dopo una buona Confessione sarà più forte nel fuggire e nel vincere le nuove tentazioni.
Rafforzata dalla grazia di Dio e dall'esercizio della volontà, riporterà tante vittorie che non riporterebbe se abbandonata a se stessa e con in cuore l'ossessione: tanto in peccato ci sono già; tanto è inutile la lotta...
- Presto detto, ma qual concetto potrà farsi il confessore quando si vede tornare spesso un penitente sempre colle stesse miserie?
- Il confessore prima di tutto lo si può mutare, se proprio non si osa tornare dal medesimo. Ma se si torna da quello, come è consigliabile, quando colla nuova colpa un'anima possa dire: ho fatto male, è vero, ma sono di nuovo pentita e sono qui non per una formalità, ma per domandare col perdono la forza di rinnovare un efficace proposito, il confessore non può che compatire la debolezza umana, ricordare ch'egli è ministro della misericordia di Dio e non della sua giustizia, e ammirare l'umiltà e la costanza di quell'anima. Dirò di più: non le pare che in fatto di stima davanti al confessore uomo, la si possa perdere molto di più col confessare che si è passato tanto tempo in stato di peccato grave, senza la buona volontà di migliorare?
- Stareste freschi voi sacerdoti, se tutti facessero come tu suggerisci!
- Si avrebbe tanto lavoro di più è vero, ma si avrebbe anche il conforto di vedere un mondo molto migliore.

Capitolo XXVI - Rimedio radicale

- Ma... veniamo a noi! Più che alla coscienza degli altri avremo da pensare alla nostra. Secondo te, noi saremmo in peccato mortale da quando ci siamo sposati.
- Io non intendo dire questo, e voglio sperare che ci fosse quel tanto di buona fede da scusarvi. Se ci sia stata o no la colpa lo sa il Signore, e lo potete giudicare dal più al meno voi, che sapete come vi sentivate in coscienza. Io esporrò la teoria, e voi per conto vostro ne farete l'applicazione personale. In circostanze simili alle vostre possono presentarsi tre casi: 1) la completa buona fede, almeno fino al primo rifiuto dell'assoluzione; 2) il dubbio; 3) la cattiva volontà.
1) Nel primo caso due sposi, che si credessero perfettamente in regola in un tale modo di agire, non sarebbero certo da condannarsi (ripeto fino al richiamo, che avrebbe destato se non altro il dubbio). Di qui sarebbero passati ad uno dei seguenti.
2) Nel caso del dubbio, sia che questo risalga all'inizio della pratica disordinata, sia che abbia avuto principio dal richiamo del confessore (pur ammettendo l'ipotesi più blanda, che gli interessati da questo richiamo arrivino solo a dubitare di non essere stati compresi), avrebbero avuto il dovere di chiarire un problema di tanta importanza, per non cadere in quella categoria di colpevoli a cui abbiamo già accennato, di chi non vuol conoscere la verità per poter stare tranquillo.
3) Nel terzo caso è evidente lo stato continuo di peccato grave fin dal momento in cui si è iniziata la cattiva pratica; e per conseguenza tutte le Confessioni e Comunioni fatte nel frattempo, se maliziosamente si era taciuto il disordine nelle Confessioni, o, se pure c'era stata l'accusa, questa non era accompagnata dal proposito sincero di mutare sistema, sono altrettanti sacrilegi. E se tale pratica era già stabilita sia di mutuo accordo, sia per proprio conto prima del matrimonio, anche questo è già stato contratto sacrilegamente, anzi invalidamente da chi avesse positivamente escluso nel suo contratto ogni idea di accettare col diritto al retto uso dei diritti coniugali il dovere di rispettare le naturali conseguenze. Quindi chi, trovandosi in questa condizione, volesse mettere a posto la sua coscienza, dovrebbe esporre candidamente al confessore il suo stato d'animo, non a cominciare dall'ultima Confessione, ma dall'ultima ben fatta, che forse potrebbe risalire anche ai primi tempi del fidanzamento.
- E questo anche se uno fosse già vecchio o vedovo e quindi fuori pericolo di ricadute?
- Evidentemente, se non l'ha ancor fatto per il passato. Come chi avesse rubato in gioventù, e non avesse ancora riparato, non sistemerebbe la sua condizione col dire: non rubo più. La sua vita fin che non ha riparato positivamente è tutta una costruzione sul falso. Ogni peccato grave deve essere detestato e confessato. In caso contrario cambia i Sacramenti in sacrilegi; questi a lor volta devono essere accusati e detestati, che altrimenti continuano e moltiplicano la catena fosse anche nell'ultima Confessione della vita.
- Come sei terribile!
- Sono semplicemente logico. Le illusioni sono sempre illusioni: è meglio smascherarle in tempo piuttosto che aspettare ad aprire gli occhi davanti al tribunale di Dio che non dà più tempo e rimedio.
- Capisco ora perché tanto spesso nella predicazione e negli scritti di sacerdoti e vescovi si batte su questo chiodo e si mette in relazione la moralità o immoralità moderna coi disastri che ci circondano e si dice che questi sono castighi di quella! Sfido io! Il mondo visto a questa luce è quasi tutto fuori di strada: come pretendere la benedizione di Dio?
- Benedico la Provvidenza che colla vostra visita graditissima mi ha dato l'occasione di farvi un po' di bene. Spero che questa nostra conversazione non sia stata tempo perso e che la ricordiate con piacere e con frutto. Per intanto vi benedica il Signore e vi dia tutte le grazie e la forza di adempiere fedelmente i doveri del vostro stato sì da formare della vostra una famiglia modello, un vero santuario domestico.

FINE


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